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Discussione: Cos'è Psichiatria?

  1. #1
    Kanadams
    Ospite non registrato

    Cos'è Psichiatria?

    E' disponibile in rete all'indirizzo http://www.foucault.de/ft_video_stream.htm il video del processo svoltosi davanti al Tribunale di Foucalt in cui la psichiatria è stata chiamata a rispondere dei crimini che ha perpretato contro l'umanità.
    Visitatelo e fatemi sapere!!
    Ultima modifica di Kanadams : 03-01-2006 alle ore 15.17.40

  2. #2
    Kanadams
    Ospite non registrato

    cosa vuol dire Integrato?

    "Integrato" è un termine molto usato in psichiatria per indicare un "malato mentale" con comportamenti che tendono alla "normalità"; solo questa parola potrebbe dirla lunga su quali sono i parametri di giudizio che possono portare all'etichettamento di una persona come folle, al suo ricovero forzato in strutture sanitarie, alla somministrazione sempre forzata di psicofarmaci.
    Per non essere considerato folle bisogna quindi essere integrato nella società, seguire la media standard dei comportamenti; chi devia è pazzo, chi devia è un elemento pericoloso per la società, deve essere "curato"(ossia drogato con psicofarmaci). Come nell'est chi si opponeva al socialismo reale veniva rinchiuso in strutture psichiatriche, anche le persone ritenute pericolose dalle nostre società occidentali sono destinate alla stessa sorte: il problema di fondo è che la psichiatria viene usata da qualsiasi tipo di potere in ogni parte del mondo come uno strumento di controllo sociale.
    D'altronde per tanti problemi essa sembra fornire la soluzione più semplice: ci sono degli emarginai che non si trovano a loro agio in questa società e che mettono in dubbio coi loro comportamenti "anormali" alcune strutture essenziali della società stessa? La soluzione più semplice è metterli da parte, bollarli come pazzi, imbottirli di medicinali, nascondere negandole tutte quelle ragioni che li hanno portati a comportarsi in una determinata maniera. E così ci si chiude gli occhi di fronte ad una realtà sociale fatta di disoccupazione, alienazione, spersonalizzazione, televisione (un'altra droga!), fatta di quartieri ghetto privi di qualsiasi tipo di servizi, di un sistema scolastico che non lascia alcuno spazio alla libertà ed all'iniziativa dello studente.
    Ma nascondere e fingere di ignorare è sempre la cosa più facile, e così la cosa più semplice da fare per "risolvere" il problema della droga è quella di punire il tossico, e così ancora una volta si agisce sull'ultimo anello della catena, sul più debole, invece di rimuovere le cause di emarginazione e disagio sociale che causano tale fenomeno. Ma giudicare è sempre più facile che comprendere, ed è sempre troppo comodo lavarsi la coscienza accusando e punendo qualcun altro. E così invece di affrontare il problema dello sfruttamento dei paesi più arretrati da parte del nord del mondo si fa prima a dare la caccia al negro che è venuto da noi a prendersi la minima parte di quanto noi occidentali gli abbiamo rubato, o magari gli si sequestra la merce perseguendolo per contrabbando; lo sfruttamento coloniale però era perfettamente legale, e continua ad esserlo anche ora che finita la dominazione diretta perdura sotto altre forme.
    E così la psichiatria, pretendendo di curare i sintomi di un diffusi malessere sociale e mascherandoli con fantasiosi nomi di malattie inesistenti (di cui è ben difficile trovare una precisa definizione) vuole impedire che si vada a fondo del problema recuperando quei valori di libertà e di umanità che comporterebbero una radicale trasformazione della struttura sociale.

  3. #3
    Kanadams
    Ospite non registrato

    Cosa accade in città!!!

    Quando la diagnosi "inventa" la malattia (Nardone)


    Il giorno 27 aprile 1989 nella città di Grosseto è accaduto un fatto apparentemente strano che, dal mio punto di vista, introduce perfettamente il tema di questa mia esposizione

    Una donna in preda ad una crisi «maniaco-depressiva» venne condotta al Pronto Soccorso del locale ospedale. In tal luogo i medici, dopo una visita sommaria, somministrarono alla persona una forte dose di sedativi e la ricoverarono. Ma, siccome l'ospedale non era fornito di un reparto psichiatrico e poiché la signora risiedeva in un'altra regione e le sue cure sanitarie erano quindi di competenza della USL di appartenenza, il ricovero venne programmato come un'urgenza in attesa del trasferimento presso una clinica del proprio territorio, dotata di un idoneo servizio psichiatrico.

    Il giorno dopo arrivò l'ambulanza e gli infermieri andarono a prelevare la signora per il trasferimento. Questi trovarono una signora seduta sul letto e la invitarono a seguirli fino all'ambulanza. La signora rispose con tono scocciato affermando di non essere lei la «malata» e che stavano sbagliando persona. Gli infermieri insistettero e lei cominciò ad irritarsi alzando la voce, ma questi cercarono di prenderla con la forza. La donna si dimenò violentemente urlando; venne pertanto chiamato il medico di guardia che le fece un'iniezione di forte sedativo, dopo di che ella venne finalmente caricata nell’ambulanza. Durante il viaggio furono necessarie altre dosi di sedativo per le reazioni «violente» che la persona manifestava ogni qual volta si riprendeva. Ma il fatto sorprendente per medici ed infermieri fu che l'ambulanza venne fermata da una pattuglia dei carabinieri alla stazione di Orte, poiché questi erano stati avvisati che la persona prelevata non era quella giusta, ma una parente della persona ricoverata per il «disturbo psichico».
    Al di là del carattere grottesco e drammatico di questo episodio, viene da chiedersi: come è possibile che accada una cosa simile? Come è possibile che si scambi una persona perfettamente equilibrata, che addirittura presta servizio di assistenza, per una malata di mente?
    La prima importante constatazione da fare è che, dal momento in cui una persona viene ricoverata con una diagnosi quale: «dísturbi maniaco-depressivi» o «crísi ciclotimica» o «psicosi endogena» ecc., una serie di avvenimenti come quelli sopra descritti, anche se può apparire bizzarro affermare ciò, sono una diretta e prevedibile conseguenza di tali attribuzioni o meglio etichettamenti patologici e patogeni.
    Per esempio, nell'aneddoto riferito, quando la signora è stata prelevata dagli infermieri che hanno trovato una donna vestita di tutto punto, seduta sul letto accanto alla valigia, questi non potevano certo immaginare che questa fosse una parente della reale malata, la quale in quel momento era alla toilette.
    Quando poi la signora, presunta «disturbata mentale», ha cominciato a ribellarsi, la sua ribellione, in «escalation» rispetto all'insistenza degli infermieri, ha paradossalmente confermato loro che avevano a che fare con una donna certamente affetta da alterazioni psichiche e che quindi era proprio lei la persona da prelevare. Infatti lei, dal loro punto di vista, in quel momento stava «depersonalizzando». Chiaro sintomo questo, secondo la tradizionale nosografia psichiatrica, di grave alterazione psíchica. Ma chi al posto della signora non si sarebbe ribellato e pertanto non avrebbe dato espressione di «depersonalizzazione»?'
    Come il lettore può ben capire, dal momento in cui si attribuisce ad un soggetto una diagnosi psichiatrica, qualun-que reazione questi possa manifestare (reazioni che in altri contesti situazionali sarebbero ritenute perfettamente sane) conferma la diagnosi di malattia mentale. Siamo di fronte, nel caso della nosografia psichiatrica tradizionale, ad un perfetto esempio di quelle che l'insigne epistemologo Karl Popper proposizioni autoimmunizzanti,ossia proposizioni che non possono essere smentite in quanto si autolegittiminano sia con la loro efficacia che con il loro fallimento.Popper definisce le discipline che basano la loro su tali proposizioni come discipline come discipline determistiche-riduzionistiche e/o fideiste e perciò non scientifiche. Un po’- come "barone di Munchhausen il quale, una volta caduto nella palude insieme al suo cavallo, tira fuori se stesso ed il cavallo, tenuto stretto tra le ginocchia, dalle sabbie mobili tirandosi per il codíno con la sua forte mano destra (WatzIawíck 1990).
    Tornando dalla teoria alla pratica, ciò che appare più preoccupante è proprio il fatto che, se si assume un tale tipo di teoria e classificazione rigida, e per nulla dimostrata, in relazione a ciò che è sano ed insano della mente e del comportamento umano, trappole situazionali come quella sopra descritta diventano la norma. Questo a causa del fatto che colui che detiene il potere di diagnosticare il sano e l'insano di mente è lui stesso intrappolato nella sua teoria e nelle conseguenti pratiche diagnostiche.
    fronte a questa ricerca anche colui che ha la più ferma fede nella nosografia psichiatrica non potrà che cedere all'evidenza dei fatti. A meno che, come nel caso di Hegel, non si affermi che « se i fatti non concordano con la teoria, tanto peggio per i fatti»!!!!

  4. #4
    Kanadams
    Ospite non registrato

    Un pensiero...

    Và via, psicologia - di U.Galimberti
    Un interessante articolo di Umberto Galimberti pubblicato su D di Repubblica del 2 luglio 2005

    Dopo aver allentato i legami sociali e i vincoli affettivi, per l'esasperato individualismo ed egoismo che si va diffondendo nella nostra cultura, oggi incominciamo a pagarne i costi in termini di tragedie umane e di inutile dispendio economico. Se un bambino è un po' vivace e turbolento, magari perché è chiuso in casa e non ha spazi di gioco dove sfogarsi, o perché è bloccato in un'aula di scuola cinque ore al giorno con spazi ricreativi che si riducono a dieci minuti di pausa, invece di creare strutture dove possa esprimere il suo bisogno di muoversi, gareggiare, primeggiare, viene etichettato come affetto da un "disturbo da deficit di attenzione con iperattività" e, con questa diagnosi, inviato da uno psicologo o curato con farmaci.
    Se una mamma non ce la fa più a seguire i suoi bambini nel chiuso di un appartamento, dove il vicino è uno sconosciuto, in quella solitudine che le sequestra e le aliena il suo corpo, il suo tempo, il suo spazio, il suo sonno, la sua vita sociale, e a un certo punto arriva, se non ad ammazzare il figlio, a crescerlo con aggressività o profonda stanchezza e demotivazione, invece di creare strutture educative, nidi, asili, scuole a tempo pieno, le si appioppa una diagnosi di "depressione" e la si manda da uno psicoterapeuta cui versa l'equivalente in denaro della retta di una struttura educativa, che consentirebbe al figlio di crescere bene socializzando, e alla madre di non perdere la stima di sé.
    Ho letto recentemente sul Daily Telegraph che in America l'80 per cento della popolazione usufruisce di cure psicoterapeutiche (contro il 14 per cento negli anni '60) mentre il sociologo John Nolan, nel suo recente libro The Therapeutic State, ci informa che: "Negli Stati Uniti ci sono più psicoterapeuti che librai, pompieri, postini, e addirittura due volte più che dentisti e farmacisti.
    Gli psicologi sono battuti numericamente solo dai poliziotti e dagli avvocati". Società d'avanguardia come Whitbread Cable and Wireless hanno inserito l'offerta terapeutica nel contratto dei dipendenti, mentre altre forniscono ai propri licenziati assistenza psicologica, quando invece costoro avrebbero bisogno semplicemente di un nuovo posto di lavoro.
    Che significa tutto questo? Che le carenze oggettive (come quelle di spazi ricreativi per i bambini, di possibilità occupazionali per i carcerati, di un po' di tempo libero per le madri relegate in casa, di nuovi lavori per i cassintegrati e i licenziati) non sono più percepite come problemi cui dare risposta sul piano di realtà, ma, per le conseguenze dolorose che determinano, sono lette come disagi psichici da affidare alle cure degli psicoterapeuti o degli psichiatri.
    In questo modo si diffonde un'"etica terapeutica" che promuove non tanto l'autorealizzazione degli individui, quanto la loro autolimitazione, perché, postulando un sé fragile, debole e in ogni suo aspetto vulnerabile, favorisce la gestione delle esistenze e delle singole soggettività. Queste, a poco a poco, si persuadono che i loro problemi non sono reali, e tali da poter trovare una soluzione in una diversa organizzazione della società, ma sono psicologici, e quindi da risolvere nel chiuso della loro soggettività. Il risultato è che i legami sociali, dove queste difficoltà potrebbero trovare soluzione, non vengono neppure presi in considerazione e, con una lettura perversa che induce a considerare le conseguenze dolorose di un disagio reale come problemi psichici dell'individuo, si favorisce la frammentazione sociale dei singoli, sempre più isolati e chiusi nelle loro problematiche, da oggettive a soggettive, attraverso un tortuoso percorso che non porta alla guarigione ma all'alienazione.
    Infatti, una volta persuaso di avere un sé fragile e vulnerabile, quindi bisognoso di un supporto, l'individuo finisce con il desiderare l'autorità terapeutica, che agisce in base alla premessa di essere la sola a sapere quali sono i suoi problemi e come si possono risolvere.
    Il vissuto di dipendenza che così si diffonde crea una società acquiescente e conformista: quanto di più desiderabile possa attendersi chi esercita il potere. Che sia questo lo scopo finale cui tende questa impropria diffusione dell'etica terapeutica? Io penso di sì. Non basta infatti il "pensiero unico" a creare omologazione e conformismo, occorre anche un "sentire unico". E cosa, meglio dell'intervento psicoterapeutico, è capace di persuadere che, siccome la società non si può cambiare, come recita quel pessimo vangelo che porta il nome di "sano realismo", a cambiare devi essere tu, con il sacrificio delle tue aspirazioni e dei tuoi desideri di autorealizzazione, perché più sei conforme e meno sei individuato, tutto funziona meglio, e non occorre investire per promuovere quelle strutture che favorirebbero la tua autorealizzazione, di cui nessuno ne sente la necessità?
    Ma c'è davvero un futuro per società conformi e omologate che si dicono "libere", mentre all'autorealizzazione degli individui preferiscono la loro autolimitazione? Io penso di no!

  5. #5
    Daidaidaidai
    Ospite non registrato
    Appoggio completamente le affermazioni di Galimberti. Penso che combattere la proliferazione incontrollata degli psicologi clinici - e sono uno studente della triennale di clinica prossimo a laurearmi - e della psicoterapia PER TUTTO E PER TUTTI sia uno degli obiettivi fondamentali della moderna psicologia e soprattutto della psicologia scientifica. La situazione americana mostra quanto sia grottesco mandare un'intera società in analisi e con risultati direi decisamente assurdi. Sarebbe bello per una volta evitare un problema prima che questo si manifesti anche qui e con proporzioni simili. Appoggio fortemente la tua posizione e mi sforzo di seguire questo indirizzo nel mio modo di studiare e di 'praticare la professione' a tirocinio.
    Sarebbe corretto diffondere queste informazioni (i rischi degli usi e degli abusi della pratica psicologica e psicoterapica) il più possibile all'interno degli Atenei e se possibile anche verso i non studenti di psicologia. Purtroppo conosco un sacco di persone che 'buttano' i soldi in terapeuti di cui non hanno bisogno o intraprendono scuole di psicoterapia per rifarsi con il 'titolo' di valore per nascondere fuori corso disastrosi, una scarsa intelligenza o una scarsa propensione allo studio sistematico di altri settori della psicologia... La mia posizione non cambia e non credo che io e te siamo i soli che si sono accorti di questa situazione.

    A presto,
    Fabrizio

  6. #6
    Kanadams
    Ospite non registrato
    io invece sono per un programma che preveda un attimo di stistemare tutta questa proliferazione di teorie del cavolo che alimenta il sistema e di cui ci alimentiamo...insomma vogliamo capire che l'uomo è uno solo?tu 6corpo!!!abbiamo mille teorie e di queste solo poche vengono usate e abusate, inoltre il problema è un problema ancora più profondo(secondo me!!, il problema sta nella tecnica...insomma l'uomo cerca l'uomo lo vogliamo capire o no?lo so che tu sarai d'accordo, xò non tutti se la pensano così...
    anche perchè le idee sono offuscate dai prof che detengono le scuole di specializzazione...cosi tanto per dirne una troppo lampante nella mia facoltà: si studia psicoanalisi e c'è chi è Freudiano ortodosso, chi moderato, ki klewnniano, chi lacaniano, di kout, ecc ecc, senze rendersi conto che alla fine dicono tutti la stessa cosa bene o male...il grande è stato Freud è lui che merità di essere studiato non tanto tutti quelli che hanno scritto su di lui, che ognuno scriva quel che pensi, ma che non si imponga tutto ciò!inoltre da noi proprio per questo Jung neanche si fa anzi è eretico...una cosa allucinante...è come dire a Lettere fai Leopardi e suoi continuatori nordici(ammesso che ci siano...)Pirandello e Sciascia no perchè sono siculi...naturalmente il discorso l'ho fatto un pò grottesco...ma spero renda l'idea!
    Ps: naturalmente Galimberti dice cose sensate, ma quello che condanna non è tanto la psicologia in se quanto l'abuso e il percorso che sta prendendo, del resto anche la società...ovvero l'estremo individualismo!!!che vuoi ognuno porta acqua al suo mulino...una volta si cercava di dialogare ora la nuova democrazia tenta di imporsi...il più forte vince!!!
    inoltre il problema reale che sta a capo di tutto ciò è vedere come al solito il dito che punta la Luna...mai la Luna puntata...se il problema c'è è dentro mai nella realtà che ci circonda! e la colpa certo che è dei terapeuti, non fanno altro che incolpare...e esaminare, del resto loro sono gli esperti della psiche(perdono mente!), mica i genitori o chi ci sta accando!!!però ora il discorso sta prendendo una piega un pò pesante...forse sarebbe meglio concluderlo qui, altrimenti ci porterebbe in aree molto profonde quali perchè mai l'espessione che un tempo era scambio e arte ora viene repressa? perchè mai a una manifestazione ci vanno i polizziotti a reprimere?perchè mai tutto deve essere in ordine?e da dove nasce l'ordine?può esistere senza il coas? perchè Deluze scrive spesso bisogna resistere per esistere?vedi questi problemi appena sfiorati secondo me, se portati più a fonfo non fanno altro che condannare il "Tramonto dell'Occidente"..., il Potere sovrano e beato(sia piccolo che grande)e tutti quei sistemi istituzionali che spacciandosi per democratici non sono altro che sistemi di controllo vedi i manicomi, i carceri, il governo, la stessa università ecc ecc, e tutti quei saperi-poteri su cui non bisogna discutere...e come vedi anche la scienza che da quando sta tentando di rendere quantitativo il qualificativo non fa altro che reprimere...e non capirci più niente xkè senza accorgesene sta prendendo la scia dell'idealismo di Hegel il quale afferma: se i fatti non concordano con la teoria, tanto peggio per i fatti!!!
    Ciao Francesco
    Ultima modifica di Kanadams : 04-01-2006 alle ore 20.48.29

  7. #7
    Partecipante
    Data registrazione
    30-09-2005
    Messaggi
    32
    A però!
    Mi piace questo ragionamento e naturalmente lo condivido.
    Il morboso interesse per "la teoria" è il motivo per cui giunto al termine del mio percorso universitario odio la mia facoltà e la psicologia.
    Io come psicologo (ormai devo solo discutere la tesi) non so un'H ( o una m...a se piace di più), a parte biografie e teorie, ovviamente tutte della stessa scuola di pensiero, che vengono proposte sempre su un "doppio binario"; da un lato la magnificenza della teorie(un giorno partecipai ad un seminario sull'ascolto del bambino vittima di violenza, dopo 50 minuti me ne sono andato perchè fino a quel momento non si era parlato altro di quanto fosse genio Freud, che non centrava assolutamente niente ma che bisognava per forza propagandare) e dall'altra l'ingeniutà di chi non aderisce a questa, che è a suo modo una coercizione mentale.
    saluti.

  8. #8
    Kanadams
    Ospite non registrato
    Avevo creato questo thred per parlare della psichiatria e i suoi saperi-poteri come dice giustamente Foucault, sta andando a finire in tutt'altro modo...cmq ben venga...è vero ci sono tanti psichiatri di orientamento freudiano, soprattutto a padova...
    Ultima modifica di Kanadams : 05-01-2006 alle ore 20.52.35

  9. #9
    Kanadams
    Ospite non registrato

    Il giudice e lo psichiatra

    Il giudice e lo psichiatra
    di Giorgio Antonucci

    Molti credono che la malattia di mente sia un particolare stato patologico dovuto a un qualche difetto dell'organismo o del cervello che comporta la difficoltà di vivere quietamente con gli altri, e pensano che gli psichiatri siano i medici chiamati a trattare questa singolare condizione di svantaggio, altrimenti dannosa e insopportabile per chi ne è colpito, e preoccupante per chi gli sta dintorno.
    Essendo le contraddizioni psicologiche e i conflitti con se stessi e con gli altri un aspetto fondamentale della nostra condizione di uomini, gli psichiatri e gli psicanalisti hanno naturalmente un sicuro terreno di redditizio e meritevole impegno, che li pone concretamente in una situazione favorevole di privilegio sociale.
    Alla televisione, alla radio, sui giornali e sulle riviste, psichiatri e psicanalisti si pongono in modo disinvolto come gli apostoli della saggezza e della gioia di vivere che a volte può essere raggiunta e mantenuta quasi magicamente anche con pillole comprate in farmacia su loro sapiente indicazione. Chi si sente ragionevolmente infelice ha qualcuno che lo capisce o ancora di più qualcuno preparato ed esperto che può essergli di aiuto provvidenziale con le scienze misteriose della psicologia e le ricette veridiche della salute.
    Il mito della gioia chimica è coltivato da loro e da altri medici anche con vantaggio dei produttori e spacciatori di droghe clandestine che usufruiscono direttamente o indirettamente dei loro messaggi culturali e della loro concezione dell'uomo.
    I filtri come liberazione dell'uomo sono motivo di facile successo. Il mito dei paradisi artificiali per opera dei medici è divenuto un fenomeno dì massa. Mentre la condizione umana, già di per se stessa tragica, diventa in termini sociali sempre più terribile, si moltiplicano le fughe nelle promesse di felicità della chimica ufficiale e della chimica proibita. I farmaci e le droghe, sostanze neurotrope legali o illegali corrono a fiumi.
    Altri invece, se sono in condizioni economiche adatte, passano mesi o anni sul lettino o nello studio dello psicanalista, che promette ricerche, approfondimenti o soluzioni con vie di introspezione risolutive. La solitudine sociale favorisce la richiesta di comunicazione a pagamento, anche se si tratta di una comunicazione di secondo ordine, astratta, impersonale e fondata su idee precostituite. Inoltre è una comunicazione ambigua e somiglia a un pozzo senza fondo come molti sanno per esperienza.
    Eppure il problema è ancora più complicato. Ecco infatti che cosa dice Michael Moore, docente di diritto penale dell'università del Kansas, sul significato del concetto di malattia di mente in un articolo su una rivista americana di psichiatria: «Dato che la malattia mentale nega i nostri presupposti di razionalità non riteniamo responsabili i malati di mente. Non tanto perché li scagioniamo da una situazione che, a prima vista, è di responsabilità quanto, piuttosto, perché, trovandoci nell'impossibilítà di considerarli esseri completamente razionali, non possiamo affermare la condizione essenziale per incominciare a considerarli anzitutto come agenti morali. In questo i malati di mente raggiungono, in modo decrescente, il livello dei bambini, delle bestie selvatiche, delle piante e delle pietre, nessuno dei quali è responsabile a causa dell'assenza di qualsiasi presupposto di razionalità».
    Così si scopre, senza possibile dubbio, che qualsiasi problema che si va a discutere con lo psichiatra, con lo psicanalista, con lo psicologo o con l'assistente sociale può essere, quando convenga a loro, o quando sia utile a quelli da cui loro dipendono, esaminato e giudicato come pretesto di invalidazione psicologica ed, eventualmente, ad arbitrio del giudice, usato come motivo sufficiente per la sottrazione dalla responsabilità giuridica e per la privazione dei diritti civili e politici con la degradazione da cittadino uguale agli altri a individuo squalificato, senza potere alcuno e senza alcuna possibilità di espressione o voce in capitolo. Perfino il periodo mestruale può servire per squalificare una donna nelle sue scelte.
    Ma lasciando per ora da parte queste raffinatezze psicologiche di stile vittoriano veniamo per un momento al nocciolo della questione:
    L'invalidazione psichiatrica e giuridica possono essere date per piccoli reati come il furto di autoradio o l'offesa a pubblico ufficiale o per grandi reati come ad esempio l'omicidio. Ma sullo stesso reato della stessa persona, come per esempio l'uccisione dei genitori come nei casi giudicati diversamente, il parere dei differenti periti è quasi sempre discorde.
    In tutti i processi ci sono sempre pareri opposti sullo stesso imputato e sul medesimo reato. Come è logico, per lo più il pubblico ministero sostiene che l'imputato è sano di mente per ottenere la condanna giuridica mentre il difensore chiede il riconoscimento di infermità di mente anche se il manicomio giudiziario per l'imputato è una sorte più tragica del carcere. Le perizie però sono in ogni caso senza fondamento.
    Infatti non ci sono il furto di radio o l'omicidio frutto una volta di saggezza e l'altra di pazzia,ma soltanto scelte motivate da diversi punti di vista e da differenti concezioni del mondo.Che poi un reato sia giudicato piu' o meno grave a secondo le circostanze, le intenzioni, l'esecuzione, la premeditazione, le passioni, il grado maggiore,o minore di lucidita' del momento o nell'intera storia con possibili attenuanti e aggravanti e conseguenti variazioni di pena e' un puro fatto giuridico e processuale che puo' essere indipendente ed estraneo a ogni pregiudiziale psichiatrica e a ogni intervento specialistico!

  10. #10
    Kanadams
    Ospite non registrato
    "Non è che noi prescindiamo dalla malattia, ma riteniamo che per avere un rapporto con un individuo, sia necessario impostarlo indipendentemente da quella che può essere l'etichetta che lo definisce. Io ho rapporto con un uomo non per il nome che porta ma per quello che è. Quindi nel momento in cui dico: questo individuo è uno schizofrenico (con tutto ciò che per ragioni culturali è implicito in questo termine), io mi rapporto a lui in modo particolare sapendo appunto che la schizofrenia è una malattia per la quale non c'é niente da fare: il mio rapporto sarà solo quello di colui che si aspetta soltanto della 'schizofrenicità' dal suo interlocutore. E' quindi comprensibile come - su queste basi - la vecchia psichiatria avesse relegato, imprigionato e escluso questo malato, per il quale riteneva non vi fossero mezzi né strumenti di cura. Per questo è necessario avvicinarsi a lui mettendo fra parentesi la malattia, perchè la definizione della sindrome ha assunto ormai il peso di un giudizio di valore, di un etichettamento, che va oltre il significato reale della malattia stessa. (...) La depsichiatrizzazione è un po' il nostro leit- motiv. E' il tentativo di mettere fra parentesi ogni schema, per agire in un terreno non ancora codificato e definito. Per incominciare non si può che negare tutto ciò che è intorno a noi: la malattia, il nostro mandato sociale, il ruolo. Neghiamo cioè tutto ciò che può dare una connotazione già definita del nostro operato. Nel momento in cui neghiamo il nostro mandato sociale, noi neghiamo il malato come malato irrecuperabile e quindi il nostro ruolo di semplici carcerieri, tutori della tranquillità della società; negando il malato come irrecuperabile, neghiamo la nostra connotazione psichiatrica; negando la nostra connotazione psichiatrica, neghiamo la sua malattia come definizione scientifica; negando la sua malattia, depsichiatrizziamo il nostro lavoro e lo iniziamo su un terreno tutto da arare " (Basaglia F.)

  11. #11
    Kanadams
    Ospite non registrato
    "Ricordo di aver pensato che gli schizofrenici sono i poeti strangolati della nostra epoca. Forse per noi, che dovremmo essere i loro risanatori, è giunto il tempo di togliere le mani dalle loro gole"David Cooper

  12. #12
    Kanadams
    Ospite non registrato

    Schizofrenia. simbolo sacro della psichiatria

    Se non c'è psichiatria, non ci può essere schizofrenia. In altri termini l'identità di un individuo come schizofrenico dipende dall'esistenza del sistema sociale della psichiatria (istituzionale). Perciò se la psichiatria viene abolita, gli schizofrenici scompaiono. Ciò non significa che certi tipi di persone che prima erano schizofrenici o che amavano essere schizofrenici, scompaiono anch'essi. Certamente, in questo caso, rimangono degli individui che sono incapaci, o chiusi in se stessi, o che rifiutano il proprio ruolo 'reale', o che disturbano gli altri in qualche altro modo. Ma se non esiste psichiatria nessuno di loro può essere schizofrenico. E' certo che l'abolizione della schiavitù mette solo in libertà degli schiavi. Non li rende educati, autosufficienti, simpatici, capaci di esercitare un lavoro, fisicamente sani; li libera solo dal padrone. Analogamente l'abolizione della psichiatria metterebbe solo in libertà lo schizofrenico. Non lo renderebbe competente, autosufficiente, simpatico, in grado di esercitare un lavoro, o 'mentalmente sano'. Lo renderebbe solo libero dal suo psichiatra. Sarebbe naturalmente assurdo pretendere un miglioramento della condizione d'uno schiavo all'interno di un sistema di schiavitù, e in particolare dal suo padrone. Allo stesso modo è assurdo ricercare il 'miglioramento' della condizione dello schizofrenico all'interno del sistema psichiatrico, e in particolare del suo psichiatra. Il miglioramento della condizione di uno schiavo o di uno schizofrenico è, senza dubbio, un fine auspicabile. Ma come tutti i fini, se non è perseguito in modo adatto e intelligente, tanto varrebbe non perseguirlo affatto. In sintesi sono convinto che l'intervento istituzionale psichiatrico chiamato 'ricovero mentale' sia, in realtà, una forma di detenzione; che l'imposizione di una tale perdita di libertà ad una persona innocente sia immorale; e che il fenomeno psichiatrico definito 'schizofrenia' non sia una malattia dimostrabile con evidenza medica, ma sia invece la denominazione data a certi tipi di devianza sociale (o a comportamenti inaccettabili per colui che ne parla). SZASZ T

  13. #13
    Kanadams
    Ospite non registrato

    e il manicomio?

    "Il manicomio è una grande
    cassa di risonanza
    e il delirio diventa eco
    l'anonimità misura,
    il manicomio è il monte Sinai,
    maledetto, su cui tu ricevi
    le tavole di una legge
    agli uomini sconosciuta. "


    Alda Merini,
    da "La Terra Santa"

  14. #14
    Kanadams
    Ospite non registrato

    Cosa voleva fare Basaglia?

    Scrive Galimberti, LaRepubblica, 08/03/2000
    ... il cammino che Basaglia voleva avviare era un sommovimento della società e una rivisitazione dei rapporti sociali a partire dalla clinica, proprio da quella clinica che a suo tempo era nata per tutelare la cattiva coscienza della società, la quale, per garantire la sua quiete e i rapporti di potere in essa vigenti, non aveva trovato di meglio che incaricare la clinica a fornire le giustificazioni scientifiche che rendessero ovvia e da tutti condivisa la reclusione dei folli entro mura ben cinte. Per rendere il suo servizio, la clinica ridusse la follia a malattia che, per essere curata, deve essere sottratta al mondo in cui essa ha origine che è poi il mondo della vita. Nasce così il manicomio che, scrive Basaglia nelle Conferenze brasiliane, "ha la sua ragion d'essere nel fatto che fa diventare razionale l'irrazionale. Infatti quando qualcuno entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato, e così diventa razionale in quanto malato". La chiusura dei manicomi non era lo scopo finale dell'operazione basagliana, ma il mezzo attraverso cui la società potesse fare i conti con le figure del disagio che la attraversano quali la miseria, l'indigenza, la tossicodipendenza, l'emarginazione e persino la delinquenza a cui la follia non di rado si imparenta. E come un tempo la clinica aveva messo il suo sapere al servizio di una società che non voleva occuparsi dei suoi disagi, Basaglia tenta l'operazione opposta, l'accettazione da parte della società di quella figura, da sempre inquietante, che è il diverso. Nelle Conferenze brasiliane Basaglia dà due definizioni di follia. La prima: "La follia è diversità, oppure aver paura della diversità". La seconda: "La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d' essere". Non era questo, scrive Basaglia, l'intento di Philippe Pinel che nel 1793 inaugurò a Parigi il primo manicomio, liberando i folli dalle prigioni, in base al principio che il folle non può essere equiparato al delinquente. Con questo atto di nascita la psichiatria si presenta come scienza della liberazione dell'uomo. Ma fu un attimo, perché il folle, liberato dalle prigioni, fu subito rinchiuso in un'altra prigione che si chiamava manicomio. Da quel giorno incomincerà il calvario del folle e la fortuna dello psichiatra. Se infatti passiamo in rassegna la storia della psichiatria vediamo emergere i nomi di grandi psichiatri, mentre dei folli esistono solo etichette: isteria, astenia, mania, schizofrenia. Ma c'è davvero la schizofrenia come c'è l'epatite virale? O il modo di essere schizofrenico è così diverso da individuo a individuo e così dipendente dalla storia personale di ciascuno da non consentire di rubricare storie e sintomi così diversi sotto un'unica denominazione? L'ansia di accreditarsi come scienza sul modello della medicina ha fatto sì che la psichiatria passasse sopra come un carrarmato alla soggettività dei folli, che furono tutti oggettivati di fronte a quell'unica soggettività salvaguardata che è quella del medico. Ma è davvero credibile che, negando istituzionalmente la soggettività del folle sia possibile guarirlo, cioè restaurarlo nella sua soggettività? Evidentemente no. E infatti i medici del manicomio non ci credevano e i malati cronicizzavano. Basaglia, prima a Gorizia e poi a Trieste, accetta questa condizione di parità tra medico e paziente e scopre che, restituendo al folle la sua soggettività, questi diventava un uomo con cui si poteva entrare in relazione. Scopre che il folle ha bisogno non solo delle cure per la malattia, ma anche di un rapporto umano con chi lo cura, di risposte reali per il suo essere, di denaro, di una famiglia e di tutto ciò di cui anche i medici che lo curano hanno bisogno. Insomma il folle non è solamente un malato, ma un uomo con tutte le sue necessità. Trattato come uomo, il folle non presenta più una "malattia", ma una "crisi", una crisi vitale, esistenziale, sociale, familiare che sfuggiva a qualsiasi "diagnosi" utile solo a cristallizzare una situazione istituzionalizzata. E, scrive Basaglia: "Una cosa è considerare il problema una crisi, e una cosa è considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi è un oggetto, la crisi è una soggettività". E cosa diventa la cura quando i rapporti sono intersoggettivi e non rapporti oggettivanti? La risposta di Basaglia è: "Io cerco di curare una persona, ma non sono certo se la curo o no. E la stessa cosa quando dico di amare una donna. È molto facile dirlo, e talvolta è persino falso, perché l'uomo tende ad un tipo di relazione e la donna a un altro. Quando si crea una relazione d' amore, questa non è altro che una crisi, una crisi in cui c'è vita se non c'è dominio dell'uomo sulla donna o della donna sull'uomo". Abbiamo chiuso i manicomi e con questa legge ci siamo lavati la coscienza di una vergona sociale, ma non abbiamo fatto un solo passo innanzi nella direzione indicata da Basaglia, perché il rapporto tra medico e paziente non è diventato un rapporto intersoggettivo, ma è stato ulteriormente oggettivato da quel mix di statistica e farmacologia che ha imprigionato i folli, liberati dal manicomio, nel chiuso del loro organismo. Se il sogno di Basaglia era che la clinica potesse divenire un laboratorio per nuove forme di relazioni sociali, vent'anni dopo non poteva esserci risveglio più brusco se oggi dobbiamo constatare che il risveglio si chiama "psichiatria organicistica", quando non "genetica psichiatrica". Nulla da dire contro le scoperte della scienza e i suoi rimedi, purché si eviti di considerare l'uomo e gli oscuri meandri della sua mente come un semplice laboratorio in cui la scienza verifica le sue ipotesi. A vent'anni di distanza l'utopia di Basaglia di fare della clinica un laboratorio per rendere "umane" e non "oggettivanti" le relazioni tra gli uomini è naufragata e fallita. E, in altri campi, già se ne vedono gli effetti con gli immigrati, con i tossici, con i senzatetto, con gli emarginati. Questo Basaglia un po' lo sapeva e un anno prima di morire lo diceva anche: "Potrà accadere che i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so". Noi che siamo sopravvissuti alla sua morte sappiamo che non basta chiudere l'istituzione manicomiale e porre fine alle vite bruciate fra le sue mura, silenzioso olocausto consumato nel nome della scienza. Oggi la scienza si è fatta esigente, più asettica, persino più pulita, ma decisamente più invasiva di quanto non fosse nell'istituzione manicomiale. Oggi a essere minacciata è la società come istituzione totale, dove troppi individui, nel tentativo di gestire al meglio i propri umori, preferiscono, alla relazione sociale, il ricorso quotidiano alle pillole, fino a trasformarsi in robot chimici sempre all'altezza delle loro prestazioni, nel cupo silenzio della loro anima. A questo proposito Franco Rotelli, che ha raccolto l'eredità di Franco Basaglia, scrive in un saggio che si può leggere nel volume citato: La psicoanalisi, che la biologia molecolare e la neurofisiologia, potranno fare ancora molti progressi e di conseguenza avere poteri ancora maggiori, le neuroscienze potranno dirci ancora molto sul cervello, e molto ancora ci dirà la genetica. C'è però una cosa su cui mai potremo avere risposte da queste scienze: sull'etica, ossia sulla modalità con cui gli uomini decidono di stabilire un contratto sociale, sui valori e sui punti in base ai quali gli uomini decidono di stabilire le modalità del proprio relazionarsi. Questo era il progetto di Basaglia. La chiusura dei manicomi era solo un primo passo, in un campo limitato, quello del disagio mentale, per chiedere alla società di non avere più paura della diversità che ospita, e che, in questa o in altre forme, sempre di più dovrà ospitare. Vediamo di esserne all'altezza.

  15. #15
    Kanadams
    Ospite non registrato

    CHE COS'E' LA MALATTIA MENTALE ?

    " A che servirebbe, se conoscessimo tutto ciò che accade nel cervello durante la sua attività, se potessimo penetrare tutti i processi chimici, elettrici e così via, fino all'ultimo dettaglio? Qualsiasi oscillazione e vibrazione, qualsiasi evento chimico e meccanico, non è mai uno stato d'animo, idea. Comunque vadano le cose, quest'enigma resterà insoluto fino alla fine dei tempi, e io credo che se oggi venisse un angelo dal cielo e ci spiegasse tutto, il nostro intelletto non sarebbe nemmeno capace di comprenderlo "(W. GRIESINGER)

    Il dr. Griesinger è l'essere umano a cui viene imputata la responsabilità di aver affermato che le malattie mentali sono malattie del cervello, dando inizio probabilmente al più tragico errore scientifico della storia dell'evoluzione della conoscenza umana.
    L'affermazione di Griesinger appare tanto ovvia quanto è falsa. Falsa perché non esisteva, né esiste, alcuna prova che quelli che via via individuiamo come comportamenti indesiderabili, siano dovuti a qualche cosa che non va nel nostro cervello. Il che non vuol dire che non ci siano comportamenti che possiamo trovare intollerabili, insensati, incomprensibili o pericolosi per la nostra integrità, ma solo che essi non sono frutto del modo in cui funziona il nostro cervello o la nostra biochimica, allo stesso modo in cui la paura del rapinatore che mi sta derubando non deriva dall'adrenalina che viene pompata in circolo nel mio corpo, ma dalla pistola con cui mi minaccia.
    La paura non è l'adrenalina, come la mente non è il cervello. Se una persona ragiona in una maniera diversa dalla mia ciò non può essere prova che il mio o il suo cervello siano malati. Non possiamo usare come prova di malattia neanche il fatto che un ragionamento non sia condiviso da nessuno o che abbia un effetto che la maggiorparte di noi ritiene negativo. Ci sono una serie di esempi storici che ci dicono che l'evoluzione della nostra conoscenza avviene spesso attraverso queste intuizioni individuali e deliranti; così come esistono ragionamenti umani dalle conseguenze nefaste che vengono definiti e studiati come fenomeni culturali e storici. Non voglio ricordare qui quell'uomo che per primo intuì che viaggiamo nello spazio senza una metà apparente e non siamo il centro dell'universo; né rammentarvi che i ragionamenti su cui si sono fondate nazioni e sistemi sociali quali il nazismo o la russia staliniana, non sono considerate sintomi di malattia mentale e i cervelli che ancora oggi le pensano non sono per questo considerati malati.
    Facciamo una differenza illogica fra le logiche che muovono i nostri comportamenti. E come se pensassimo che certi pensieri siano cose del tutto simili alla frequenza del battito cardiaco, alla pressione arteriosa o alla dopamina che trasmette gli impulsi da un cellula nervosa all'altra. Così come una delle funzioni del cuore è mandare in circolo il sangue, così crediamo che una delle funzioni del cervello sia quella di pensare. Come esiste una norma che regola la frequenza dei battiti del nostro cuore, crediamo che esista un modo normale di pensare.
    Questa opinione, aldilà delle apparenze e delle similitudini che usa, non ha niente a che vedere con un approccio scientifico o medico, e può essere messo facilmente in crisi da uno sguardo alla nostra quotidianità.
    Se i pensieri sono una funzione della biochimica cerebrale, e certi pensieri l'espressione del suo funzionamento normale, gli errori dovrebbero essere vere e proprie malattie mentali. In parte, come sappiamo, è così. Giudichiamo malata di mente la donna che ci ferma alla stazione e dice che siamo i suoi figli. Non abbiamo dubbi: si sbaglia perché la sua biochimica è sconvolta e il suo cervello è ammalato; così come riteniamo malato il cervello di chi afferma di essere uno qualsiasi dei personaggi storici vissuto nei tempi recenti e remoti.
    E' indicativo rilevare a tal proposito che non consideriamo normalmente sintomo di malattia la credenza, diffusa in oriente, nella reincarnazione. Milioni di individui in tutto il mondo credono di aver già vissuto altre vite e, in questo senso, possono essere Napoleone come il principe Siddharta, eppure non si ritiene siano affette da alcuna malattia. Non c'é dubbio che se in quelle culture una persona afferma di essere in realtà qualcun altro, questo fatto viene preso in seria considerazione ed è attentamente valutato come una possibilità concreta.
    Potrei portare decine di esempi come questo, tutti mostrerebbero che non esiste esperienza umana che non sia stata considerata sensata in qualche cultura o epoca, o che, al contrario, non possa diventare insensata in altre culture e epoche. Mentre non sembrano esserci differenze sostanziali sul modo di funzionare del cuore e dei polmoni di un buddista e di un cattolico, nell'anno mille o alla fine del ventesimo secolo, il loro cervello sembra funzionare in un modo del tutto diverso e elaborare via via concetti e idee sempre nuove. A chi è convinto di saper discernere fra i pensieri sani (quelli che denotano il buon funzionamento del cervello) e pensieri malati (quelli sintomo di malattia mentale), va chiesto: è sano il cervello occidentale che pensa che finiamo con la nostra morte fisica, o lo è quello orientale che crede alla reincarnazione? Erano sani i cervelli di coloro che pensavano che il sole girasse intorno alla terra e che questa fosse piatta? E cos'é che ha reso prima sani, poi malati, poi di nuovo sani, i cervelli di quelli che pensano di fare l'amore con persone del loro stesso sesso? E che dire dei cervelli degli psichiatri che hanno pensato che questa fosse una malattia?
    Tutto questo non ha senso. Invece di continuare a tracciare grossolane e tragiche suddivisioni di tutti i possibili pensieri che possono passarci per testa, dovremmo accettare la verità elementare che il pensare non determina i contenuti dei pensieri. In altre parole, i meccanismi biochimici che rendono possibile l'elaborazione di quanto sto scrivendo, non sono causa (né responsabili) delle mie idee.
    L'unico modo tollerabile di far cambiare idea ad una persona è il confronto. Si può usare anche la minaccia e il terrore, ma in questo caso non si cambia idea, si smette solo di comunicarla in pubblico. Se agiamo sul pensare, sui meccanismi biochimici e cerebrali che rendono possibili i pensieri, noi non agiamo su quella idea ma sulla capacità generale di essere una persona razionale e sensata. Tentare di far smettere qualcuno di pensare di essere Napoleone iniettandogli uno psicofarmaco, equivale a tentare di far paura a qualcuno iniettandogli qualche sostanza che stimoli la secrezione di adrenalina. Nell'un caso e nell'altro non c'é vera identità, né vera paura.
    Forse tutto ci sembrerebbe meno confuso se accettassimo che:
    " Ragione e Non-ragione sono entrambe dei modi di conoscenza. La follia è un modo di conoscere, un'altra maniera di esplorazione empirica sia del mondo 'interiore' che di quello 'esterno' ". (COOPER D. 1979, pag. 132)
    Ma di che tipo di conoscenza è depositario chi afferma che lo spirito di un uomo sta nel colore dei suoi occhi e che coloro che hanno gli occhi scuri hanno perso l'anima? E che tipo di conoscenza è quella di chi legge gli astri? Antonio non ha fatto meno verifiche e correlazioni matematiche fra le sue idee e la realtà, di quanto ne abbiano fatto gli astrologi. Eppure della loro conoscenza si servono tutti. Alcuni la bollano come fantasia e superstizione, ma nessuno pensa che sia frutto di menti malate.
    Quelli che chiamiamo deliri non sono altro se non ragionamenti non condivisi. La loro patologia non è data tanto dal fatto che essi siano necessariamente errati, quanto dal fatto che non siano condivisi. Questo spiega il significato di quel fenomeno, altrimenti inspiegabile, che fa sì che taluni sintomi di malattia mentale possono smettere di essere tali e, al contrario, alcune idee prima condivise possono entrare a far parte della diagnostica psichiatrica.
    Naturalmente nessuno di noi accetterebbe di dire che l'unica differenza fra il nostro modo di ragionare e quello di un malato di mente sta solo nel grado di condivisione che il nostro contesto esprime nei nostri confronti. Accettare il fatto che il ragionamento dell'altro abbia un valore, significa ritenere le persone che definiamo malate come una minoranza perseguitata e discriminata in ragione delle proprie idee. Questo ci metterebbe nella posizione in cui loro ci vedono già da decenni: quelli di carcerieri e persecutori.
    Forse lo siamo. Sicuramente lo siamo stati per tutti quegli uomini e quelle donne che abbiamo internato perché si masturbavano e che abbiamo castrato per curarli. Lo siamo stati per Luciano che abbiamo legato (o abbiamo acconsentito che lo facessero) ad un tavolo per il suo coma quotidiano. Lo siamo stati e lo siamo per tutti quelli che abbiamo trascinato via dalle loro case, dai loro affetti, dal loro lavoro, dalla loro fantasia e dalla loro missione e costretti a riabilitarsi, a rinnegare i loro sentimenti, i sogni e a rimangiarsi le loro idee.
    Oggi magari siamo sinceramente scandalizzati del fatto che degli innocenti siano potuti finire in manicomio. In realtà chi ha internato per decenni e considerato sintomo di malattia mentale l'adulterio, la masturbazione o l'omosessualità, non ha fatto niente di diverso da chi oggi rinchiude o cura Franco perché non trova più il suo volto. Allora come adesso gli psichiatri sanzionano, con le loro cure, tutti i comportamenti e le opinioni che non rispettano l'Ordine mentale, familiare e sociale costituito. Fra qualche decennio, i nostri figli si scandalizzeranno, forse, del fatto che trattiamo da malati di mente coloro che esercitavano, o subivano, la telepatia, mentre saranno pronti a giurare che i veri malati sono, che ne sò, quelli che cercano il contatto fisico e lo preferiscono a quello virtuale. E così via all'infinito. Una volta che abbiamo costruito questo giocattolo mortale, siamo costretti a usarlo prima che altri lo usino contro di noi. Nessuno ne é esente. Nessuno può sperare di essere così conformista da non essere notato e schedato dalla polizia psichiatrica. Neanche gli psichiatri stessi.
    Il paradosso in cui l'apparente ovvietà del giudizio psichiatrico ci intrappola, può essere chiarito da questa riflessione:
    "...se ciò che rende le espressioni 'schizofreniche' 'sintomi' è il fatto che siano incomprensibili, rimangono ancora tali quando non lo sono più? E se tali espressioni divengono comprensibili, perché rinchiudere nei manicomi coloro che le esprimono? E ancora: perché rinchiudere delle persone anche se le loro espressioni sono incomprensibili?" (SZASZ T. 1984, pag. 28)
    I sintomi della malattia mentale sono tali perché sono comportamenti e idee che non riusciamo a capire. Se ci trovassimo davvero in campo medico, ciò costituirebbe un paradosso. La natura dei sintomi psichiatrici non ha niente a che vedere con la malattia organica di cui dovrebbero essere i segni. La febbre è un evento fisico che indica un processo che sta avvenendo nel nostro organismo. Ma di quale processo biochimico è sintomo la paura che qualcuno mi voglia uccidere? E come è possibile che questa stessa paura sia considerata per alcuni di noi segno di un buon funzionamento cerebrale, mentre per altri sintomo psichiatrico fra i più gravi?
    La paura di essere uccisi è sana se è condivisa da chi ci sta intorno, come ad esempio dai soldati in una trincea. Diventa patologica se altri non credono che esista questa minaccia o, ancora, se non la trovano comprensibile.
    In genere l'incomprensibilità della nostra paura nasce dal rifiuto dei nostri aggressori di riconoscersi tali. Il giudizio psichiatrico entra in questo conflitto e sancisce che la nostra paura in realtà è una malattia mentale. Abbiamo decine e decine di prove raccolte e citate nei libri di testo di psichiatria del fatto che i pazienti sono affetti da deliri di persecuzione. Molte di queste prove sono esempi dell'insensata resistenza che i pazienti involontari oppongono alle loro cura, affermando che trattasi di una incarcerazione e di un complotto teso a distruggerli. Soffrono di un delirio di persecuzione perché rivelano qualcosa che non abbiamo voluto, e non vogliamo, vedere.
    Un tipico esempio. Un omone prende la parola in un dibattito pubblico. Ha appena finito di parlare il signor C., internato per decenni nel manicomio di Reggio Calabria. Ha raccontato le sevizie subite. Era uno di quei sudici e irrecuperabili corpi, abbandonati per terra, di cui sono cosparsi i manicomi. Veniva scansato col piede dai medici e dagli infermieri. Lui rimaneva immobile, non reagiva, stretto nella morsa della paura.
    Qualcuno di noi era ancora commosso da quel racconto, altri avevano avuto già il tempo di commentare quanto fosse necessario cambiare il modo di curare malati come il signor C. Nessuno si era chiesto, come spesso succede, cosa ne fosse stato dei suoi curatori. Forse qualcuno era lì con noi ad applaudire, forse qualcuno di loro poteva continuare a curarlo anche ora che era uscito dall'inferno.
    Gli psichiatri non hanno cambiato idea,continuano a perseverare nel loro errore, continuano a pensare che il signor C. ha bisogno di loro, delle loro nuove terapie. In un altro dibattito, qualche anno dopo, Paolo mi avrebbe colpito con la sua lucida accusa alla nostra incosciente normalità: "Ora io sto fuori" dichiarava "Ma non sto bene, perché ci sono sempre questi psichiatri che vengono a comandare pure nelle case nostre". Il signor C. lanciava la sua accusa, ma nessuno di noi poteva raccoglierla. Noi non eravamo il suo pubblico ma i suoi aggressori.
    Applaudivamo. L'omone cominciò a parlare. A braccio. Il tono oratorio. Il brusio smise di colpo. La sua voce sovrastò ogni cosa.
    "Auditorio, cari amici presenti, vicini e lontani, come si suol dire, infermieri, professori di psichiatria e, se ce ne fossero, direttori di manicomio; gente che si appella ad una migliore società, meglio, proletariato e borghesia uniti insieme in un vincolo di infamia. Il signor C. è stato preso in giro, sì, il sig. C. è stato considerato un povero cicloide perché non ha una terminologia abbastanza scientifica, che veniva qua a portare le sue rimostranze, che veniva qua a dire che praticamente aveva bisogno delle feci, che gli avevano sottratto le feci.
    Voi direte 'Ma lei cosa sta dicendo?' Ebbene io parlo in linguaggio psicanalitico".
    L'omone non era più lì. Stava davanti allo psichiatra, in piedi, gli infermieri ai lati e rispondeva ad una ad una alle accuse, con il suo orgoglio e la sua dignità. In quella stanza c'eravamo tutti e tutti eravamo sordi alle sue parole.
    "Perché voi non sapete che cos'é un ospedale psichiatrico, né che cos'é la società. Ma io vi dico che le porte sono illusorie, perché aldilà di quella porta voi potete trovare benissimo tre o quattro gorilla che possono farvi nove fiale di Serenase, tutte di seguito, endovena o quasi.
    Perché io posso testimoniare con chiarezza: questa società è malvagia, è malsana. I padri di famiglia, i cosiddetti padri di famiglia, sono degli assassini, siano essi infermieri, siano essi professori.
    Noi dobbiamo semplicemente lavarci la faccia per guardarci: e la nostra faccia è sporca. La faccia di questa società non vale nulla, perché voi, tutti quanti, siete in malafede..."
    Era vero.
    "Quando voi parlate di megacrania, di oligocrania, di frenastenia, di cicloidia, di schizoidia, voi non dite altro se non i vostri limiti. Perché voi siete dei fessi, voi non avete cuore e non sapete cosa vuol dire cordialità. Perché se aveste cuore avreste anche intelligenza. Lo disse anche S.Agostino, io non sono né cristiano, né cattolico: ' Credo ut intelligam, intelligo ut credam' . Credo per capire, capisco per credere.
    Ma voi, oltre a non essere latinisti, non siete nemmeno uomini, perché voi non sapete che l'humanitas è l'unica cosa a cui si debba aspirare. Voi sedete nei tribunali, voi sedete negli ospedali, ma siete soltanto dei fasulli e degli otri gonfi. Voi siete dei saccenti ignoranti, degli svolazzatoi frottolanti. Umanità, voi potete ridere, ma siete sempre colpevoli..."
    Un mezzo sorriso accompagnò tutto il discorso dell'omone. Quel mezzo sorriso tipico della gente comune che dice 'Questo non ci sta con la testa'. Io, come gli altri, non l'avevo ascoltato. Ero rimasto attonito a osservarne i movimenti veloci delle braccia, la figura enorme e nera piantata sul palco e quei suoi occhi fissi in un punto oltre la sala e il tempo in cui mi trovavo. Non avevo ascoltato le sue parole, la mia attenzione era rapita dal tono e dall'altisonanza del linguaggio. A me come agli altri, l'omone appariva come la caricatura di un attore che recita a soggetto. La stessa impressione che ci fanno le persone che si aggirano in tutte le piazze del mondo, gesticolando e declamando ogni sorta di verità. La nostra attenzione è rivolta a guardare dove vanno e a controllarne i movimenti. Non afferriamo ciò che ci dicono e, paradossalmente, tanto più tentano di farsi ascoltare e tanto meno noi lo facciamo, terrorizzati come siamo di quello che potrebbero farci.
    Non so se l'omone soffriva di qualcosa che potesse sensatamente chiamarsi un delirio di persecuzione. Di fatto lui era stato aggredito, legato, bastonato, rinchiuso e trattato per anni da animale...a causa di ciò che pensava e delle cose in cui credeva. Se non una persecuzione, qualcosa di molto simile. E cosa dire di noi che siamo certi che l'omone possa o voglia farci del male, pur se non ci ha mai aggredito? Come chiamare la nostra paura? Un delirio? Niente affatto. E' un sano e sensato istinto di sopravvivenza che trasmettiamo ai nostri bambini. E' insensato e delirante temere quello che possono farci degli psichiatri, armati di mezzi fisici e chimici di contenzione, così come del potere di influire sulla nostra capacità e libertà di scelta; mentre è normale aspettarsi da coloro che sono sottoposti a cura psichiatrica ogni sorta di insensata violenza.
    Fortunamente un amico aveva registrato il discorso dell'omone. La trascrizione letterale delle sue parole mi colpisce tuttora, non solo per la verità che ci leggo, ma anche per la mia sordità congenita. Era come se dentro la mia testa scattasse un meccanismo automatico di riconoscimento del discorso dell'omone come delirio. Avrebbe potuto dire qualsiasi cosa e, probabilmente, non sarei andato oltre ad un mezzo sorriso.
    Mi chiedo, se fossi trattato sistematicamente come io avevo trattato l'omone quella sera, arriverei a conclusioni diverse dalle sue? Potrei essere accusato di delirare se dico che c'é una congiura del silenzio nei miei confronti?
    Sono quasi certo che molti fra coloro che sono giunti fin qui, hanno pensato che Giovanni e l'omone non erano in realtà pazzi, ma vittime di un'incomprensione o di un errore psichiatrico. Ciò è probabilmente vero, ma vale per tutti coloro che sono in cura psichiatrica. In questo senso non esistono errori psichiatrici: è la psichiatria stessa ad essere un errore (quando non un orrore).
    L'unica differenza fra Giovanni e il nostro vicino di casa che sbraita dalla finestra tutta la notte contro persecutori invisibili, è che abbiamo avuto modo di ascoltarlo e di sapere qualcosa di lui attraverso la mediazione di un libro. Sono sicuro che nessuno di voi troverebbe normali né l'uno né l'altro se li incontrasse, così come la stragrande maggioranza di quei milioni di esseri umani che hanno visto e sono stati emozionati dal film Qualcuno volò sul nido del cuculo, non trovano normale né applaudono coloro che scappano dai reparti psichiatrici.
    Del resto conosco psichiatri che si emozionano ancora di fronte al dramma shakespeariano di Giulietta e Romeo, ma non esitano un istante a considerare malati di mente e a ricoverare coattamente quanti dicono, vogliono o tentano di uccidersi per amore.
    Gli psichiatri non si sentono carcerieri pur tenendo le persone sotto chiave. Loro, sembrano dire, non farebbero mai l'errore di lobotomizzare Jack Nicolson, come accade nel film, saprebbero distinguere fra chi ha bisogno di prendersi una vacanza dal suo cervello e chi no.
    Presunzione tanto assurda quanto tragicamente falsa.
    Alcuni anni fa feci questo esperimento. Entrai in un negozio di abbigliamento per avvertire la commessa che da lì a poco sarei tornato con una signora che era una mia paziente e che era affetta dalla strana mania di strappare i vestiti. La rassicurai che la donna adesso era sotto cura e compensata e, che ad ogni modo, ci sarei stato lì io per ogni evenienza. Naturalmente era tutto falso. Né la commessa, né la persona che era con me sapevano di questo mio esperimento. Chiunque di voi voglia ripetere l'esperimento troverà quanto innaturale possa essere l'atteggiamento di una persona che crede di aver davanti un malato di mente. Non solo, potrà osservare il potere pragmatico che hanno le nostre definizioni. La commessa aveva tradotto le mie parole da semplici affermazioni in dato di fatto.
    I più ottimisti obietteranno che un errore così madormale non può capitare a dei professionisti del settore, preparati a distinguere fra comportamenti sani e patologici. Basta però che facciano un giro nei manicomi o presso i reparti e gli ambulatori psichiatrici per cambiare drammaticamente idea. E' sufficiente che leggano una qualsiasi cartella clinica per constatare come le informazioni dei familiari e i giudizi degli psichiatri vengano trascritti come dati di fatto, mentre le opinioni del paziente siano sempre precedute da espressioni come 'a detta del paziente...', 'il paziente riferisce che...'. Il che equivale a dire che tali idee non esprimono tanto la sua versione dei fatti, quanto la malattia per il quale è internato.
    Le cartelle cliniche non raccolgono i dati o i sintomi di alcuna malattia. Le diagnosi psichiatriche, a rigore, non si basano neanche su ciò che un individuo fa, dice o pensa, ma su quanto gli altri riferiscono egli faccia, dice e pensa. Teoricamente, e praticamente, noi potremmo ottenere una diagnosi psichiatrica per ognuno dei nostri familiari e amici. Ci basterebbe riferire alcuni comportamenti che gli psichiatri chiamano sintomi e poi affermare che il nostro congiunto o amico nega di compierli. Il fatto che un individuo possa sembrare normale non rileva per uno psichiatra, questa normalità deve essere testimoniata da chi gli sta accanto.
    L'esperimento di Rosenham, condotto da professionisti americani e più volte citato nei testi di critica alla psichiatria (cfr. ANTONUCCI G. 1986; FORTI L. 1975) , è un'altra prova dell'assurda pretesa della psichiatria di saper e poter distinguere il sano dal folle. Un gruppo di professionisti si presentarono in una serie di strutture psichiatriche con vario orientamento terapeutico cercando di farsi ricoverare. Tutti affermavano di aver udito delle voci che in maniera confusa affermavano cose come 'inutile' o 'vuoto'. Durante il colloquio di ammissione i pazienti avevano risposto alle domande correttamente riguardo alla loro situazione sociale, le loro esperienze e i loro rapporti. Subito dopo il ricovero avevano smesso di lamentare il sintomo per il quale erano stati ricoverati e avevano preso a collaborare attivamente con il personale.
    Per tutta la durata del ricovero nessun membro dell'èquipe aveva avanzato dubbi circa la loro malattia. Nel loro rapporto gli sperimentatori citano il fatto paradossale che gli unici a nutrire dubbi sulla loro identità, erano stati altri ricoverati che li avevano accusati di non essere pazienti ma persone che erano lì per una qualche ricerca o controllo. Che i pazienti siano osservatori sensibili e attenti della realtà non deve stupirci, quello che invece bisogna chiedersi, e che gli sperimentatori dimenticano di segnalare nel loro rapporto, è se questi ricoverati che li avevano riconosciuti e, probabilmente, denunciati ai medici del reparto, siano stati curati di questo loro delirio. E, in caso di risposta affermativa, cosa avevano pensato questi terapeuti quando era stato loro rivelato che i loro pazienti avevano ragione? Come avevano giustificato questo errore? E come poteva essere evitato?
    Credo di non aver mai sentito sulla bocca e negli scritti di alcun psichiatra una sola parola di sincera e chiara autocritica circa gli orrori a cui aveva partecipato, a volte ignaro e incosciente, altre volte consapevole e sadico. Ogni lobotomia, castrazione, febbre malarica, internamento, camicia di forza, discinesia tardiva, elettroshock, interdizione... è stata giustificata come il prezzo necessario da pagare sull'altare della ricerca medica per debellare questa terribile malattia. Una malattia tanto terribile che le persone non hanno mai ammesso di avere, una malattia che non è stata mai tanto terribile quanto le terapie che hanno cercato di curarla.
    In psichiatria non ci troviamo mai davanti a delle terapie, ma a degli esperimenti. Le cose che gli psichiatri fanno non sevono a curare quanto a dimostrare l'esistenza della malattia mentale. Come scrive SZASZ:
    "Per stabilire la natura organica della paralisi, i ricercatori medici studiarono il cervello dei cadaveri dei paretici e cercarono di definire e di dimostrare l'istopatologia della malattia. Non cercarono però di dimostrare che la paralisi era una malattia organica del cervello, mutilando il corpo del paretico, chiamando questa una 'cura' e facendo illazioni da tale intervento 'terapeutico' sulla natura della malattia. Comunque la lobotomia, così come lo shock da insulina prima e l'elettroshock poi, furono introdotti nella psichiatria, e il loro impiego fu giustificato, in basa ad un simile pervertimento della logica e del metodo scientifico". (SZASZ T. 1984, pag. 89)
    Lo stesso MONIZ, premio nobel per la medicina e sperimentatore di uno degli interventi più radicali che la psichiatria abbia mai sperimentato su cavie viventi, "...riconosce che il suo scopo nello sperimentare la lobotomia sugli esseri umani non era quello di trovare una cura per la 'psicosi' ma un supporto ideologico alla 'psichiatria organicistica' (...):
    All'epoca del mio primo tentativo, nella comprensibile ansia di quel momento, tutte le paure furono spazzate via dalla speranza di ottenere risultati favorevoli. Se fossimo riusciti a eliminare certi complessi sintomatici di natura psichica, distruggendo i gruppi di connessione delle cellule, avremmo dimostrato in modo inequivocabile che le funzioni psichiche e le zone del cervello che contribuivano alla loro elaborazione erano in stretta relazione. Questo sarebbe stato un grande passo avanti e un fatto fondamentale nello studio delle funzioni psichiche su basi organiche" (SZASZ T. 984, pagg. 88-89)
    Questo modo di sragionare non è frutto di una psichiatria arcaica, ma è fondamento della stessa logica psichiatrica. Negli stessi termini vanno giudicate tutte le terapie che di volta in volta gli psichiatri ci propongono o propongono ai nostri cari. Ciò vale anche per gli psicofarmaci. Scrive SZASZ:
    "Il fatto, per esempio, che i cosiddetti tranquillanti maggiori influiscano sul comportamento degli psicotici in modi che molta gente considera desiderabili 'prova' che i 'pazienti' così 'curati' soffrono di una 'malattia mentale' che ha una 'base organica' "(SZASZ T. 1984, pag. 89)
    Il ragionamento che ne sta alla base suona più o meno così
    "...siccome il comportamento di persone dette 'schizofreniche' può essere cambiato dai farmaci, la schizofrenia è una malattia. Che questa argomentazione, così popolare oggi in psichiatria, sia falsa, lo si può dimostrare facilmente sostenendo un'argomentazione parallela: siccome il comportamento della gente comune o cosiddetta normale, si può cambiare dando loro alcool, che è un farmaco, la normalità è una malattia e l'assunzione di alcoolici una cura" (SZASZ T. 1984, pag. 121)
    Ad ogni modo tutti gli sperimentatori furoni dimessi dopo qualche settimana con la diagnosi di schizofrenia (in un solo caso di psicosi maniaco-depressiva) e la prescrizione di terapia domiciliare.
    Che cos'é dunque la schizofrenia? A prima vista senbra solo una definizione che delle persone sono autorizzate ad applicare ad altre riguardo quanto queste dicono di se stesse (o altri riferiscono di loro). Possiamo dire che la schizofrenia non sta nella testa di chi subisce questa diagnosi, ma nella testa di chi la fa. Con lo stesso arbitrio con cui noi vediamo nel comportamento di Giovanni una schizofrenia, possiamo vedervi e leggervi ogni altro siginificato umano o sovraumano. Niente vieta a nessuno di noi di pensare che egli sia un indemoniato, un ribelle, un immaturo, un extraterrestre, piuttosto che un malato. Le prove che possiamo portare a sostegno di ognuna di queste nostre affermazioni, infatti, stanno in quello che noi percepiamo del suo comportamento o comprendiamo delle sue ragioni. Non c'è alcuna differenza, dal punto di vista scientifico e conoscitivo, nel definire Giovanni un malato o un ribelle, nessuna di queste definizioni ci dice la verità su di lui. La differenza fra queste due affermazioni è solo operativa: consiste in ciò che ci è possibile fare a e di lui.
    Naturalmente anche per l'esperimento di Rosenham è possibile sollevare dubbi circa la professionalità di coloro che accettarono i ricoveri ed elaborarono quelle diagnosi. Come è comprensibile molti sfidarono Rosenahm a ripetere l'esperimento presso la loro struttura dove sicuramente un errore del genere non poteva verificarsi. Vi ricordo che la diagnosi di schizofrenia non ha equivalenti, per quanto riguarda ai danni fisici, psichici e sociali che può determinare su chi è così definito, in nessuna altra diagnosi medica. Il grado di invalidazione delle nostre azioni, della nostra libertà di scelta, dei nostri giudizi, della nostra identità e personalità civile, dei nostri affetti, è pressocché totale. Se non esiste alcun danno dimostrabile alla base della diagnosi di schizofrenia, esistono danni drammatici e dimostrabili che l'applicazione di questa diagnosi provoca nella vita organica, psichica e sociale delle persone. Parlare in psichiatria di errore è un eufemismo. In ogni caso si tratta di un orrore.
    Rosenham rispose alla sfida dei suoi colleghi variando il tema del suo esperimento. Alcuni falsi pazienti avrebbero tentato, nei tre mesi successivi, di farsi ricoverare in una di queste cliniche che dichiaravano di usare una diagnostica scientifica e certa. La sfida, rilanciata loro da Rosenham, era di provare se erano capaci di riconoscere gli sperimentatori quando si sarebbero presentati. Nel periodo dell'esperimento furono rifiutati dalla struttura un gran numero di ricoveri e, in molti casi, uno o più degli operatori segnalava dubbi circa l'identità dei pazienti. In realtà nessun falso paziente si presentò in quel periodo presso quella struttura.
    Ciò non significa che esistano veri pazienti, ma semplicemente che gli psichiatri non sono neanche in grado di riconoscere con certezza nelle persone gli aspetti che loro stessi definiscono sintomi di malattia. I ricoveri e le cure psichiatriche solo in parte sono giustificati dalle diagnosi, spesso le diagnosi stesse sono giustificate dal tentativo di intervenire e risolvere i conflitti sociali e relazionali in cui siamo implicati. Una fiala di neurolettici endovena non è la cura di una qualche malattia, ma il modo per bloccare un individuo che sta mettendo casa sottosopra alla ricerca del proprio libretto di risparmi che noi terapeuticamente gli abbiamo sottratto e nascosto.
    Certo esistono situazioni in cui il conflitto appare impossibile e incomprensibile, come nel caso in cui Franco si scalda col padre perché non sopporta il suo modo di stare a tavola, oppure nel caso in cui Francesca accusa i suoi di volerla avvelenare. C'é il conflitto fra Nino che non dorme la notte e si aggira per le strade del paese gridando e i suoi vicini che devono tornare a lavoro domattina. Sono conflitti difficili, certo, ma non malattie. Chiamarli così serve solo a negarli, a non affrontarli e ad acuirli.
    Possiamo senzaltro ricoverare Franco, Francesca o Nino, e questa potrebbe sembrarci una soluzione. Chi di noi non sfrutterebbe la possibilità, se l'avesse, di far passare per malati mentali tutti coloro che lo criticano? E come possiamo biasimare gli psichiatri per quello che hanno fatto, quando noi usiamo la stessa loro tecnica con chi ci è più caro?
    Ma questa non è la sola strada che abbiamo di fronte. Un'altra potrebbe essere quella di capire...

    DIZIONARIO ANTIPSICHIATRICO
    esplorazioni e viaggi attraverso la follia

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