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Discussione: Effetto Drop out

  1. #1
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    Effetto Drop out

    To Drop Out: Abbandonare
    In psicologia e psicoterapia questo termine viene utilizzato quando un paziente/cliente/utente (p.c.u.) abbandona la consulenza/psicoterapia senza alcuna spiegazione. Fin qui "tutto bene": ma che effetto ha sullo psicologo/psicoterapeuta (p/p) il drop out?
    Lo p/p, mette in "discussione": la sua capacità, il sè in relazione con il p.c.u., la teoria applicata, il p.c.u. o attribuisce questo fenomeno al caso?
    E cosa cambia, ad esempio, mettere in discussione la teoria applicata piuttosto che il paziente/cliente/utente per lo psicologo/psicoterapeuta? Che effetto ha ciascuna differenza?

  2. #2
    Partecipante Figo L'avatar di Pandora
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    Ciao Accadueo,
    la questione che poni è tanto stimolante quanto complessa, proverò quindi a rispondere ai quesiti senza eccedere in "contorsionismi" concettuali

    Il drop out è uno di quei fenomeni che lo p/p dovrebbe considerare nel momento in cui prende in cura qualsiasi p.c.u., quindi, da un punto di vista teorico, dovrebbe avere gli strumenti per gestirne le conseguenze.
    Accade assai spesso però che entrino in gioco fattori personali e/o contestuali che fanno sì che il drop out possa assumere un significato fuori misura negativo e frustrante per lo p/p. A volte questi può effettuare un particolare investimento emotivo sul p.c.u., o perchè si trova in un momento in cui ha un maggiore bisogno di conferme, o perchè magari quel p.c.u. somiglia molto a qualcuno con cui lo p/p si relaziona in maniera conflittuale; potrebbe anche accadere che un certo p.c.u. si proponga con modalità che lo p/p riconosce in sè stesso e di cui vorrebbe liberarsi: in questo caso la fuga del p.c.u. potrebbe allontanare dallo p/p la possibilità di "curare sè stesso"...

    Gli effetti del drop out non sono mai gli stessi, lo stesso p/p potrebbe reagire in maniera differente di fronte a p.c.u. diversi o di fronte allo stesso p.c.u. in momenti differenti.

    Sempre su un piano teorico, la maturità professionale dell'operatore dovrebbe prevalere sull'aspetto emotivo e condurre ad una serie di riflessioni: quanto era motivato quel tale paziente, quanto ha inciso quel tale evento traumatico sul suo abbandono, forse questa terapia x non è la più adatta per quella persona..

    Sul piano della realtà però anche lo p/p mette in gioco sè stesso nel rapporto col p.c.u. e il problema si pone quando perde il controllo del "gioco": in questo caso l'abbandono della terapia può essere vissuto come un evento estremamente frustrante e minare anche in maniera grave l'autostima del terapeuta.
    E' molto importante cercare di contestualizzare l'evento senza perdere di vista gli elementi concreti: uno psicologo
    che fa terapia ai tossicodipendenti ad es. sa dall'inizio che la percentuale di drop out è altissima a causa delle caratteristiche proprie di quel tipo di utenza e di conseguenza dovrebbe essere equipaggiato ad affrontare il fenomeno;di fatto però le cose si complicano in quanto l'evento si innesta spesso in una situazione di burn out cronico per cui l'abbandono produce sofferenza nel terapeuta malgrado il suo bagaglio teorico ed esperienziale. Di conseguenza l'abbandono improvviso potrebbe porsi come un'esperienza di morte nella vita del terapeuta e come tale, necessitare di elaborazione attraverso un'adeguata supervisione, cosa che da quel che so si verifica assai raramente.

    Dove c'è la Ragione c'è il dispotismo, dove ci sono le ragioni c'è la libertà.
    (P. Martinetti)

    Giace l'alta Cartago, appena i segni
    dell'alte sue ruine il lito serba.
    Muoiono le città, muoiono i regni
    copre i fasti e le pompe arena et erba...

    (T. Tasso)

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  3. #3
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    grazie Pandora per il tuo intervento. Mi hai fatto pensare ad una serie di questioni. Prima di tutto, non è un caso che tenda sempre a differenziare i termini "paziente", "cliente" e "utente", perchè questi in un certo qual modo sono generati o generano contesto. E, in questo senso domando, ha senso terminologicamente parlando, ipotizzare che un consulente/terapeuta rimanga più frustrato a seguito di drop out, se considera la persona 'in cura' un paziente piuttosto che tipo utente o cliente? I colleghi del Se.rt non per niente (forse) definiscono "il flusso" come 'utenza' piuttosto che 'pazienza'.
    Altra questione, durante il tirocino in ente pubblico, mi capitò di osservare casi di drop out. Ho notato che c'è la tendenza a non chiamare il paziente/utente per sapere cosa è successo. La domanda è: è possibile che l'approccio teorico di appartenenza vieti, sconsigli o semplicemente ignori il fatto che potrebbe essere possibile chiamare l' utente per informarsi?
    Ci sono psicoterapeuti che effettuano telefonate proprio a questo tipo di clientela "fuggitiva" e hanno scoperto che in certi casi non si è trattato di drop out, bensì di soddisfazione per quel singolo incontro o num. di incontri.
    Ultima domanda per il momento , quando si può dire che è il tarapeuta a 'fare' drop out nei confronti del c.p.u.?

  4. #4
    Partecipante Figo L'avatar di Pandora
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    [QUOTE]Originariamente postato da Accadueo
    [B] ha senso terminologicamente parlando, ipotizzare che un consulente/terapeuta rimanga più frustrato a seguito di drop out, se considera la persona 'in cura' un paziente piuttosto che tipo utente o cliente? I colleghi del Se.rt non per niente (forse) definiscono "il flusso" come 'utenza' piuttosto che 'pazienza'.

    Direi proprio di si, non a caso in contesti quali i sert dove il drop out raggiunge livelli elevati l'utilizzo di una certa terminologia produce una distanza tale da permettere all'operatore di controllare il coinvolgimento e, conseguentemente, gli effetti emotivi dell'abbandono.
    Accade inoltre che gli psicologi che lavorano con le tossicodipendenze si trovano più di altri colleghi a fare i conti con il burn out, essendo spesso la relazione terapeutica quasi totalmente priva di meccanismi restitutivi. L'operatore finisce così con l'agire comportamenti depersonalizzanti, rifiutando il paziente/utente come persona e ridefinendolo come problema meramente tecnico. Se la situazione di burn out si cronicizza, l'abbandono da parte di un paziente/utente a volte viene vissuta dall'operatore addirittura come una liberazione.

    Altra questione, durante il tirocino in ente pubblico, mi capitò di osservare casi di drop out. Ho notato che c'è la tendenza a non chiamare il paziente/utente per sapere cosa è successo. La domanda è: è possibile che l'approccio teorico di appartenenza vieti, sconsigli o semplicemente ignori il fatto che potrebbe essere possibile chiamare l' utente per informarsi?
    Ci sono psicoterapeuti che effettuano telefonate proprio a questo tipo di clientela "fuggitiva" e hanno scoperto che in certi casi non si è trattato di drop out, bensì di soddisfazione per quel singolo incontro o num. di incontri.

    Sinceramente non so se esista una regola precisa o un'indicazione in merito....in passato ho collaborato con un centro alcolisti con un bacino d'utenza vastissimo e un ricambio molto frequente, con tantissime persone che si presentavano al massimo a due colloqui; ebbene, come dici tu, la prassi era non richiamare, in quanto gli operatori (pochi) non riuscivano a gestire le richieste (troppe).
    ....altro caso in cui l'abbandono viene percepito come una liberazione

    Ultima domanda per il momento , quando si può dire che è il tarapeuta a 'fare' drop out nei confronti del c.p.u.?

    Hai toccato un punto dolente!
    A volte il drop out del paziente avviene quando in realtà il terapeuta ha già agito il suo. Mi riferisco a quelle situazioni in cui lo p/p non riesce a costruire un'alleanza terapeutica col p.c.u. che finisce con lo scegliere la fuga.
    Dal punto di vista dello p/p è il p.c.u. che abbandona; dal punto di vista del p.c.u. l'abbandono, anche se non fisico, è stato già agito dallo p/p.
    Detto questo colgo l'occasione per consigliarti un libro molto interessante di P. Casement: "Apprendere dal paziente"....secondo me ogni terapeuta assennato dovrebbe tenerlo sul comodino!

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  5. #5
    Daidaidaidai
    Ospite non registrato
    Complimenti per la discussione Sono uno studente di psicologia clinica che ha seguito per un certo periodo una terapia ad orientamento dinamico. Ho avuto modo di affacciarmi alla 'realtà' degli interventi terapeutici e devo dire che il drop out è un tema di cui si parla molto poco quasi che in una corretta pratica professionale questa non dovrebbe mai avvenire. In realtà è una pratica frequente associata ad una miriade di idee differenti (dall'essersi sentito così bene dopo la seduta da ricominciare una nuova vita a sentirsi abbandonati e traditi dal terapeuta). Posso rivolgervi una domanda, dal momento che mi sembrate persone informate e preparate?
    Credete che sia possibile che il processo psicoterapeutico che viene fatto sui terapeuti in formazione abbia dei 'buchi' che portano a terapie non ottimali e quindi a terapeuti poco pronti a fronteggiare l'impatto emotivo ed esperienziale del paziente? Come studente mi interesso sul piano scientifico della valutazione dell'efficacia delle psicoterapie. Mi sono tuttavia accorto che è impossibile fare una valutazione realmente accurata dell'efficacia dei diversi metodi se i gruppi di terapeuti di ciascun orientamento non includono terapeuti con qualità di formazione omogenea. Purtroppo spesso si sostiene la validità o la non validità di un orientamento teorico in base alla bravura del suo esecutore materiale più che in base ad una reale comprensione del perchè quel metodo e quel terapeuta hanno riportato un successo nel caso x e un fallimento nel caso y. Da queste informazioni raccolte in modo aperto e sistematico potremmo trarre informazioni per migliorare il modo in cui addestriamo i nostri terapeuti, alimentando - o così mi pare - una spirale positiva di conoscenze e abilità.
    Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate.

    Fabrizio

  6. #6
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    Sto facendo nuove connessioni grazie ai tuoi interventi
    La prima è che ci sia una relazione tra drop out e burn out. Sembra che, nel momento in cui si attivi uno di questi 'meccanismi', ci sia come effetto il rischio che si attivi l'altro e viceversa; tipo la storiella della coppia che litiga: "io ho fatto drop out perchè tu sei burn out!", "Io sono burn out perchè tu hai fatto drop out!".
    Da qui, parte una seconda connessione: quella con la possibilità di drop out e burn out dello psicologo/psicoterapeuta con il drop out dell' utente/paziente. Questo mi fa tornare alla mente gli operatori del Sert (naturalmente in generale). Se io, come psicologo del sert, dopo anni di lavoro, ho appreso con l' esperienza che il drop out dell' utenza è elevato e che questo nel passato (della mia esperienza) ha 'causato' burn out, oggi ho imparato che è possibile 'attivare' il drop out prima che lo faccia l' utente. Il ragionamento sembrerebbe: Dato che so che molti utenti mi abbandoneranno e che questo abbandono in passato mi "bruciò", adesso sono io ad "abbandonare" (attraverso minore coinvolgimento emotivo ed 'energetico', protocolli di azione rigidi e 'freddi', ecc.) prima che lo faccia l'utente.
    Ma a questo punto ecco le domande della giornata :
    esiste anche il burn out dell' utenza?
    La cronicità di un malessere potrebbe essere connessa al "girare" continuamente per le struttute sanitarie che effettuano drop out, 'causando' una sorta di burn out "utenzile" (licenza poetica)?

    P.S. grazie per il libro. Già dal titolo mi gusta tanto

    Ciaociao (quattro)Dai ,
    Credete che sia possibile che il processo psicoterapeutico che viene fatto sui terapeuti in formazione abbia dei 'buchi' che portano a terapie non ottimali e quindi a terapeuti poco pronti a fronteggiare l'impatto emotivo ed esperienziale del paziente?
    Secondo me, molto dipende dalla epistemologia che sta alla base della teoria/azione che si segue e anche dalla epistemologia dell' insegnamento della teoria/azione. I 'buchi' sono inevitabili nella trasformazione da teoria ad azione. Per rendere più chiaro il concetto, cito la frase celebre di Bateson: "la mappa non è il territorio". In questo caso la mappa potrebbe essere connessa alla teoria; abbiamo le coordinate, dettagli di zone, zone montuose e fiumi.. allo stesso tempo abbiamo le descrizioni delle emozioni, gestione della relazione terapeutica, i vissuti, ecc..
    Per quando possiamo perfezionare una mappa o una teoria, questa non potrà coincidere con il territorio o con l'azione. Nel territorio ci sono gli alberi e fiori, le casette, persone e animali in movimento... nell 'azione ci sono io con una vita "alle spalle", ci sono gli altri, le relazioni che si generano, i contesti, i tempi, le teorie che abbiamo in mente, ecc.. Questo, dovrebbe riportare a quello che affermi:
    Purtroppo spesso si sostiene la validità o la non validità di un orientamento teorico in base alla bravura del suo esecutore materiale più che in base ad una reale comprensione del perchè quel metodo e quel terapeuta hanno riportato un successo nel caso x e un fallimento nel caso y. Da queste informazioni raccolte in modo aperto e sistematico potremmo trarre informazioni per migliorare il modo in cui addestriamo i nostri terapeuti, alimentando - o così mi pare - una spirale positiva di conoscenze e abilità.
    Oggi 2005, non siamo in grado epistemologicamente e metodologicamente di effettuare osservazioni che mettano in relazione teoria/azione e psicoterapeuta con il successo o il fallimento. Il lavoro risulterebbe talmente complesso che si preferisce soffermarsi nella valutazione del "fenomeno" più relativamente stabile: la teoria. Comunque, secondo me, presto emergeranno pionieri della ricerca che svilupperanno interessanti strumenti in tal senso (Gianni sono ottimista )

  7. #7
    Partecipante Figo L'avatar di Pandora
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    [QUOTE]Originariamente postato da Accadueo
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    Sto facendo nuove connessioni grazie ai tuoi interventi
    La prima è che ci sia una relazione tra drop out e burn out. Sembra che, nel momento in cui si attivi uno di questi 'meccanismi', ci sia come effetto il rischio che si attivi l'altro e viceversa; tipo la storiella della coppia che litiga: "io ho fatto drop out perchè tu sei burn out!", "Io sono burn out perchè tu hai fatto drop out!".

    In effetti, è proprio così

    Da qui, parte una seconda connessione: quella con la possibilità di drop out e burn out dello psicologo/psicoterapeuta con il drop out dell' utente/paziente. Questo mi fa tornare alla mente gli operatori del Sert (naturalmente in generale). Se io, come psicologo del sert, dopo anni di lavoro, ho appreso con l' esperienza che il drop out dell' utenza è elevato e che questo nel passato (della mia esperienza) ha 'causato' burn out, oggi ho imparato che è possibile 'attivare' il drop out prima che lo faccia l' utente. Il ragionamento sembrerebbe: Dato che so che molti utenti mi abbandoneranno e che questo abbandono in passato mi "bruciò", adesso sono io ad "abbandonare" (attraverso minore coinvolgimento emotivo ed 'energetico', protocolli di azione rigidi e 'freddi', ecc.) prima che lo faccia l'utente.

    Questo è il problema più spinoso nella relazione con un'utenza fortemente disagiata quali i tossicodipendenti: il trattamento spesso fallisce proprio perchè il terapeuta evitando di mettersi in gioco non permette al paziente di fidarsi di lui...il classico esempio di profezia che si autoavvera!

    Ma a questo punto ecco le domande della giornata :
    esiste anche il burn out dell' utenza?
    La cronicità di un malessere potrebbe essere connessa al "girare" continuamente per le struttute sanitarie che effettuano drop out, 'causando' una sorta di burn out "utenzile" (licenza poetica)?

    "Utenzile" mi piace, credo lo prenderò in prestito!

    Anche se i "puristi" del burn out considerano tale sindrome peculiare degli operatori, si, penso che si possa parlare di burnout dell'utenza; forse alcune dinamiche possono assumere sfumature specifiche, di fatto il contatto con un servizio assistenziale in burn out provoca nell'utente frustrazione, rabbia, impotenza e, in casi estremi ideazioni suicidarie....se questo non è burn out!

    Si può dunque parlare di burn out degli operatori e degli utenti; si può parlare di drop out del p.c.u. e dello p/p e direi che a questo punto si può aggiungere un'altra dimensione a cui mi hai fatto pensare attraverso le tue riflessioni sul settore pubblico.
    Mi riferisco al drop out agito dalla committenza nel caso in cui essa non coincida con l'utenza.
    Mi spiego meglio portando un esempio della mia esperienza come psicologa del sert interno nel carcere della mia città, dove il detenuto che fruisce del trattamento è un utente e l'istituzione totale il committente: nel mezzo ci siamo noi operatori.
    Accade spesso che vengano attivati dei progetti successivamente interrotti senza preavviso per cui il detenuto inizia un lavoro, terapeutico o risocializzativo che sia e da un giorno all'altro deve interromperlo (spesso senza che gli siano fornite spiegazioni) perchè magari per ragioni burocratiche il progetto viene annullato e all'operatore x viene revocato il permesso di ingresso. Accade anche che il detenuto venga trasferito senza alcun preavviso, il che significa interrompere il trattamento precedentemente avviato; accade talora che di punto in bianco lo psicologo x venga trasferito dal reparto y al reparto z; in tutti questi casi il drop out, anche se fisicamente agito dall'operatore è di esclusiva responsabilità della committenza, che nello specifico è incarnata dall'istituzione totale...

    L'esempio che ti ho portato ahimè ingenera un'ulteriore complicazione: il burn out della committenza.
    Gli psicologi penitenziari operano in un ambiente estremamente complesso in quanto il loro intervento, rispondente alla logica dell'aiuto deve inserirsi in un contesto in cui a prevalere è la logica del controllo, incarnata dal personale di custodia. Si tratta spesso di agenti senza specifiche preparazioni, costretti a turni massacranti a fronte di compensi molto bassi e di conseguenza, fortemente esposti al rischio di burn out, i cui effetti finiscono per danneggiare l'utenza (si risponde alla violenza con la violenza) e vanificare il lavoro già di per sè arduo degli operatori....

    Se ti vengono in mente ulteriori riflessioni in merito, sono a disposizione

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  8. #8
    Partecipante Figo L'avatar di Pandora
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    Originariamente postato da Daidaidaidai

    Come studente mi interesso sul piano scientifico della valutazione dell'efficacia delle psicoterapie. Mi sono tuttavia accorto che è impossibile fare una valutazione realmente accurata dell'efficacia dei diversi metodi se i gruppi di terapeuti di ciascun orientamento non includono terapeuti con qualità di formazione omogenea. Purtroppo spesso si sostiene la validità o la non validità di un orientamento teorico in base alla bravura del suo esecutore materiale più che in base ad una reale comprensione del perchè quel metodo e quel terapeuta hanno riportato un successo nel caso x e un fallimento nel caso y. Da queste informazioni raccolte in modo aperto e sistematico potremmo trarre informazioni per migliorare il modo in cui addestriamo i nostri terapeuti, alimentando - o così mi pare - una spirale positiva di conoscenze e abilità.
    Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate.

    Fabrizio
    Hai toccato una questione che pesa da anni sullo status della nostra professione: la dimensione della quantificazione di un fenomeno, conditio sine qua non per poter parlare di scienza.
    Purtroppo, come ha già esaurientemente esposto Accadueo non siamo attualmente nelle condizioni di ovviare a tale lacuna, fornendo ai nostri detrattori un ragionevole pretesto per dubitare della psicologia come disciplina scientifica.
    La soluzione probabilmente è ancora lungi dall'essere disponibile, il fatto però che il problema venga riconosciuto e affrontato fa pensare che qualcosa presto si muoverà....

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  9. #9
    son tornato...
    non ho letto tutto ma la domanda mi interessa, quindi da buon impulsivo quale sono prima rispondo e poi leggo (penso).
    Per me quando il paziente droppa è esclusivamente colpa o responsabilità del terapeuta.
    Che effetto ha? l'effetto dovrebbe essere stimolare lo spirito critico e valutare cosa si è sbagliato nell'ingaggio.
    Ormai il modello di Prosaska e di Clemente sugli stadi del paziente è abbastanza superato dalla ricerca... la vera sfida che riguarda tutte le scuole psicoterapeutiche è quella di ingaggiare bene il paziente e questo si può fare, secondo me, solo attraverso la relazione.
    D'altra parte è ovvio che il paziente porta un problema e affermare che il paziente ha droppato perchè ha un problema mi sembra un po' nascondere la testa sotto la sabbia...
    ciao ad accadueo che non so se si ricorda di me e delle accese discussioni che facevamo.

  10. #10
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Re: Effetto Drop out

    Originariamente postato da Accadueo
    To Drop Out: Abbandonare
    In psicologia e psicoterapia questo termine viene utilizzato quando un paziente/cliente/utente (p.c.u.) abbandona la consulenza/psicoterapia senza alcuna spiegazione. Fin qui "tutto bene": ma che effetto ha sullo psicologo/psicoterapeuta (p/p) il drop out?
    Lo p/p, mette in "discussione": la sua capacità, il sè in relazione con il p.c.u., la teoria applicata, il p.c.u. o attribuisce questo fenomeno al caso?
    E cosa cambia, ad esempio, mettere in discussione la teoria applicata piuttosto che il paziente/cliente/utente per lo psicologo/psicoterapeuta? Che effetto ha ciascuna differenza?
    Ciao a tutti ed in particolare al ritorno di Vincent...

    Non ho letto gli altri post per mancanza di tempo però vorrei comunque apportare un mio contributo.
    Il fenomeno del drop out è del tutto naturale. Il clinico commette un errore se non lo considera tale. Il drop out non si riferisce solo alla psicoterapia ma in una visione più ampia può considerarsi inserito nelle relazioni tra professionisti e utenza.

    E' un errore, sempre a parer mio, se il drop out mette in crisi il clinico, e la sua epistemologia di riferimento. Anzi, credo sia un errore del tutto naturale del clinico... alle prime esperienze.

    Il clinico dovrebbe porsi il problema casomai quando il fenomeno raggiunge proporzioni importanti e rimanere sicuro se, al contrario, questo non avviene.

    A sostegno di questa tesi posso indicare lo studio di una categoria di pazienti che alcune scuole denominano 'pazienti barracuda'.
    Il 'paziente barracuda' ha il vizio di cambiare continuamente terapeuta indipendentemente dalle manovre del clinico, andando ad incrementare la fila dei drop out.

    Si consideri inoltre che lo psicologo per antonomasia lavora con persone la cui stabilità, intendendo anche stabilità nel seguire una terapia, è spesso compromessa già molto prima dell' incontro con il clinico.

    Saluti

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  11. #11
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    il mal di testa è finito, posso leggere e scrivere

    Pandora, hai introdotto anche il discorso "committenza" con il drop out e il burn out (mi inchino ancora una volta). La tua esperienza è come un tesoro che deve essere scoperto!
    Io sono ignorante rispetto alle situazioni di tossicodipendenza delle carceri, potresti raccontare (anche brevemente) come funziona l' iter riabilitativo assistenziale? Chi sono le figure interessate? I tipi di interventi? E poi, mi sorge una curiosità, le associazioni cattoliche entrano in relazione anche con le riabilitazioni dalle tossicodipendenze in carcere? Vengono utilizzati anche metodi che hanno avuto successo in comunità come "San Patrignano"?
    Ritornando alla committenza, sempre in ambito pubblico mi è capitato di osservare drop out in alcune realtà scolastiche, in particolare quando una istituzione come neoropsichiatria infantile con il suo psichiatra diagnostica un disturbo ad un allievo e questo subisce drop out da parte degli insegnanti. La storia, diventa un grosso problema nel momento in cui la famiglia rifiuta la diagnosi del figlio e quindi l' insegnante di sostegno, con la conseguenza che questo rimane abbandonato da "tutti". Il giochino dello "scarica barile"!
    Mi sta anche venendo in mente, che ci sono delle situazioni (secondo un "ragionare" sistemico) nelle quali avviene drop out del cliente nel momento in cui qualcosa sta avendo un effetto in famiglia ed è questa che "obbliga" al drop out.. "Fallo stare bene, ma senza cambiarlo"!
    Domanda del giorno:
    la delega, gli invii e lo "scaricare barili", possono anche essere considerate delle forme sottili di drop out?


    Ciao Vincent , che bello che sei tornato! Certo che mi ricordo le conversazioni che facevamo..
    anche io sono d'accordo sul fatto che è importantissimo il momento dell' ingaggio. Allo stesso tempo, ci sono situazioni, persone e istituzioni , come Pandora ha raccontato e anche Wrubens con il "paziente barracuda", che hanno molto più "potere" dello generare una buona relazione terapeutica..

  12. #12
    Partecipante
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    ciao ragazzi mi fa piacere che si aprli di questi argomenti! io sono una psicologa volontaria in un Ser.T e la mia esperienza non mi sembra molto simile alla vostra, sarà forse che io ho un approccio costruttivista (sono iscritta alla scuola di psicoterapia costruttivista), per cui il mio approccio è molto diverso!

    Penso innanzi tutto che il terapeuta dovrebbe scendere dal suo piedistallo e pensare che forse se i pazienti droppano potrebbe essere a causa sua e non a causa di quelle storielle che si raccontano gli psicoanalisti sulla resistenza o sulla intolleranza alla frustrazione! Per me i pazienti non sono più "pazienti" ma diventano "impazienti" nel senso che qualcosa non gli va più e cercano un modo, magari la relazione terapeutica per cambiare; per ciò se guardiamo bene sono pochi gli impazienti che vanno al Ser.T, vi siete resi conto di che tipo di servizio si tratta? Si impone sulla devianza, sulla manifestazione di questi soggetti, se un terapeuta che si trova ad operare là pensa di essere il salvatore che riporta sulla retta via dell'astinenza il povero tossico allora penso abbia capito gran poco. Tanti utenti vanno in drop-out, ma mi chiedo io: sono mai stati in drop-in? Sono gli impazienti che vanno in drop-out o quelle persone che hanno incontrato sulla loro strada ricoveri ospedalieri, incidenti di vario tipo, forze di polizia etc.?
    Vi chiederete cosa ci faccio allora al ser.t, dunque penso che se riesco ad aiutare anche uno solo di quegli impazienti ho fatto il mio lavoro!
    e poi non è vero che l'approccio motivazionale di di prochaska e di clemente è superato io starei bene attenta alla ricerca perchè quando si tratta di misurare le persone non so quanto siano attendibili le misure e nemmeno quanto sicuri siamo che misurino effettivamente ciò che vogliamo misurare!

    Un ultimo punto: penso che chi sia interessato a lavorare nel settore delle dipendenze debba sempre tener presente che un setting troppo rigido uccide la relazione e noi si è mai in due (terapeuta-impaziente), ma sempre in tre! -> terapeuta-impaziente-sostanza<----- ciao

  13. #13
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    il mal di testa è finito, posso leggere e scrivere
    Spero di non avertelo fatto venire io il mal di testa

    Pandora, hai introdotto anche il discorso "committenza" con il drop out e il burn out (mi inchino ancora una volta). La tua esperienza è come un tesoro che deve essere scoperto!
    Io sono ignorante rispetto alle situazioni di tossicodipendenza delle carceri, potresti raccontare (anche brevemente) come funziona l' iter riabilitativo assistenziale? Chi sono le figure interessate? I tipi di interventi? E poi, mi sorge una curiosità, le associazioni cattoliche entrano in relazione anche con le riabilitazioni dalle tossicodipendenze in carcere? Vengono utilizzati anche metodi che hanno avuto successo in comunità come "San Patrignano"?
    Ti spiego in sintesi come funziona: quando ll detenuto entra in istituto fa un colloquio con lo psicologo del Servizio Nuovi Giunti che decide la sua sistemazione; se il detenuto dichiara di essere tossicodipendente viene affidato a uno psicologo del sert interno che inizia il trattamento in collaborazione con diverse figure: gli educatori, lo psichiatra, il medico e l'infettivologo in caso di sieropositività. Se il detenuto faceva uso di sostanze prima dell'arresto viene trattato con metadone e psicofarmaci fino a completa detossificazione.

    Lo psicologo del sert interno si occupa principalmente del sostegno e nel caso in cui il detenuto debba scontare una pena o un residuo pena non superiore a tre anni, della messa a punto di un programma terapeutico da effettuare all'esterno: per legge il td che accetta di sottoporsi a un trattamento detossificativo può usufruire o degli arresti domiciliari o scontare la pena in un'apposita comunità.
    E qui veniamo alla tua curiosità sulla metodologia.
    Chiaramente il tipo di intervento è individualizzato, pertanto deve tener conto del livello affettivo e cognitivo del detenuto: comunità "estreme" come san patrignano, se esistono, non vengono prese in considerazione (a quel punto, è meglio il carcere!), però se la persona non ha i requisiti per effettuare un lavoro psicologico può essere indirizzata verso comunità incentrate sul lavoro e sul rispetto delle regole piuttosto che in una struttura che lavora più sull'introspezione e la presa di coscienza.
    In genere si valuta caso per caso attraverso una serie di colloqui e si decide assieme agli altri operatori istituzionali.....chiaramente il drop out dell'utente in questo caso è rarissimo, visto che anche se la motivazione intrinseca spesso è inesistente, la motivazione estrinseca (uscire di galera) è mooolto forte!

    Quanto ai volontari della Caritas (ass. cattoliche) ahimè vengono in contatto con tutti, e dico ahimè perchè spesso si tratta di persone tanto volenterose quanto incompetenti e prive di strumenti relazionali ad hoc...il carcere è un contesto particolarmente delicato e non di rado accade che il lavoro dei professionisti venga inconsapevolmente guastato da persone inesperte che ingenerano nei detenuti false speranze (es:ottenere la libertà quando non ne esistono i presupposti).
    Io non dico che questi volontari non debbano essere presenti, per carità, il fatto è che dovrebbero ricevere una apposita formazione prima di entrare, cosa che spesso non accade

    Riguardo al contesto scolastico, sono completamente ignorante ma concordo con te sul pensare che la logica dello scaricabarile sia una sorta di drop out "mascherato": accade non di rado che in contesti fortemente disagiati l'eccessiva burocratizzazione ingenera burn out e il burn out produce inevitabilmente drop out.

    Mi sta anche venendo in mente, che ci sono delle situazioni (secondo un "ragionare" sistemico) nelle quali avviene drop out del cliente nel momento in cui qualcosa sta avendo un effetto in famiglia ed è questa che "obbliga" al drop out.. "Fallo stare bene, ma senza cambiarlo"!
    Hai perfettamente ragione....soprattutto quando è la famiglia che sgancia i soldi : spesso i cambiamenti rompono degli equilibri, magari il paziente diventa aggressivo con i familiari, che finiscono col pensare:"spendiamo tanti soldi e lui sta pure peggio".
    La cosa migliore sarebbe fare terapia potendosela pagare, purtoppo non tutti se la possono permettere e in genere non ci è dato scegliere quando stare male....

    Dove c'è la Ragione c'è il dispotismo, dove ci sono le ragioni c'è la libertà.
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  14. #14
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    Un ultimo punto: penso che chi sia interessato a lavorare nel settore delle dipendenze debba sempre tener presente che un setting troppo rigido uccide la relazione e noi si è mai in due (terapeuta-impaziente), ma sempre in tre! -> terapeuta-impaziente-sostanza<----- ciao
    Ciao nuvolina
    hai perfettamente ragione, il terapeuta deve orientare la relazione tenendo conto della incomoda presenza (la sostanza); nel momento in cui non lo fa rischia di soggiacere alle manovre seduttive e manipolatorie dell'utente o attraverso un'atteggiamento collusivo, o attraverso un irrigidimento difensivo, ponendo in entrambi i casi le basi per un possibile drop out.
    Nel trattamento di tossicodipendenti ex detenuti il problema si complica ulteriormente in quanto spesso subentrano patologie reattive alla reclusione: è il caso di soggetti sieropositivi che sviluppano atteggiamenti regressivi in quanto, più di altri detenuti assumono un atteggiamento di passività e dipendenza dal carcere, che viene vissuto come una sorta di "contenitore".

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  15. #15
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    Nuvolina, mi trovo molto in accordo con te circa il fatto che utilizzare il termine "paziente" risulti scomodo piuttosto che "impaziente" in certi casi. Inoltre, mi hai fatto molto riflettere sull' ultimo punto: la relazione (nel settore delle dipendenze) è sempre in tre, terapeuta-impaziente-sostanza.
    Ebbene, il 'risultato' (di questa riflessione per adesso) è che mi verrebbe da aggiungere una quarta relazione più astratta: il tempo, quello connesso al processo terapeutico e quello implicito o esplicito di ogni partecipante (il terapeuta che è paziente o impaziente, l' utente che è paziente o impaziente e la sostanza che è paziente o impaziente) al processo. Tu Nuvolina e Pandora, nel vostro lavoro, considerando in questo momento la dimensione "temporale", come reagite, ad esempio, alla pazienza dell' utente e all' impazienza della sostanza, con pazienza o impazienza? E che effetti produce a sua volta?

    Io ho un forte pregiudizio sul fatto che all'inizio di una relazione terapeutica con un tossicodipendente e con la sostanza, se quest' ultima è impaziente ha una forza, "prepotenza", relazionale di tipo autoritaria.. nel senso che domina (almeno inizialmente) le relazioni e "produce" drop out. C'è qualcosa di veritiero in quello che ho in mente?
    Mi stanno venendo sei milioni di domande da porvi... sono troppo contento e grazie.

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