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  1. #1
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Lavoro, morti e psicologi

    Notizia non di questi giorni, i morti sul lavoro sono una costante. ad esempio:

    Economia 23/09/2005
    ILO: competitività sfrenata aumenta morti sul lavoro

    Ogni giorno nel mondo i morti per incidenti o malattie legate al lavoro circa 2,2 milioni, il 10% in più di tre anni fa. E’ la stima dell’International Labour Organization (ILO), agenzia specializzata dell’Onu, secondo cui questa cifra potrebbe essere largamente sottostimata, dato il carente sistema di rilevamento e controllo di diversi Paesi. L’incremento, in particolare per quanto riguarda gli incidenti fatali, si registra soprattutto in alcuni Paesi asiatici, caratterizzati da uno sviluppo rapido e sottoposti alla pressione competitiva innestata dalla globalizzazione. L’ILO ha recentemente presentato un rapporto sulla crescente diffusione, nei luoghi di lavoro dei Paesi poveri, di malattie contagiose, come la malaria, e di casi di tumore, dovuti alle sostanze pericolose cui i lavoratori sono esposti.

    Fonte: RSI News

    Tratto dal sito: Metamorfosi

    Beh, gente, come psicologi, abbiamo nulla da dire?

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  2. #2
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di alea
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    Ciao Guglielmo, anche restando vicino a casa troviamo notizie sconfortanti, ora la magistratura indaga sul numero degli infortuni sul lavoro nei cantieri della TAV ... la tratta alta velocità , norme di sicurezza non rispettate per accelerare i lavori ... casi sporadici?
    "Il Signore, il cui oracolo è a Delfi, non dice nè cela, ma accenna" Eraclito

  3. #3
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Ciao. Hai ragione, non occorre andar tanto lontano. E, purtroppo, sì,
    ... norme di sicurezza non rispettate per accelerare i lavori...
    . E non sono casi sporadici: se ti capita l'occasione, prendi due cantieri edili molto diversi tra di loro, poi confronta i due piani di sicurezza. Scommetto 10 a 1 che sono praticamente identici. Quel che mi chiedo io è: ma come psicologi del lavoro, nessuno ha nulla da dire? Perché tanti si preoccupano di "selezionare" i avoratori più adatti e pochi di non far morire o ammalare quelli che ci sono?

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
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  4. #4
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di alea
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    non credo sia così Guglielmo, credo che sia molto più visibile il lavoro del selezionatore, che sia una professionalità spendibile, mentre la Cultura (proprio quella con la C maiuscola) psicologica sia patrimonio della maggioranza, l'attenzione alla Comunità e ai problemi della Comunità poi, sono un impegno etico e doveroso per Tutti, psicologi ma soprattutto Umani (anche questi con U maiuscola)

    E non credo di vivere a Utopia, ci credo davvero che dovremmo tutti riappropriarci dei nostri impegni civili ed etici.

    Pat
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  5. #5
    Postatore Compulsivo L'avatar di Itsuki
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    io trovo terrificante questa cosa:
    In Giappone, è stato osservato un fenomeno medico definito “Karoshi”, che è stato collegato allo stress da lavoro; si tratta della tendenza di numerose persone, sottoposte a condizioni lavorative eccessive o nocive, a sviluppare patologie cerebrovascolari o cardiache gravi; alcune di esse sono decedute anche in modo inaspettato per problematiche di ischemiche o infartuarie.
    La medicina giapponese ha riconosciuto nell’eccesso di lavoro la causa fondamentale dello stress che ha generato o aggravato le patologie in questione.
    La mancanza delle ore di sonno necessarie per il benessere psicofisico sembra un fattore strettamente connesso all’eccesso lavorativo, che innesca profonde modificazioni nella chimica cerebrale e nel funzionamento della regolazione neurologica di tutte le funzioni vitali, un fattore che dovrebbe fare riflettere sull’assunzione di farmaci o altre sostanze volte a diminuire il sano bisogno di dormire, pur di terminare il proprio lavoro.
    (fonte: www. benessere.com ma se cercate su google "karoshi" vi usciranno fuori altre fonti molto più autorevoli)
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  6. #6
    Postatore Epico L'avatar di darcylia
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    Per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro, questa realtà è fin troppo evidente: lo dico perchè di questo problema ne ho sentito e ne sento parlare da amici che lavorano.
    Semplicemente, come tante altre realtà, è "scomoda", per cui non se ne vuole parlare.
    O, se se ne parla, lo si fa per denunciare tutte le magagne esistenti, per puntarle il dito contro....ma non si va più in là.
    Chi va oltre cercando di trovare delle soluzioni riceve poche attenzioni.
    Innanzitutto bisognerebbe tenere sempre ben presente il D.Lgs n° 626, un'attuazione delle direttive europee in materia di sicurezza sul lavoro (in questo sito potete trovarne tutto i testo, completo anche delle varie modifiche apportate http://dept.bio.unipd.it/maurizio/6...6set_home.html ).
    E' vero, non siamo medici del lavoro, ma è importante arricchire il nostro bagaglio anche di queste conoscenze. Ciò non vuol dire arrivare a sostituire la figura del medico del lavoro (non siamo medici, ovviamente) ma affiancarla offredno le proprie competenze e conoscenze per migliorare le condizioni di lavoro.
    Sto pensando, in questo caso, a quello che ha detto Itsuki: per quel fenomeno da lei citato credo che il supporto di uno psicologo all'azione del medico sia importante.
    DARCYLIA

    Ex-Referente Supremo per il F.E.R.U. nel Libero Comune di Bologna

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    E nonostante tutto....
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  7. #7
    alberag
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    Nella riga rossa del tg2 di oggi: in italia ogni giorno 4 morti e 2500 feriti stimati ogni giorno (credo intendano dalle cose più eclatanti a quelle più semplici). Ricordo che nel manuale per l'esame di stato si parlava di ergonomia e prevenzione degli infortuni: ammetto di non saperne un granchè, ma una delle poche cose che ricordo riguarda le procedure di prevenzione del rischio e di organizzazione dei ruoli per evitare situazioni in cui si crei conflitto negli spazi. Mi chiedo però quale sia il ruolo di uno psicologo nel pianificare la disposizione degli spazi: lo potrebbe fare in teoria, in quanto avrebbe il buon gusto minimo di chiedere a chi usa quegli spazi cosa ne pensa della suddivisione...peccato che il tutto sia poi in mano agli architetti...e ogni tanto di fesserie ne fanno parecchie!!

  8. #8
    Postatore Epico L'avatar di darcylia
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    Originariamente postato da alberag
    Mi chiedo però quale sia il ruolo di uno psicologo nel pianificare la disposizione degli spazi: lo potrebbe fare in teoria, in quanto avrebbe il buon gusto minimo di chiedere a chi usa quegli spazi cosa ne pensa della suddivisione...peccato che il tutto sia poi in mano agli architetti...e ogni tanto di fesserie ne fanno parecchie!!
    L'ergonomia è fatta per questo: per rendere gli oggetti utilizzabili intuitivamente dagli utenti, per rendere gli spazi lavorativi e non vivibili da parte degli utenti.
    Di fesserie se ne fanno sempre e tante!!!!
    Un esempio? Guardate le aule in cui fate lezione: la disposizione dei posti, lo spazio per gambe e corpo, le sedute, la luce, la visibilità....e vi accorgerete che tutto è anti-ergonomico.
    Io ho seguito come insegnamento opzionale ergonomia al 3° anno....e non sono mai stata così contenta della scelta che ho fatto.
    Un esame meraviglioso, da seguire e da fare.
    Ed ecco che scopre la figura dello psicologo del lavoro come ergonomo: che con le sue conoscenze e capacità può (e dovrebbe) collaborare con architetti e ingegneri....ma non succede quasi mai.
    Perchè? Perchè si pensa (sbagliando) che basti il parere di un architetto o di un ingegnere, in fondo sono anche loro degli esseri umani.....solo che non sono gli utenti finali, coloro che in quella fabbrica o in quello stabilimento ci andranno a lavorare, useranno quei banconi o le tali macchine o strutture....è questa l'enorme differenza.
    Potrei andare avanti delle ore a parlarne....ma, vista l'ora tarda, consiglio 2 cose:

    * 1 libro, "La caffettiera del masochista" ---> fantastico, scorrevolissimo, un saggio che si legge bene, senza aver bisogno di conoscenze specifiche di ergonomia perchè è pensato per tutti; io l'ho letto e studiato per l'esame ed è stato un piacere. Dopo non guarderete più gli oggetti o le cose con gli stessi occhi

    * 1 parola: partecipatory design ---> il giusto modo di progettare e produrre luoghi e oggetti.
    DARCYLIA

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  9. #9

  10. #10
    alberag
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da darcylia

    Ed ecco che scopre la figura dello psicologo del lavoro come ergonomo: che con le sue conoscenze e capacità può (e dovrebbe) collaborare con architetti e ingegneri....ma non succede quasi mai.
    Perchè? Perchè si pensa (sbagliando) che basti il parere di un architetto o di un ingegnere, in fondo sono anche loro degli esseri umani.....solo che non sono gli utenti finali, coloro che in quella fabbrica o in quello stabilimento ci andranno a lavorare, useranno quei banconi o le tali macchine o strutture....è questa l'enorme differenza.
    Risposta sbagliata: perchè esiste un dispositivo di legge per il quale la progettazione degli ambienti è deputata a chi ha l'abilitazione alla professione di architetto. Il quale, giustamente e per salvaguardare il suo ambito professionale, lo psicologo ergonomo non vuole neppure vederlo dipinto.

  11. #11
    Postatore Epico L'avatar di darcylia
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    Originariamente postato da alberag
    Risposta sbagliata: perchè esiste un dispositivo di legge per il quale la progettazione degli ambienti è deputata a chi ha l'abilitazione alla professione di architetto. Il quale, giustamente e per salvaguardare il suo ambito professionale, lo psicologo ergonomo non vuole neppure vederlo dipinto.
    Ed è proprio per questo che ti rimando al concetto di partecipatory design.
    A questo aggiungo che il lavoro di equipe, come in tanti altri casi, è più che doveroso, e non solo perchè 2 teste son meglio di 1 ma anche perchè l'architetto (con tutto il rispetto per questa categoria) non se ne "intende" di ergonomia, nel senso che (se se ne intende) non l'ha studiata con l'impostazione che ha avuto invece uno psicologo del lavoro.
    La stessa cosa vale per lo psicologo, che ovviamente non ha le conoscenze di architettura.
    Qui non si tratta di togliere il posto a nessuno: si tratta di fare ognuno il proprio lavoro al meglio collaborando per ottenere il risultato più consono e soddisfacente per l'utente.
    Perchè è l'utente la prima persona a cui bisogna pensare (o per lo meno si dovrebbe).

    Ecco, mi sono infervorata.
    Quando una questione mi prende parto in quinta e mi ci butto
    DARCYLIA

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  12. #12
    Postatore Compulsivo L'avatar di Itsuki
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    Originariamente postato da darcylia
    * 1 libro, "La caffettiera del masochista" ---> fantastico, scorrevolissimo, un saggio che si legge bene, senza aver bisogno di conoscenze specifiche di ergonomia perchè è pensato per tutti; io l'ho letto e studiato per l'esame ed è stato un piacere. Dopo non guarderete più gli oggetti o le cose con gli stessi occhi
    ih ih ih l'ho letto anch'io questo... mi hai appena ricordato che devo restituirlo al proprietario che me l'aveva prestato...ehm...

    cmq penso che la risorsa del futuro sia la collaborazione...

    quanto guadagneranno gli ingegneri edili dalla collaborazione con i geologi che gli dicono se un terreno è edificabile o meno? quanto guadagnerebbero i medici confrontando le idee proprie con quelle di uno psicologo? e i designer di interni e di oggetti a lavorare insieme ad un ergonomo o ad uno psicologo del lavoro? e quanto andrebbero avanti le ricerche se fisici, ingegneri, psicologi clinici, scienziati cognitivi e filosofi lavorassero insieme per scoprire i misteri della mente umana??

    siamo ancora molto indietro...
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  13. #13
    Partecipante Esperto L'avatar di korianor
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    Io non sono uno psicologo del lavoro (e neanche clinico!), ma sperimentale. Itsuki mi ha anticipato esprimendo proprio quello che volevo obiettare ad Alberag (Itsuki, si vede proprio che abbiamo lo stesso tipo di background culturale! ), ma volevo fornirvi degli spunti di riflessione.
    Abbiamo detto che lo psicologo del lavoro è una professione comunemente associata ad altri tipi di competenze (selezione del personale, formazione, bilanci di competenze, analisi del clima), e che un riconoscimento della figura dell’ergonomo andrebbe in direzione di un ampliamento delle competenze dello psicologo in ambito lavorativo e quindi nella maggiore possibilità di prevenire tutti questi morti. Secondo me un elemento su cui bisogna spingere per una maggiore visibilità dell’ergonomia è far comprendere alle aziende, agli architetti, agli ingegneri etc che il tipo di contributo che può dare si basa su ricerche scientifiche di quei fenomeni (lo so sono fissato… ). Fintanto che la figura della psicologo è limitata unicamente all’esperto delle dinamiche che avvengono tra le persone (ma vi ricordo che all’università c’è anche psicologia generale), ci taglieremo fuori tutta una serie di campi di applicazione che, potenzialmente, offrirebbero molta possibilità di lavoro. E’ estremamente improbabile che un architetto o un ingegnere vengano a chiedere l’aiuto di uno psicologo se non sanno che il contributo che può dare si basa su evidenze scientifiche! In Italia molti professori universitari che insegnano psicologia del pensiero danno consulenze di ergonomia alle aziende: questo perché? Sicuramente perché l’università e le loro conoscenze fanno in modo che siano inseriti in una rete di relazioni ‘fruttuose’ per effettuare delle consulenze, ma anche perché il ruolo di docente universitario da garanzie di scientificità, mentre il semplice titolo di psicologo non evoca niente di scientifico a professionisti come gli ingegneri!
    Molti argomenti di psicologia generale sono poco noti a chi non si occupa di ricerca, ma potrebbero essere sfruttati tantissimo! Ad esempio, chi di voi conosce la psicofisica e la teoria della detezione del segnale? Attraverso questo metodo, si può definire, in determinate situazioni, la sensibilità di una persona a rilevare certi stimoli e quale criterio usa per prendere queste decisioni (se ha un atteggiamento rischioso, etc); si può anche trovare un criterio ottimale. Da un punto di vista applicativo, questo si potrebbe tradurre nel dare le direttive più giuste a chi, in luoghi di lavoro, si trova a dover prendere delle decisioni che, se errate, possono causare danni a sé e agli altri.
    P.S. un altro libro, più manualistico è Mantovani ‘Ergonomia’, Il Mulino
    "Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere" (L. Wittgenstein)

  14. #14
    alberag
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Itsuki


    cmq penso che la risorsa del futuro sia la collaborazione...


    siamo ancora molto indietro...
    cari...io faccio attività principalmente di ricerca in equipe multidisciplinari (ma multidisciplinari sul serio) e vi assicuro che il principale problema non è la comunicazione inter-professionale, ma quella con l'ambito scientifico più allargato: quando sentono che nel tuo gruppo di lavoro hai medici, psicologi, infermieri, fisioterapisti, assistenti sociali, filosofi, politici, architetti, rappresentanti delle associazioni di pazienti, esperti in IT, esperti in web accessibility......allora vi chiedono: ma che fate, concretamente?? e tu li vorresti tanto avere un fucile a canne mozze.....

  15. #15
    Postatore Compulsivo L'avatar di Itsuki
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    Originariamente postato da alberag
    allora vi chiedono: ma che fate, concretamente?? e tu li vorresti tanto avere un fucile a canne mozze.....
    ti credo, ad una domanda tanto idiota un fucile potrebbe far sentire a proprio agio ma cmq...chi è che te le fa 'ste domande??

    io cmq penso che quando ci si sarà abituati a team del genere, nessuno se ne stupirà più...
    a me ancora chiedono "ma a cosa ti serve studiare quello che studi? cioè...che sbocchi hai dopo...cosa farai praticamente?" anche io in quei casi sogno un fucile a canne mozze...ma anche una lupara, basta che spari!!
    Ultima modifica di Itsuki : 10-10-2005 alle ore 15.31.18
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