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  1. #1
    tombolina
    Ospite non registrato

    La figura del counselor: chi fa che cosa?

    Questo messaggio ha un obiettivo ben preciso: indurre alla riflessione e, mi auguro, alla discussione, chi, in qualche modo, crede che, il confronto e l'incontro con l'Altro, in qualche caso, inevitabilmente, anche lo scontro, sia, pure nel rispetto delle reciproche idee e posizioni, sempre e comunque motivo di crescita e di arricchimento personale. Mi piacerebbe confrontare, appunto, la mia esperienza di docente di lettere, che ha trovato nella acquisizione di maggiori strumenti di lettura di se stessa, prima, e poi degli altri, attraverso un lungo percorso di formazione psicologica, avendo notevoli ricadute positive, soprattutto nella gestione e nella capacità di fare un'analisi più attenta e approfondita del tipo di relazioni interpersonali che, di volta in volta, si andavano stabilendo con alunni, colleghi, capi d'istituto, genitori, con chi pensa e sostiene, invece, sia pure senza voler generalizzare, che si corra il rischio ( e questa preoccupazione in più di un caso mi pare legittima), che qualcuno, sconfinando dal proprio ruolo, si dedichi all'esercizio abusivo della professione di psicologo o, peggio ancora, psicoterapeuta. L'esempio del commerciante che, dopo un master, potrebbe esercitare "psicoterapia" mi lascia sconcertata, davvero senza parole. Conosco, sia pure indirettamente, le 4000 ore, a dir poco, di chi frequenta una scuola di psicoterapia, i costi, l'impegno personale, i sacrifici, il pendolarismo forzato, e soprattutto come mamma il dramma della disoccupazione intellettuale giovanile, conosco giovani, e meno giovani, psicologi e psicoterapeuti, e mi rendo conto che 'sta figura del counselor crea notevole confusione, e per ritornare al titolo e, dunque, al chi fa che cosa?
    Io penso che solo lo psicologo possa fare lo psicologo e lo psicoterapeuta il terapeuta, il counselor è solo una specie di ponte, di filtro, di possibile trade d'union, secondo me, tra chi detiene un problema, è portatore di un disagio e chiede ascolto, o chiede una relazione d'aiuto, e chi può offrirla veramente, chi può "curare" "fare lo specchio" "IL correttore di emozioni", lo stratega; "L'evocatore del sistema di attaccamento del paziente", tutto ciò, comprese le diagnosi di personalità o la somministrazione dei test, riguarda un ambito professionale specifico, ben diverso da quello del counselor, e giustamente Pirandello diceva: "A ciascuno il suo", ma se un bambino ha la febbre, e il pediatra non è reperibile, forse che la mamma non può dargli la tachipirina? Certo, se poi gli somministra un farmaco non da banco, allora il suo delirio di onnipotenza può procurare danni seri, beh adesso mi piacerebbe che qualcuno dicesse la sua.....

  2. #2
    Postatore Compulsivo L'avatar di sunflower
    Data registrazione
    28-04-2002
    Residenza
    Taranto
    Messaggi
    3,664
    Blog Entries
    25
    A me sembra tu abbia già le risposte a questa questione secolare.
    Se ne dibatte da tempo e i rischi, nemmeno tanto rischi, ma realtà, sono quelli che tu illustri, così come le soluzioni: un corretto uso dei propri strumenti e una delineazione di confini che, mancando una tutela del settore - quello della psicologia -, è lasciata al buon senso e all'etica professionale del singolo.

    Ti invito, se ti nteressa l'argomento, a fare una ricerca nel forum di argomenti analoghi (usando il tasto "ricerca" in alto a destra). Troverai materiale interessante

  3. #3
    tombolina
    Ospite non registrato
    Credo di avere soprattutto le "mie risposte", quelle, cioè, che mi sono data cercando di pormi le domande giuste. Onestamente, prima di leggere l'articolo di Nicola, avevo conoscenze molto approssimative sull'abuso che si può arrivare a fare di un titolo che non abilita certo a usare tecniche o procedure di manipolazione della realtà umana nelle sue infinite sfaccettature.
    Ci sono, però, ancora molti dubbi da parte mia (e questo era il senso della richiesta di un confronto) che hanno a che fare con quanto, come, e fino a che punto ci sia una vera apertura e un autentico desiderio, nonostante tutto, di collaborare, da parte della vostra comunità, con professionalità altre, per un'autentica promozione del benessere e prevenzione del disagio, delle dipendenze patologiche nella fascia adolescenziale, per esempio, così spaventosamente in aumento. La mia esperienza di referente per il progetto di Educazione alla Salute mi ha portata a vivere situazioni molto diverse di interazione con chi operava presso i consultori di riferimento. Ho lavorato in classe, benissimo, con gli psicologi, ma ho anche incontrato chi invitava gli insegnanti a rimanere fuori dalla classe, per esempio. ( So bene che ci sono situazioni in cui ciò è opportuno e necessario), ma non mi riferisco a questo, bensì a qualche pre-giudizio di troppo, e se è vero, com'è vero, che i confini e la chiarezza dei ruoli sono fondamentali, è anche vero che ,a volte, è proprio la con-fusione o il dis-ordine che ci regalano una via di accesso in più a quello che, altrimenti, rimarrebbe, diciamo così inconoscibile.
    Ammetterai che, spesso, trincerarsi dietro il ruolo fa comodo, come insegnante lo so molto bene, e poi di adeguate difese e resistenze siamo dotati e attrezzati un po' tutti.
    L'Io, e tutto ciò che ruota intorno a ques'ultimo, ci governano un po' troppo, secondo me, vorremmo poter usare sempre la logica, la razionalità, il controllo, e soprattutto la paura di perderlo, ci fanno allontanare, purtroppo, spesso, dalla nostra vera essenza, da quel Sè, che non è tanto dello psicologo, ma soprattutto di quella persona unica e diversa da tutte le altre, dunque "estera" "estranea" a noi, e questo può generare molta paura.... ansia, non è detto, a mio parere, che una questione solo perchè è secolare, debba considerarsi archiviata, e non possa essere rivisitata e affrontata da angolazioni diverse, se sei psicologo/a mi insegni che la percezione o l'immagine del mondo che abbiamo è fortemente influenzata da noi stessi, così come ognuno di noi significa diversamente l'esperienza. La realtà non è statica, per fortuna, e la possibilità di rivisitare un'esperienza per attribuirle dei nuovi significati non mi sembra poi un fatto che non meriti un minimo di attenzione...

  4. #4
    silviazero
    Ospite non registrato
    Soltanto un appunto sull'invito che alcuni psicologi hanno fatto nei confronti dei profe, chiedendo loro di uscire dalla classe.
    Personalmente ho fatto diversi interventi nelle classi elementari di educazione socio-affettiva, durante i quali i maestri sono rimasti al loro posto e mi hanno anche dato una mano a portare avanti il progetto.

    Alle medie e alle superiori io preferisco che i profe stiano fuori
    per questioni anche facilmente comprensibili: con l'educazione sessuale il mio obiettivo è sempre stato quello di fare in modo che tutti gli alunni potessero intervenire e a tal fine ho cercato di metterli a loro agio. Il primo incontro, infatti, lo dedico sempre alla conoscenza della classe e alla parte introduttiva. Alcuni profe possono inibire gli interventi degli alunni, per i quali è più facile parlare con un'"estranea". Lo so anch'io che ci sono persone in gamba nella scuola, ma non tutti e non è possibile fare una scelta a priori: tu entri e tu no...

    Inoltre, l'unica volta che ho fatto degli interventi per un'associazione (e quindi non ho potuto scegliere autonomamente) alle medie i profe hanno davvero intralciato - e non poco - il mio lavoro perchè ricostruivano un clima esclusivamente didattico alle mie lezioni (ad es. richiamando all'ordine, urlando agli alunni più indisciplinati minacciandoli di uscire ecc.), quando per me era importante lavorare soprattutto sugli aspetti emotivi (non so se mi sono spiegata...).

    Per quanto riguarda l'apertura verso le altre figure professionali, a me piace molto il lavoro d'equipe ma mi "invipero veramente" quando qualcuno abusa dei nostri strumenti professionali (vedi ad es. i test). Quindi si alla collaborazione ma nel reciproco rispetto delle diverse professionalità.

    Buona serata,
    Silvia

  5. #5
    psicorox
    Ospite non registrato
    anche io ho fatto educazione sessuale nelle scuole superiori durante il tirocinio con la mia tutor, ed i prof hanno sempre lasciato totalmente carta bianca a noi psicologi di lavorare autonomamente e senza intromissioni o sovrapposizioni di ruolo facilmente equivocabili... devo dire che infatti non abbiamo mai avuto problemi con nessun docente e ci siamo trovati benissimo in qualunque scuola
    siamo andate.

  6. #6
    Partecipante Esperto L'avatar di dario14
    Data registrazione
    02-12-2004
    Messaggi
    307
    Contrattare, parlare, spiegarsi, sudare sette camicie per far capire (tu a loro) che poi sei tu ("esperto esterno") che te ne vai e sono loro (insegnanti) che rimangono in classe.......

    Prendetelo così, questo inizio.....a metà tra uno sfogo e la rappresentazione di una realtà: fatti salvi i casi particolari/specifici, che chi mi ha preceduto ha ben inquadrato, io mi sono sempre incaponito - con i colleghi dell'équipe e con gli stessi insegnanti - a portare sempre avanti un tema: si lavora insieme, appunto perchè c'è chi rimane e chi se ne va. Questo è, come dire, un titolo possibile. Altro titolo: se ne parla anche coi ragazzi, perchè non sono così da sottovalutare, perchè, in fondo, il modo di tutelarsi sulle questioni loro private, delicate, lo possono bene apprendere, sperimentare e verificare con noi e con gli insegnanti insieme (al di là se in quelle discussioni stanno dentro o fuori). E così l'intervento, a mio modo di vedere, ha già preso una buona/ottima piega, siamo già a metà dell'opera. La preparazione, intesa teatralmente come il fare le prove, sistemare i costumi, segnarsi e imparare i tempi di ingresso, ma quanto dura? Giorni, mesi....La rappresentazione: una sera? forse due? Ma se è andata bene la preparazione, ecco che i tempi della rappresentazione si possono anche dilatare. A teatro, come nella musica, c'è bisogno di orchestra, di intesa, c'è bisogno che anche l'ottimo solista non sia un altrettanto ottimo solitario.....E allora il tema del chi fa che cosa: voi che mi avete preceduto in questo thread mi state scatenando passioni e ragioni, perchè è un tema focale, gigantesco, affascinante.
    Non ho soluzioni: ci ho messo non poco tempo per dire questo e per praticarlo, per fare in modo che le soluzioni si trovassero solo insieme. Salvo ricadere ogni tanto nell'umana tentazione di potercela fare da solo, io vi confesso che insieme è meglio non tanto perchè in équipe c'è la psicologa, l'ass. sociale, l'educatore professionale, il sociologo, l'insegnante.....Oggi mi rassicuro se ho davanti persone che hanno fatto un percorso e hanno fatto una promessa: di continuarlo. E sono lieto, molto, quando mi viene chiesta la stessa cosa. Chi mi conosce bene sa quanto la preparazione, lo studio, la ricerca, la verifica per me siano importanti. Bene, da importanti diventano fondamentali se diventano strumenti di approdo al futuro, alla crescita. E quindi si riparte, sempre, ogni giorno.
    I prof, dentro o fuori? La regola è che se ne parla, con loro, con i ragazzi, tutti insieme. L'unica regola.

    Grazie per avermi provocato.

    Ciao.
    Dario

  7. #7
    tombolina
    Ospite non registrato
    Vorrei solo dire che mi fa piacere sentire che a volte è stata possibile una buona interazione tra esperti esterni e docenti.
    Credo che l'età dei ragazzi sia una cosa importante. Man mano che crescono desiderano e ricercano maggiore autonomia, anche da noi insegnanti, e, soprattutto lo psicologo ha più neutralità rispetto al proprio/a prof. Sono d'accordo ci sono circostanze in cui è bene che i docenti se ne stiano lontano dalla classe, ma nello stesso tempo, vorrei ribadire che questa cosa, quando diventa una scelta, da parte del docente, può significare anche un non voler mettersi in gioco, un non voler ri-conoscersi nella fase che i propri alunni stanno attraversando.
    Grazie per il confronto delle idee è sempre molto arricchente.

  8. #8
    silviazero
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da tombolina
    Vorrei solo dire che mi fa piacere sentire che a volte è stata possibile una buona interazione tra esperti esterni e docenti.
    Credo che l'età dei ragazzi sia una cosa importante. Man mano che crescono desiderano e ricercano maggiore autonomia, anche da noi insegnanti, e, soprattutto lo psicologo ha più neutralità rispetto al proprio/a prof. Sono d'accordo ci sono circostanze in cui è bene che i docenti se ne stiano lontano dalla classe, ma nello stesso tempo, vorrei ribadire che questa cosa, quando diventa una scelta, da parte del docente, può significare anche un non voler mettersi in gioco, un non voler ri-conoscersi nella fase che i propri alunni stanno attraversando.
    Grazie per il confronto delle idee è sempre molto arricchente.
    ...Vero!

  9. #9
    tombolina
    Ospite non registrato
    Ciao Dario, mi era sfuggito il tuo intervento!!! Come sono distratta... volevo solo dirti che anche a me le provocazioni piacciono, e che lavorare tutti insieme, quando si riesce a farlo bene è proprio bello, sono davvero molto contenta, perchè quello che dici mi pare corrisponda perfettamente a quello che senti, insomma sa di viscerale... ciao

  10. #10
    Partecipante Esperto L'avatar di dario14
    Data registrazione
    02-12-2004
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    307
    Forse sa di viscerale proprio perchè le vostre "provocazioni" mi hanno evocato esperienze passate e, spero, costantemente future, perchè per me il lavoro nella scuola - oltre ad essere occasione di crescere come educatore prof.le - mi ha sempre dato (e sempre mi darà) l'occasione di incontrare più dimensioni.
    Quella dei giovani e degli adolescenti: energia pura, ma che, se mi consenti una sorta di generalizzazione, non è così spesso considerata come tale. Molte volte ho visto l'attenzione rivolta al contenimento più che all'espressione. Contenere serve, dà il senso del limite, lo sappiamo, ma non si può fare solo quello. Sennò ci perdiamo il meglio.
    La dimensione, poi, del corpo docente e del corpo non docente....
    Anche qui avrei molto da raccontare o scambiare, per ora mi limito a pensare che incontrare prof, bidelli, dirigenti scolastici (soprattutto in condivisione di un progetto) offre una delle migliori occasioni per definire, intersecare o semplicemente riconoscere cos'è educazione, cos'è istruzione, cos'è formazione.
    Rispetto alla dimensione del lavorare in équipe con psicologi, ass. sociali, sociologi, mi sono abbastanza espresso nel precedente post. Comunque la figura professionale diversa dalla mia la incontro molto volentieri, e ancora più volentieri se, pur essendo molto definita, comunica con le altre figure in maniera produttiva. Bando ai malintesi: ciò deve valere in primis per me.
    Ritengo che questo sia un "must", un valore aggiunto che ai ragazzi darebbe la possibilità di avere davanti persone che sono le prime testimoni dell'investire nell'umano.

    Ciao.
    Dario

  11. #11
    tombolina
    Ospite non registrato
    Caro Dario,
    ci sono molti spunti interessanti, nella tua replica, è vero quell'energia pura che tu individui giustamente nei ragazzi viene più contenuta, che lasciata libera di fluire e di esprimersi ,diciamo così creativamente, in molti casi viene, ahimè, repressa.
    Insegnare, etimologicamente, vuol dire lasciare dei segni, e le tante ferite ricevute dai prof. lasciano segni indelebili, cicatrici per sempre. E poi educare, ex-ducere, e non riempire l'altro di nozioni, come fosse un otre, si potrebbe stare a discutere di questo per ore, giorni, mesi, anni, secoli forse.
    Non è facile il mio lavoro, siamo a forte rischio di bournout noi docenti. Per me parlare delle difficoltà che si incontrano da più parti, confrontare le diverse visioni di realtà, può essere un modo per far diventare qualche zavorra più leggera, tu che dici?

  12. #12
    Partecipante Esperto L'avatar di dario14
    Data registrazione
    02-12-2004
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    307
    Sì, è vero, se ne potrebbe parlare per secoli.
    Già le cose dette in questo thread da tutti occuperebbero anni solo per focalizzarle un attimo.
    Solo che a volte abbiamo il tempo a malapena per progettare, eseguire e, se va bene, verificare e reimpostare.
    Ecco che allora scattano meccanismi disordinati, che ci portano o a dimenticare le nostre mission personali, o a non vedere nell'altro quella risorsa che non ci saremmo mai aspettati, o tutt'e due le cose.
    E' un lavoro paziente di sintesi, tra il quotidiano e il sogno.
    E' lungo, ma ne vale la pena.
    Che gusto ci sarebbe altrimenti?

    Ciao.
    Dario

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