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Visualizzazione risultati 1 fino 15 di 69
  1. #1
    Partecipante Esperto L'avatar di LaurAt
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    24-06-2004
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    il fine ultimo della psicoterapia

    ...è acquisire la consapevolezza delle proprie inquietudini , le sue origini e i suoi significati?
    se è così, è da considerarsi risultato sufficiente ?
    "Tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della nostra vita." - C.F. Kettering

  2. #2
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    27-03-2004
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    471
    Il fine ultimo della psicoterapia, a mio parere, non è la presa di coscienza, ma il cambiamento. Un cambiamento migliorativo della qualità della vita, che comprende ma non si esaurisce nell'assenza sintomatica.
    La presa di coscienza è solo una via che può imboccare la psicoterapia, e nemmeno la principale...

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  3. #3
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    17-04-2003
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    Il fine ultimo della terapia è risolvere quello che si è concordato con il paziente nel momento dell' accettazione.

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  4. #4
    Partecipante Esperto L'avatar di LaurAt
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    24-06-2004
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    338
    certo, Rubens.
    mi accorgo di essermi espressa male...
    intendevo chiedere se secondo voi , per risolvere "quello che si è concordato con il paziente nel momento dell' accettazione" , il passo appena antecedente sia proprio quella consapevolezza di cui parlavo.
    ecco, il fatto è che mi riesce difficile immaginare cos'altro (mi) possa servire per risolvere le (mie) inquietudini pur sapendo bene i suoi significati!
    "Tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della nostra vita." - C.F. Kettering

  5. #5
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Non credo esista un passo antecedente all' accettazione.
    In base all' epistemologia di riferimento del terapeuta si concorda, si accetta o meno il caso, proponendo sempre un persorso.

    Non è questione di risolvere il sintomo o portare a consapevolezza il cliente, come qualcuno intende affermare.

    Il primo passo è ascoltare e capire se possediamo strumenti per poter prendere in carico quel problema.

    Che si aumenti la consapevoleza o si risolva un sintomo è sempre la derivazione di un rapporto tra le mie conoscenze e le richieste del cliente.

    Voglio ricordare che sarebbe un errore eleggere la propria epistemologia come panacea per tutti i mali. E' più corretto e professionale considerare che ogni problema ha il suo trattamento.
    Questa consapevolezza dovrebbe rendermi tranquillo sia nell' accettare che nel rifiutare un caso.
    A volte l'intervento sul sintomo può considersi cambiamento, altre volte il cambiamento richiesto può essere più radicale.

    ciao

    Rubens
    Ultima modifica di wrubens : 12-03-2005 alle ore 00.37.55
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  6. #6
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Rileggendo la tua domanda ho l' impressione di non aver sentito ciò che volevi comunicare.

    Se vuoi provare ad esprimerti diversamente per farmi capire sono qui.

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  7. #7
    Partecipante L'avatar di ellea
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    Ho fatto una domanda del genere a una psicoanalista che mi rispose distinguendo.Le psicoterapie si possono dividere in due grandi categorie esenziali:
    -quelle cognitivo-comportamentali:mirano soprattutto alla scomparsa sintomatica(superare,per es., una certa paura)
    -quelle ad orientamento analitico:mirano ad una ristrutturazione più globale della personalità,che comprende in sè la scomparsa dei sintomi.Ciò al fine di mettere la persona in grado di esprimere al meglio il proprio Sè,ovvero le potenzialità e le capacità che la nevrosi aveva distorto o soffocato.

    Penso che la trasformazione sia il fine della psicoterapia.E' una trasformazione del mondo interno del pz e, conseguentemente del suo mondo esterno, che va oltre la conoscenza delle cause delle proprie inquietudini e importa una modificazione del proprio modo di sentire.Io penso che il fine della psicoterapia sia un ribaltamento del punto di vista su se stessi che importa l'assunzione di un punto di vista diverso su tutto.

    ciao
    ---
    ellea

  8. #8
    Partecipante Super Esperto L'avatar di nicole
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    giusto Ellea
    giusto!

  9. #9
    Giurato di Miss & Mister OPs L'avatar di Parsifal
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    Originariamente postato da ellea
    Ho fatto una domanda del genere a una psicoanalista che mi rispose distinguendo.Le psicoterapie si possono dividere in due grandi categorie esenziali:
    -quelle cognitivo-comportamentali:mirano soprattutto alla scomparsa sintomatica(superare,per es., una certa paura)
    -quelle ad orientamento analitico:mirano ad una ristrutturazione più globale della personalità,che comprende in sè la scomparsa dei sintomi.Ciò al fine di mettere la persona in grado di esprimere al meglio il proprio Sè,ovvero le potenzialità e le capacità che la nevrosi aveva distorto o soffocato.

    Penso che la trasformazione sia il fine della psicoterapia.E' una trasformazione del mondo interno del pz e, conseguentemente del suo mondo esterno, che va oltre la conoscenza delle cause delle proprie inquietudini e importa una modificazione del proprio modo di sentire.Io penso che il fine della psicoterapia sia un ribaltamento del punto di vista su se stessi che importa l'assunzione di un punto di vista diverso su tutto.

    ciao
    Come fine mi sembra azzeccato!Non sono ,invece,d'accordo sull'idea che questo fine sia raggiungibile con una terapia analitica e non con una cognitiva;questa è un'idea che hanno spesso gli psicoanalisti,ma non è vera ... forse la differenza sta soprattutto in cosa ritengono essere la personalità psicoanalisti e cognitivisti

  10. #10
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Originariamente postato da ellea
    Ho fatto una domanda del genere a una psicoanalista che mi rispose distinguendo.Le psicoterapie si possono dividere in due grandi categorie esenziali:
    -quelle cognitivo-comportamentali:mirano soprattutto alla scomparsa sintomatica(superare,per es., una certa paura)
    -quelle ad orientamento analitico:mirano ad una ristrutturazione più globale della personalità,che comprende in sè la scomparsa dei sintomi.Ciò al fine di mettere la persona in grado di esprimere al meglio il proprio Sè,ovvero le potenzialità e le capacità che la nevrosi aveva distorto o soffocato.

    Penso che la trasformazione sia il fine della psicoterapia.E' una trasformazione del mondo interno del pz e, conseguentemente del suo mondo esterno, che va oltre la conoscenza delle cause delle proprie inquietudini e importa una modificazione del proprio modo di sentire.Io penso che il fine della psicoterapia sia un ribaltamento del punto di vista su se stessi che importa l'assunzione di un punto di vista diverso su tutto.

    ciao

    "Io penso che il fine della psicoterapia sia un ribaltamento del punto di vista su se stessi che importa l'assunzione di un punto di vista diverso su tutto."

    A me invece questo fine ultimo non piace per niente.
    Questa terapia assomiglia più ad un 'lavaggio del cervello' piuttosto che a qualcosa di più costruttivo...

    All' interno di percorsi di psicoterapia è implicito un cambiamento...
    questo dovrebbe essere teso ad armonizzare la persona...ad integrare diverse istanze di personalità...a creare sintonia.

    Lungi dall' intendere un cambiamento nell' accezione di rivoluzione e assunzione di un punto di vista diverso su tutto!...mamma mia!...

    Ho inteso l' idea dello 'psicoanalista' anche se è un pò scarna...le terapie che agiscono sul sintomo non sono solo c. comportamentali. Lo stesso si può affermare per le t. che agiscono nel 'profondo'.
    Poi esistono diversi 'grigi', forme terapeutiche difficilmente collocabili nei 2 filoni citati.

    Cmque fondamentalmente credo sia un errore porsi nell' ottica di fine ultimo della terapia. Stabilire un fine già significa usare un preconcetto nella visione del problema del paziente.

    Il fine ultimo della terapia è non anteporre un fine ultimo.

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  11. #11
    marzia78
    Ospite non registrato
    Ciao a tutti!
    Condivido assolutamente ciò che ha scritto RUBENS sia sui diversi tipi di psicoterapia (io sono iscritta ad una spec. c.comportamentale e non penso che il fulcro sia "solo" eliminare il sintomo e proporre soluzioi pronto-uso: la cosa è impensabile per me che amo parlare di gestione e non di risoluzione della situazione problematica del paziente-cliente) sia sul fine ultimo dell'intervento psicoterapico...

    Il fine ultimo della terapia è, secondo me, offrire al paziente gli strumenti adatti alle sue specifiche esigenze, supportarlo con empatia nel momento in cui glieli mostriamo
    e spronarlo ad usarli in modo autonomo tutte le volte che ne sentirà il bisogno..il fine ultimo è perciò favorire l'autonomia dell'altro attraverso la gestione personale del sintomo!

    ps: il termine "cliente" è utilizzato all'interno dell'orientamento c.comportamentale!

    ciao ragazzi

  12. #12
    Partecipante L'avatar di ellea
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    Uddio,un lavaggio del cervello?
    Non credo.Cerco di spiegare meglio cosa intendevo per cambiamento e per cambiamento del proprio punto di vista su se stessi e sul resto, anche se dirò cose note .

    Io penso che si possa parlare di trasformazione del proprio mondo interno quando, per esempio, una persona depressa e con scarsa autostima che magari vive con un tono dimesso e rinunciatario la propria vita, riesce a comprendere le ragioni di quel sentire e, successivamente, a vedere in se stesso anche altro che quel velo nascondeva e conseguentemente a tirare fuori anche quell"altro",integrandolo, e prendere a vivere una vita più adatta alle proprie esigenze.E' un cambiamento del proprio modo di vedersi.
    Se poi pensiamo al meccanismo della proiezione: superare la fase in cui si sposta al di fuori,sugli altri o sulle circostanze,ciò che è all'interno è anch'essa un ribaltamento del punto di vista: a ogni ritiro di proiezione io posso capire qualcosa in più su me stesso e vedere in modo diverso l'altro.E' come se sgomberassi il campo.di roba che offusca la vista di me e dell'altro.

    Esempio: spesso a scuola le insegnanti si mettono le mani nei capelli per qualche loro alunno.C'è qualche bambino che loro reputano difficile, problematico ecc. Certo nei bimbi spesso non fila tutto liscio. Però. C'è un però.Può capitare che due insegnanti vedano in modo diverso quello stesso alunno: e allora entra in gioco le proiezione: l'insegnante che ha le mani nei capelli cosa ha visto nell'alunno per lui problematico, difficile, che l'altra vede in modo diverso,magari esprimendosi in modo meno catastrofico? Non è da escludere che abbia visto parti su non riconosciute spostate sul bimbo.E se quell'insegnante si interroga sulle ragioni del suo disagio, forse troverà non solo motivi che rigurdano in effetti il suo alunno, ma anche cose sue che prima non aveva riconosciuto e con le quali non intrattiene un ottimo rapporto.Una volta fatto questo ritiro della proiezione, riuscirà a vivere più serenamente per prima cosa la sua "zona d'ombra" e poi la relazione con l'alunno.A ogni ritiro di proiezione l'altro emerge in modo diverso perchè non è offuscato da lenti che distorcevano.
    Più in generale credo che la psicoterpia comporti un "ribaltamento del punto di vista" se si considera, per esempio, che facilita la comprensione di parametri di giudizio convenzionali che si usano per incasellare il mondo e che non sempre coincidono con quelli personali. Autorizzare un proprio modo di sentire , riconoscergli una legittimità che prima non gli riconoscevamo perchè soffocato dal senso di colpa per non omologarsi a quel sentire comune, anche questo è un ribaltamento, e non vedo del tutto negativo se restituisce alla persona una parte di sè che aveva imbavagliato.

    Penso che chi va in terapia senta l'esigenza di cambiare, è motivato a farlo, desidera stare meglio.
    Evidente, inoltre, che quel cambiamento è il paziente che lo fa!Il lavoro terapeutico è un'interazione, credo, in cui il paziente ha una parte attiva nello sciogliere i suoi nodi e liberare ciò che è già dentro di sè e finorea non è venuto bene fuori.Non è il terapeuta a riversare contenuti altri o a scegliere al posto del paziente.
    Certamente no, ci mancherebbe.

    Quanto alla scarna distinzione della psicoanalista, non a caso era precisato che la distinzione era essenziale, ridotta all'osso, semplificata...

    Credo ,infine,che comunque stabilire un fine, un obiettivo,in modo non rigido ovviamente, possa essere funzionale: io vado in terapia per risolvere un'empasse, mettiamo, per esempio lo stallo esistenziale che deriva dalla depressione: quello è l'obiettivo e ci si aspetta di averlo conseguito,in qualche modo, alla fine del percorso.
    ---
    ellea

  13. #13
    Partecipante Esperto L'avatar di wrubens
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    Penso sia abbastanza chiara la tua idea.

    Riprendendo l' esempio della maestra.
    Il meccanismo di difesa di proiezione non è dipersè positivo ne negativo.
    (prova a chiederlo allo psicoanalista).
    Tutti, in un modo o in un altro proiettiamo. (iniziamo a farlo da molto piccoli, si definisce infatti meccanismo arcaico).
    Potrebbe essere eventualmente 'patologico' chi non proietta o chi lo elegge come meccanismo di difesa esclusivo (psicosi).
    Il punto credo sia come la proiezione si inserisce all' interno degli altri meccanismi di difesa. Per questo credo sia più corretto parlare di sintonia e di soluzione all' interno delle diverse istanze di personalità.

    Rubens
    "il dubbio è il tarlo del delirio"
    Rubens

  14. #14
    Partecipante Esperto L'avatar di LaurAt
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    in terapia c'è sempre un obiettivo da raggiungere, motivo per cui si intraprende il percorso.
    Il fine ultimo della terapia è, secondo me, offrire al paziente gli strumenti adatti alle sue specifiche esigenze, supportarlo con empatia nel momento in cui glieli mostriamo
    sono pienamente d'accordo.
    e spero sia fattibile specie in quei casi in cui bisogna "ridefinire" la sfera della propria emotività.
    "Tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della nostra vita." - C.F. Kettering

  15. #15
    marzia78
    Ospite non registrato
    ....Ribaltamento del proprio punto di vista, trasformazione, ridefinizione, sintonia tra le varie istanze della personalità.... tutti concetti molto validi che convogliano forse in un unico fine:promuovere il benessere del paziente!
    Il discorso di Ellea è molto chiaro e condivisibile soprattutto da chi possiede la medesima chiave di lettura...io purtroppo ho una formazione molto diversa, il che mi porta a vedere le cose e i problemi attraverso altre lenti! ( questa consapevolezza comunque non mi impedisce di avere massimo rispetto per i meccanismi di proiezione e interpretazioni di tipo psicoanalitico)
    Il fine ultimo della terapia (e del terapeuta!!!) sarebbe anche e soprattutto stabilire in modo "lucido" se l'orientamento del trattamento che proponiamo e applichiamo sia realmente idoneo al caso (ex. trattare l'enuresi infantile non fisiologica con trattamento a orientamento psicoanalitico quando la letteratura incoraggia e sostiene trattamenti di tipo comportamentale)!
    Nella mia breve esperienza ho visto purtroppo parecchio "accanimento terapeutico" e caparbietà da parte dello psyco di turno, quando sarebbe bastato orientare la "bussola" verso altri "interni paesi stranieri"!

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