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  1. #1

    etica: pazienti o persone??

    Penso che con tutta questa moda di chiamare le cose all’inglese e non con il loro vero nome ,ci stiamo scordando dei veri valori e dei significati dei termini.Benessere organizzativo, efficacia organizzativa, empowerment…mi fanno pensare a un indagine su “variabili” e non su esseri umani, lo stesso colloquio clinico,così come viene svolto sia nel pubblico che nel privato,mi fa pensare a un dottore che stila una “diagnosi” di un paziente sottoponendolo a “misurazioni” di vario tipo (questionari,test) che misurano appunto dei “prodotti”,degli output di quell’essere umano non la sua interezza. Non è che noi psicologi stiamo facendo troppo uso di matematica-statistica e di tecniche studiate ad hoc e andiamo sempre più di fretta perdendoci di vista l’anima delle persone? Un mio amico psichiatra, che tiene i suoi pazienti almeno un’ora a colloquio, mi ha insegnato la differenza tra “curare” e prendersi cura” di una persona.
    So che per aiutare delle persone in difficoltà bisogna necessariamente pensarle come dei pazienti ( etimologicamente dal latino “patior”: che patisce,che soffre) ma poi bisognerebbe sganciarsi da questa visione e riconcepirli “uomini” che magari proprio perchè inseriti in un dato contesto non sano manifestano sintomi di disagio e capire che forse il punto di partenza della psichiatria o della psicologia è paradossalmente sbagliato in quanto non cerca di cambiare questo contesto malato ma chi lo subisce.E anzi fa in modo che il paziente continui a vivere il suo disagio supportandolo nell’accettazione di quella realtà (famiglia e rete di rapporti
    sociali,organizzazione,società,cultura) non sana che lo circonda.La mia non è una accusa alla Psicologia o alla Medicina come scienze che amo e stimo ma è una riflessione critica su come putroppo in effetti i professionisti si trovino costretti sempre più spesso in un empasse e a scoprire che un contesto non sano è irreversibile ma universalmente accettato dalla comunità, mentre invece un uomo che soffre o è poco “efficiente” sul lavoro, poco “efficace”,va cambiato.Ebbene quest’uomo così com’è non va bene, deve essere cambiato, deve essere forzata la sua natura affinché si assecondi alla logica del contesto in cui è inserito, che nei casi più sfortunati delle volte si regge proprio sulla malsanità dell’ingranaggio uomo malato-contesto malato.
    Dal mio discorso escludo ovviamente i casi gravi di malattie mentali o disadattabilità sociale (dovuta a uso di droghe o alcol) in cui è necessario un lavoro psicoterapico o farmacologico o addirittura il ricovero in strutture dedicate ed escludo anche i pazienti che sponatenamente vanno dal loro medico perché si rendono conto di non riuscire più a affrontare la loro malattia o sofferenza da soli.
    Aspetto commenti e contributi a questo mio libero e personale sfogo che, se non condiviso, sarebbe rimasta una sterile e fantasiosa valutazione del ruolo delle scienze mediche-psicologiche nella cura del paziente del 2012.
    Scusate sarà il caldo!... ma avevo nel cuore questo impellente bisogno di confrontarmi con voi del Settore su questi delicati temi etici-morali.
    Monica

  2. #2
    Partecipante Esperto L'avatar di Empowered
    Data registrazione
    22-11-2010
    Residenza
    Foggia
    Messaggi
    442

    Riferimento: etica: pazienti o persone??

    Sono d'accordo su buona parte di quello che scrivi, quando in psicologia del lavoro si parla di empowerment, efficacia organizzativa, benessere organizzativa, però spesso è normale che il focus non sia la singola persona, si interviene su variabili sovraordinate, proprietà emergenti del gruppo, quindi l'unità d'analisi è il gruppo in quel caso. Poi trattare il gruppo non significa mica disumanizzare o parlare di numeri o risultati di output, significa trattare il gruppo.

  3. #3
    DIZIONARIO
    Ospite non registrato

    Riferimento: etica: pazienti o persone??

    Citazione Originalmente inviato da newageindia Visualizza messaggio
    Penso che con tutta questa moda di chiamare le cose all’inglese e non con il loro vero nome ,ci stiamo scordando dei veri valori e dei significati dei termini.Benessere organizzativo, efficacia organizzativa, empowerment…mi fanno pensare a un indagine su “variabili” e non su esseri umani, lo stesso colloquio clinico,così come viene svolto sia nel pubblico che nel privato,mi fa pensare a un dottore che stila una “diagnosi” di un paziente sottoponendolo a “misurazioni” di vario tipo (questionari,test) che misurano appunto dei “prodotti”,degli output di quell’essere umano non la sua interezza. Non è che noi psicologi stiamo facendo troppo uso di matematica-statistica e di tecniche studiate ad hoc e andiamo sempre più di fretta perdendoci di vista l’anima delle persone? Un mio amico psichiatra, che tiene i suoi pazienti almeno un’ora a colloquio, mi ha insegnato la differenza tra “curare” e prendersi cura” di una persona.
    So che per aiutare delle persone in difficoltà bisogna necessariamente pensarle come dei pazienti ( etimologicamente dal latino “patior”: che patisce,che soffre) ma poi bisognerebbe sganciarsi da questa visione e riconcepirli “uomini” che magari proprio perchè inseriti in un dato contesto non sano manifestano sintomi di disagio e capire che forse il punto di partenza della psichiatria o della psicologia è paradossalmente sbagliato in quanto non cerca di cambiare questo contesto malato ma chi lo subisce.E anzi fa in modo che il paziente continui a vivere il suo disagio supportandolo nell’accettazione di quella realtà (famiglia e rete di rapporti
    sociali,organizzazione,società,cultura) non sana che lo circonda.La mia non è una accusa alla Psicologia o alla Medicina come scienze che amo e stimo ma è una riflessione critica su come putroppo in effetti i professionisti si trovino costretti sempre più spesso in un empasse e a scoprire che un contesto non sano è irreversibile ma universalmente accettato dalla comunità, mentre invece un uomo che soffre o è poco “efficiente” sul lavoro, poco “efficace”,va cambiato.Ebbene quest’uomo così com’è non va bene, deve essere cambiato, deve essere forzata la sua natura affinché si assecondi alla logica del contesto in cui è inserito, che nei casi più sfortunati delle volte si regge proprio sulla malsanità dell’ingranaggio uomo malato-contesto malato.
    Dal mio discorso escludo ovviamente i casi gravi di malattie mentali o disadattabilità sociale (dovuta a uso di droghe o alcol) in cui è necessario un lavoro psicoterapico o farmacologico o addirittura il ricovero in strutture dedicate ed escludo anche i pazienti che sponatenamente vanno dal loro medico perché si rendono conto di non riuscire più a affrontare la loro malattia o sofferenza da soli.
    Aspetto commenti e contributi a questo mio libero e personale sfogo che, se non condiviso, sarebbe rimasta una sterile e fantasiosa valutazione del ruolo delle scienze mediche-psicologiche nella cura del paziente del 2012.
    Scusate sarà il caldo!... ma avevo nel cuore questo impellente bisogno di confrontarmi con voi del Settore su questi delicati temi etici-morali.
    Monica
    Ciao Monica, io ti posso dire che, inevitabilmente, spesso quando si deve affrontare un'analisi di un contesto lavorativo oppure anche lo studio di comportamenti psicopatologici o psichiatrici sia doveroso ricorrere a una "fredda" terminologia affinché si possa giungere alla comprensione del fenomeno. Il DSM nasce come strumento di diagnosi utile anche per definire un "linguaggio comune" a terapeuti e/o psichiatri di diverso orientamento. Secondo me quello che poi il clinico deve fare è prendere i dati che ha assimilato e applicarli alla persona o alla situazione che si trova di fronte, partendo dal presupposto che , per fortuna, ognuno è diverso dall'altro: due pazienti ( o persone) affetti da "disturbo di personalità borderline" non saranno mai uguali e, l'intervento deve essere DOVEROSAMENTE adeguato a quel soggetto. Vedi, quello che mi sento di affermare è che non dobbiamo focalizzarci sul termine"Persona" o "Paziente" o "Individuo",ecc,uno vale l'altro, bensì sul RISPETTO dell'ESSERE UMANO(termini che vanno un pò rispolverati..) questo deve riguardare non solo lo Psicologo o lo Psichiatra, ma tutti i medici, tutti gli operatori sanitari... e permettimi di esagerare tutti. Se partiamo con l'idea del rispetto, sappiamo di non sbagliare mai! Complimenti per questa discussione ( e se fosse il caldo a farci riflettere su questi temi...beh, speriamo che le temperature continuino a salire ancora un pò!)

  4. #4
    Postatore Compulsivo L'avatar di ste203xx
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    Latina-Roma
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    Riferimento: etica: pazienti o persone??

    Non saprei, personalmente non la vedo così tragica. Riguardo al considerare la persona che si rivolge allo psicologo come "paziente", non tutti gli orientamenti sono di questo parere, ad esempio Rogers lo chiama cliente e spiega il perché e credo anche altri orientamenti che non lo spiegano così esplicitamente, comunque partono da una concezione ottimista della persona come portatrice di risorse, anzi direi quasi tutti gli orientamenti. Il problema sempre secondo me sta nella didattic auniversitaria, che non dà abbastanza spazio a questi punti di vista, privilegiando quelli clinici più hard perché il corpo docenti è fatto prevalentemente di vecchi baroni aggrappati alla clinica ortodossa di 2 secoli fa. Stessa cosa per i temini all'inglese che imperversano negli esami di psicologia del lavoro: si tratta di teorie, autori e concetti formulati in America, quindi perfettamente in linea con la cultura efficientista, produttiva e un po' arrivista d'oltreoceano. Il problema seompre secondo è la didattica universitaria, che si limita a tradurre roba americana senza contestualizzarla nel nostro ambiente psicosociale ed economico diverso, fatto per il 97% di piccole e medie imprese a conduzione familiare, dove certo gli assessment center non sono la regola e l'empowerment delle risorse umane non sanno manco cosa sia visto che le risorse umane sono spesso il filgio dell'imprenditore, la figlia che risponde al telefono, il cognato assunto perché marito della figlia e il nipote, l'amico e l'amico dell'amico assunti perché appunto nipote, amico e amico dell'amico. Riguardo poi alla clinica e all'uso di test e msiruazioni, non li vedo come strumenti che di per sé sottintendono una concezione produttiva dell'essere umano di cui si misurano gli output e i vuole irpristinare il funzionamento, anzi sono uno strumento prezioso, se usato bene e non alla carlona come spesso si vede fare in giro in ambito psico-giuridico, per limitare l'arbitrio del clinico maldestro che finisce per proiettare più del paziente. Quindi semmai è un problema della didattica universitaria e di alcuni master postuniversitari che trattano i test come attrezzi da applicare meccanicamente come se fossero un metro da sarta con cui misurare la lunghezza dell'orlo. Insomma le vedo come una distorsione che viene un po' anche trasmessa dal sistema di formazione e professionalizzazione attuale italiano, ovviamente sempre basandomi sulla mia esperienza diretta e indiretta. Magari chiudendo tutti questi bei libroni accademici che trasfigurano la realtà e cercando di osservare la realtà direttamente, poi tornando sui libroni si riesce a selezionare di più i concetti, leggerli diversamente e buttare tanta roba "nel secchio"...per non dire in un altro posto poco nobile ma di utilizzo quotidiano dove tanta pappardella universitaria fuori dalla realtà meriterrebbe di essere buttata.

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