L’autolesionismo è un comportamento con il quale si procura un danno alla propria persona e le ricerche mettono in luce quanto stia diventando molto frequente tra gli adolescenti.

Sebbene alcuni studiosi includono atti parasuicidari all’interno di questa categoria, in senso stretto l’autolesionismo descrive episodi con intenti esclusivamente non suicidari (Klonsky, 2007). Spesso al comportamento autolesionista sono associati altri problemi seri, come la dipendenza da stupefacenti, disordini alimentari, il rischio di commettere il suicidio. C’è da constatare che questo fenomeno è ancora ben lontano dall’essere compreso appieno. Le spiegazioni comuni date dagli adolescenti stessi che si tagliano fanno riferimento al “sollievo” che tale atto procura loro da opprimenti emozioni negative.

Questo comportamento è stato collegato alla scarsa capacità di coping (fronteggiare efficacemente situazioni di stress) e alla difficoltà a riconosce chiaramente e ad esprimere le proprie emozioni (Gratz & Roemer, 2008). In sostanza queste ipotesi ci dicono che “tagliarsi” sia una strategia alternativa per regolare le emozioni. Nella generalità dei casi, le persone ci riescono con processi cognitivi adeguati esprimendo le emozioni negative con un simbolismo e un linguaggio efficace.

Comunque è molto difficile comprendere in pieno il processo attraverso cui infliggersi dei tagli nella propria carne possa arrecare “sollievo”. Sono state proposte ipotesi neurobiologiche tirando in ballo l’effetto analgesico delle endorfine endogene (Sher & Stanley, 2008), ma non sono del tutto soddisfacenti. La maggior parte delle persone non si tagliano per alleviare il dolore tramite gli oppiodi prodotti naturalmente dal cervello. E poi molti autolesionisti provano sollievo anche alla sola vista del sangue (Glenn & Klonsky, 2010; Whitlock e altri, 2006).

L’articolo di Georgian Mustata e Robert Gregory, Magical thinking in narratives of adolescent cutters, si basa su una differente impostazione. Infatti analizzano il linguaggio spontaneo dei cutter (“ragazzi che si tagliano”) cercando di destrutturare i loro resoconti trascritti su un sito internet, una vera e propria inaspettata finestra sul loro mondo emotivo. Potenzialmente una preziosa risorsa che può fornire valide intuizioni non facilmente conseguibili con una metodologia standard strutturata. Essi hanno letto le storie raccontate sul sito e sono stati sorpresi dall’uso tipico di un certo linguaggio, da ricorrenti temi riguardanti traumi, difficoltà relazionali e dal pensiero magico nel comportamento lesionistico. [continua qui]

E voi che esperienza avete avuto in clinica? Quali modelli teorici esplicativi conoscete a riguardo?