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Discussione: Emozionoi e pensiero

  1. #1
    Partecipante L'avatar di Lallapats
    Data registrazione
    03-04-2005
    Residenza
    Roma
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    33

    Emozionoi e pensiero

    Ciao a tutti!
    Cosa vi ispira questo titolo? EMOZIONI E PENSIERO NEL PERCORSO FORMATIVO....
    Cerco spunti nuovi...quindi liberate la vostra fantasia e date spazio ai vostri "pensieri" :-)

    grazie
    Lalla

  2. #2
    Banned
    Data registrazione
    21-03-2008
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    1,546

    Riferimento: Emozionoi e pensiero

    Riporto un estratto della parte introduttiva del libro "Geometria delle passioni" di Remo Bodei. Col percorso formativo in ambito psicoterapeutico non c'entra nulla, ma forse può dare qualche spunto di riflessione nei confronti del significato da attribuire a termini come emozioni/desideri/passioni... pensiero/ragione/razionalità... L'attività del "pensare" può essere intesa davvero in svariati modi.

    <<Introduzione

    A lungo le passioni sono state condannate come fattore di turbamento o di perdita temporanea della ragione. Segno manifesto di un potere estraneo alla parte migliore dell'uomo, lo dominerebbero, distorcendone la chiara visione delle cose e sviandone la spontanea propensione al bene. Agitato, lo specchio d'acqua della mente si intotrbiderebbe e si incresperebbe, cessando di riflettere la realtà e impedendo al volere di scorgere alternative alle inclinazioni del momento. Obbedire all'imperioso richiamo degli impulsi, arrendersi alle lusinghe sinuose dei desideri significherebbe abbandonarsi inermi a stati d'animo imprevedibili e contraddittori, rinunciare alla libertà, alla consapevolezza e all'autocontrollo a beneficio di un padrone interiore più esigente di quelli esterni. Di fronte alle molteplici strategie elaborate per estirpare, moderare o addomesticare le passioni (e, parallelamente, per conseguire la signoria su se stessi, rendendo coerente l'intelligenza, costante la volontà, robusto il carattere) pare tuttavia lecito chiedersi se l'opposizione ragione/passioni sia in grado di render conto dei fenomeni a cui si riferisce e se sia giusto, in generale, sacrificare le proprie 'passioni' in nome di ideali che potrebbero essere veicolo di immotivata infelicità. Quando, alla fine di questo libro, il cammino compiuto potrà essere osservato a distanza - rivelando in maniera più chiara la sua direzione - sarà possibile constatare, per linee interne, come “ragione” e “passioni” facciano parte di costellazioni di senso teoricamente e culturalmente condizionate, anche se a noi familiari e ormai difficili da sostituire. “Ragione” e “passioni” sono cioè termini pre-giudicati, che occorre abituarsi a considerare come nozioni correlate e non ovvie, che si definiscono a vicenda (per contrasto o per differenza) solo all'interno di determinati orizzonti concettuali e di specifici parametri valutativi. Le combinazioni e le configurazioni a cui danno luogo sono certo molteplici e varie: tutte però subordinate alla natura delle mosse e alle mappe mentali di partenza. Alla loro base si rinviene l'assunto per cui le passioni rappresentano “alterazioni” di uno stato altrimenti neutro e non perturbato dell'animo o della abituale composizione degli “umori” nel carattere di ciascun individuo. Sì confonde cosi quello che è semmai il risultato storico di sforzi tesi all'imparzialità e alla tranquillità dell'animo con una premessa naturale. Nulla impedisce tuttavia di pensare le “passioni” (emozioni, sentimenti, desideri) quali stati che non si aggiungono dall'esterno a un grado zero della coscienza indifferente, per intorbidarla e confonderla, ma che sono costitutivi della tonalità di qualsiasi modo di essere psichico e persino di ogni orientamento cognitivo. Perché non concepirli dunque - al pari della musica, che unisce la più rigorosa precisione matematica alla più potente carica emotiva - come forme di comunicazione tonalmente 'accentuata', linguaggi mimati o atti espressivi che elaborano e trasmettono, nello stesso tempo, messaggi vettorialmente orientati, modulati, articolati e graduabili nella direzione e nell'intensità?
    Le passioni approntano, conservano, memorizzano, rielaborano ed esibiscono i 'significati reattivi' più direttamente attribuiti a persone, cose, eventi diretti che le esperiscono entro contesti determinati, di cui evidenziano forme e metamorfosi. Lasciano in realtà che sia la 'ragione' stessa - a posteriori presentata come provvisoriamente travolta o sedotta - a stabilire l'obiettivo e il raggio della loro azione, individuando gli oggetti su cui riversarsi, misurando il punto in cui arrestare l'impeto, dosando la virulenza di atteggiamenti dissipativi. Dall'eventuale verifica di una simile ipotesi potrebbero discendere alcune importanti conseguenze. Verrebbe, in particolare, incrinata l'idea di una energia intimamente opaca e incolta da asservire e disciplinare. La passione apparirebbe in tal modo come l'ombra della ragione stessa, come un costrutto di senso e un atteggiamento già intimamente rivestito di una propria intelligenza e cultura, frutto di elaborazioni millenarie, mentre la ragione si rivelerebbe, a sua volta, 'appassionata', selettiva e parziale, complice di quelle medesime passioni che dice di combattere. Si scoprirebbe cosi l'inadeguatezza del concetto di passione intesa come mero accecamento. Ciò renderebbe meno plausibile tanto la sua demonizzazione, quanto il conseguente appello all'esorcismo e all'asservimento di essa (simmetricamente, però, anche la sua esaltazione come opposto speculare della ragione). Diventerebbero pertanto sfocate e parzialmente inattendibili le ricorrenti, austere figure della ragione quale "auriga", “pastore”, domatore ed educatore delle passioni (dell'anima e del corpo. dello spirito e della carne). Presupporre energie selvagge e brancolanti nel buio (“passioni”), che dovrebbero essere dirette e tenute a freno da un'istanza ordinatrice illuminata (“ragione"), significa infatti spesso prefigurare un alibi polemico per reprimerle o canalizzarle. Decretandone la pericolosità e l'incapacità a guidare se stesse, negando loro un intrinseco orientamento e discernimento, si legittima automaticamente la liceità di delegare all'inflessibile potenza imperiale o alla persuasiva severità paternalistica della “ ragione” interventi estremi di censura e di tutela correttiva. Se proprio si vuol restare nell'ambito concettuale di una dualità tra ragione e passioni, bisognerebbe almeno - lasciando ai tempi lunghi l'elaborazione di un nuovo lessico e di una nuova sintassi alle loro relazioni - abbandonare l'immagine di questo rapporto come arena dello scontro fra logica e assenza di logica (fra ordine e disordine, trasparenza e oscurità, legge e arbitrio, unità monolitica della “ragione”, che non è altro che il nome per una famiglia di strategie differenti, e pluralità delle passioni). Si potrebbe interpretare questo rapporto, semmai, quale conflittualità tra due logiche complementari, che operano secondo lo schema del “né con te, né senza di te”. Legate da una solidarietà antagonistica, esse opererebbero secondo strutture d'ordine funzionalmente differenziate e incongruenti, giustificabili (ciascuna al rispettivo livello) in riferimento a principi propri, - dalla cui contrapposizione rispetto a quelli della ragione nascono le zone di opacità dell'intelligenza, i nodi e le fluttuazioni del volere, assieme al senso di ineluttabile passività, di azione preterintenzionale e di involontaria impotenza che sembrano definire la “passione”. Conoscere le passioni non sarebbe altro che analizzare la ragione stessa 'contro pelo', illuminandola con la sua stessa ombra presunta.

    Malgrado tutto, le passioni non si riducono però soltanto a conflitto e a mera passività. Esse tingono il mondo di vivaci colori soggettivi, accompagnano il dipanarsi degli eventi, scuotono l'esperienza dall'inerzia e dalla monotonia, rendono sapida l'esistenza nonostante disagi e dolori. Varrebbe la pena vivere se non provassimo alcuna passione, se tenaci, invisibili fili non ci avvincessero a quanto - a diverso titolo - ci sta 'a cuore', e di cui temiamo la perdita? La totale apatia, la mancanza di sentimenti e di ri-sentimenti, l'incapacità di gioire e di rattristarsi, di essere 'pieni' di amore, di collera o desiderio, la Stessa scomparsa della passività, intesa quale spazio virtuale e accogliente per il presentarsi dell'altro, non equivarrebbero forse alla morte?
    La scoperta della positività delle passioni è abbastanza recente, ha luogo soprattutto nell'età contemporanea, in un periodo successivo a quello esplicitamente esaminato nel presente volume. E sebbene Kant continui a considerarle un “cancro della ragione', Descartes e Spinoza ne hanno nel frattempo già motivato il ruolo, gli economisti esaltato la funzione civilizzatrice, e i romantici ne proclameranno tra breve l'irrinunciabilità. Capovolgendo le preoccupazioni precedenti, si giunge persino (a cominciare dalla fine del Settecento) a temerne l'irreversibile indebolimento o la virtuale scomparsa. Almeno dai tempi di Stendhal e di Tocqueville, viene perciò sistematicamente denunciata l'eclissi delle grandi e nobili passioni a causa del prevalere del calcolo egoistico, della vanità individuale e, soprattutto, dell'accresciuta sicurezza della vita Assumendosi progressivamente il compito di tutelare l'individuo nei momenti critici dell'esistenza (nascita, infanzia, vecchiaia, malattia) e facendosi carico di risarcirlo, secondo giustizia, di fronte alle offese subite - ossia vietandogli ogni coinvolgimento in spirali di vendetta privata -, lo Stato, in un certo modo, si arrogherebbe il monopolio legittimo di alcune delle passioni più forti ed esclusive. L'assenza di passioni, e non la passione stessa, diventa ora il vero peccato. L'espandersi della razionalizzazione avrebbe - si dice - inaridito la sorgente delle emozioni, imbrigliando la tendenza verso un "cuore più grande” e disperdendo le energie con cui la vita stessa si rinnova. Inizierebbe, anche politicamente, l'era della mediocrità, della progressiva chiusura del singolo in se stesso, della riduzione dell'intensità e del raggio dei rapporti umani affettìvamente investiti di senso e di valore coinvolgente. Alla rarefazione degli slanci generosi e delle tendenze eroiche corrisponderebbe il lussureggiamento delle "passioni meschine' e ei desideri fiacchi, spesso il trionfo delle folle e del volgo. Indipendentemente dalle intenzioni del suo autore, un apologo esprime efficacemente tale presunta condizione:

    "Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.” (A. Schopenhauer, Parerga und Paralipomena)

    Incapaci di togliersi gli aculei (o spaventati dall'idea che un'eventuale rinuncia a essi li renda più vulnerabili), gli uomini verrebbero sospinti verso la “terra di confine tra solitudine e comunità" ricordata da Kafka. Stipulerebbero così incessantemente miseri compromessi tra la dolorosa lontananza e l'ispida promiscuità. Presi tra il calore e il gelo, si accontenterebbero di rapporti tiepidi con gli altri e con se stessi. Una sopportabile infelicità o una banale felicità sarebbero il risultato di questo parallelogramma di forze attrattive e repulsive. Il mondo contemporaneo - si continua anche oggi a ripetere - è appunto caratterizzato dall'ottundersi del desiderio, dalla indifferenza reciproca e dall'individualismo di massa, che segnerebbe il passaggio dall'homo hierarchicus delle società di casta e di ordine all'homo aequalis che si è affermato nelle civiltà dell'occidente. Rifiutando il diretto contatto e il completo distacco dagli altri, tale giusto mezzo avrebbe condotto all'avvizzimento emotivo e alla scomparsa della solidarietà. Venuto meno il bisogno di essere partecipi delle vicende collettive, si essiccherebbe alla radice il senso di appartenenza alla comunità. La ragione, fattasi calcolatrice o 'strumentale', si allontanerebbe cosi dalle passioni e dai sentimenti, ormai narcotizzati. Nel secondo libro de La democrazia in America (1840), Tocqueville è stato tra i primi a diagnosticare tali sintomi. La sua tesi è che gli Stati Uniti rappresentano solo l'anticipazione di una forma di vita destinata a propagarsi su tutto il pianeta, lo specchio in cui l'Europa può già rimirare il proprio futuro. Il nuovo regime delle passioni e dei desideri viene da lui collegato a una permanente insoddisfazione, che cerca di placarsi mediante la ricerca ossessiva di "beni materiali'. Esso segue con ciò quell'impulso acquisitivo che - da Platone in poi - era stato spesso condannato come tipico della parte più bassa dell'anima e degli strati più spregevoli della comunità.>>
    Ultima modifica di Char_Lie : 13-10-2011 alle ore 12.49.40

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