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Discussione: si toccano i pazienti?

  1. #1
    Partecipante Super Figo L'avatar di Pedrita
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    si toccano i pazienti?

    ho fatto il I sem. di tirocinio con questo insegnamento presso un CIM dove mi hanno insegnato molte cose non entrare in simmetria con i pazienti, dare del lei tenere le distanze, non toccarli,
    ora faccio il II in una struttura privata dove tutto è strutturato liberamente e il setting aperto non fa altro che creare simmetrie con i pazienti.
    io cerco di tirarmi fuori dal loro costante entrare in simmetria con me, anche dandogli del lei, ma l'opera è guastata dagli infermieri, non tutti, ma la maggioranza, che si rapportano alla pari con loro.

    mi sento un pò disorientata e il mio tutor appare invischiato e in risonanza con i pazienti e un pò menefreghista

    potrei anche non aver capito come funziona e se ci sono diverse linee di pensiero a proposito.

    ci tengo a precisare che sono pazienti + gravi rispetto agli altri.

    Vi prego
    Ciao
    Ultima modifica di Pedrita : 25-04-2004 alle ore 21.31.30

  2. #2
    Partecipante Super Figo L'avatar di Pedrita
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    faccio un esempio:
    se un paziente viene ripreso per qualcosa e mi viene a dire: ma lei dottoressa lo fa? io ovviamente non rispondo, prendo tempo e faccio capire che il paziente è lui non io e che la determinata cosa la devono fare malgrado la psicopatologia. nel momento che prendo tempo interviene l'nfermiere che dice: certo che lo fa! mica come te!
    ------Gelo------
    io prima ,
    poi ,
    a casa

    il bello è che me lo continuano a fare gli infermieri!
    Ciao
    Ultima modifica di Pedrita : 25-04-2004 alle ore 21.26.59

    [<<<Tutti sul lettino>>>clikka!
    questo è un video di sedute psicoanalitiche nei diversi film!
    il mio avatar è un quadro di BoB ArT

  3. #3
    Ciao Pedrita
    io sto ancora studiando, e non ho nessunissima esperienza : ma credo che l'atteggiamento nei confronti del paziente vari a seconda dell'approccio adottato dal terapeuta.
    Credo che, in linea di massima, l'unico consiglio possibile è quello di seguire il buon senso, di non eccedere né in un estremo né in un altro: e magari potresti discutere le tue perplessità con lo staff, per capire il perché del loro approccio così diverso da quello che hai "assimilato" tu.
    Probabilmente il fatto che siano pazienti più gravi (sono cronici?) incide su questa diversità, ma è solo una mia ipotesi.
    In bocca al lupo per tutto, e spero di leggere qualche altro contributo, mi interessa
    [“Tutte le lettere sono d'amore”]>>Yellow Letters

  4. #4
    Postatore Epico L'avatar di terry77dgl
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    Ciao Pedrita,
    concordo in pieno con quello che dice Mia Wallace, il fatto è che purtroppo non tutti gli operatori sanitari hanno la consapevolezza di certe cose: a me, per esempio, è capitato spesso durante il tirocinio che gli infermieri venissero durante i colloqui magari e interrompessero ciò che stava dicendo il paziente, tanto per dirne una ( e ti parlo di una struttura pubblica).
    Noi abbiamo una certa cultura ed una specifica formazione, loro ne hanno un'altra, e la cosa grave è che entrambe si intersecano spesso e volentieri.
    Una cosa comunque è da dire: con i pazienti più gravi ( parlo di psicotici soprattutto) l'approccio si diversifica abbastanza, nel senso che l'invischiamento è in linea generale maggiore, anche se dovrebbe variare da tipologia a tipologia.
    Per non parlare di alcuni disturbi di personalità ( narcisista, antisociale): in questi ultimi la fermezza dovrebbe essere la regola.
    Comunque attendiamo altri commenti,ciao a tutti!

  5. #5
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    anche io mi 'disperavo' perchè non capivo e accettavo il tipo di set(ting) che la mia tutor strutturava con gli utenti, mi sapeva di confusionario e non rispettoso nei confronti dell'utenza. In seguito spostai l'attenzione ai risultati che questo tipo di setting 'provocava' e notai che comunque i benefici per l'utenza ci sono. Un altro fatto importante è che all'utenza in generale gli interessa principalmente stare bene, che entri l'infermiere o la ginecologa in stanza per qualche secondo, risulta più fastidioso per l'operatore che per l'utente.. insomma per intenderci, penso che siamo noi (operatori) a farci le 'seghe mentali' più che loro (utenti).

  6. #6
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    ..riguardo il titolo: "si toccano i pazienti?", ci sono alcune psicoterapie basate sul contatto piscoterapeuta-cliente.. fra queste mi vengono in mente la terapia corporeo-funzionale e quella organismica...
    "Che cos'è la Psicoterapia Organismica?
    Sulla base scientifica del modello funzionale di organismo proposto dal neurologo tedesco Kurt Goldstein, lo psicologo americano Malcolm Brown ha elaborato una forma di terapia a mediazione corporea in cui si fondono le intuizioni reichiane sul contatto terapeutico, con il rogersiano incentrarsi sul paziente, in una complessa atmosfera ricca di molteplici influssi culturali.

    La psicoterapia organismica, fondata nei primi anni '70 grazie al sodalizio di Malcolm Brown con Katherine Ennis ed al loro lavoro come coppia terapeutica, si è diffusa in Europa grazie ai numerosi training nazionali e internazionali da loro organizzati.

    La pratica della Psicoterapia Organismica ha il suo caposaldo terapeutico nel contatto fisico diretto, considerato da Brown agente fondamentale per stimolare la percezione delle trascurate, profonde correnti viscerali dell'organismo e quindi il processo di "decorazzamento" e il cambiamento del modello energetico." tratto da: http://www.scuolapsicosintesi.com/ecm/2003_brown.asp

  7. #7
    LiIa
    Ospite non registrato

    "tocca" all'operatore...

    Originariamente postato da Accadueo
    ..riguardo il titolo: "si toccano i pazienti?", ci sono alcune psicoterapie basate sul contatto piscoterapeuta-cliente.. fra queste mi vengono in mente la terapia corporeo-funzionale e quella organismica...
    ehilà, salve. io non credo che il caso in questione (per come descritto) sia un esempio di approccio organismico, che prevede comunque dei criteri di strutturazione e non si riduce alla semplice "prossimità fisica" con il paziente. l'aspetto di "confidenza", e quindi le distanze interpersonali, che caratterizzano ogni relazione sono aspetti modulati dal tipo di relazione stessa e dai soggetti coinvolti, dalle loro esigenze e modalità comunicative. per alcuni pazienti una eccessiva "rigidità" può rappresentare un ostacolo insormontabile per la relazione, per altri anche un semplice sguardo troppo prolungato può risultare minaccioso ed invasivo, una battuta "scherzosa" può essere mortificante, un gesto affettuoso può essere un'aggressione. non credo che si possa applicare una regola secondo cui va evitato ogni "contatto", il punto è se questo contatto sia funzionale a stabilire dinamiche adeguate al momento e al paziente. capita invece spesso, specialmente nelle strutture pubbliche, che siano funzionali esclusivamente all'operatore. succede spesso che l'operatore, attraverso un atteggiamento indiscriminatamente "confidenziale", tenda ad infantilizzare i pazienti (e paradossalmente quindi ad allontanarsene) per una sua personale difficoltà a gestire le distanze. secondo me quindi è importante rendersi conto del senso di un gesto di confidenza di volta in volta, rispetto al contesto, al momento e allo specifico paziente.

  8. #8
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    Re: "tocca" all'operatore...

    Originariamente postato da LiIa
    ehilà, salve. io non credo che il caso in questione (per come descritto) sia un esempio di approccio organismico, che prevede comunque dei criteri di strutturazione e non si riduce alla semplice "prossimità fisica" con il paziente. l'aspetto di "confidenza", e quindi le distanze interpersonali, che caratterizzano ogni relazione sono aspetti modulati dal tipo di relazione stessa e dai soggetti coinvolti, dalle loro esigenze e modalità comunicative. per alcuni pazienti una eccessiva "rigidità" può rappresentare un ostacolo insormontabile per la relazione, per altri anche un semplice sguardo troppo prolungato può risultare minaccioso ed invasivo, una battuta "scherzosa" può essere mortificante, un gesto affettuoso può essere un'aggressione. non credo che si possa applicare una regola secondo cui va evitato ogni "contatto", il punto è se questo contatto sia funzionale a stabilire dinamiche adeguate al momento e al paziente. capita invece spesso, specialmente nelle strutture pubbliche, che siano funzionali esclusivamente all'operatore. succede spesso che l'operatore, attraverso un atteggiamento indiscriminatamente "confidenziale", tenda ad infantilizzare i pazienti (e paradossalmente quindi ad allontanarsene) per una sua personale difficoltà a gestire le distanze. secondo me quindi è importante rendersi conto del senso di un gesto di confidenza di volta in volta, rispetto al contesto, al momento e allo specifico paziente.
    Salve Lila, lo so che non c'entra con il caso in questione.. mi ero soffermato solo al titolo del post " si toccano i pazienti?"

  9. #9
    LiIa
    Ospite non registrato

    Re: Re: "tocca" all'operatore...

    Originariamente postato da Accadueo
    Salve Lila, lo so che non c'entra con il caso in questione.. mi ero soffermato solo al titolo del post " si toccano i pazienti?"
    dietrofront: hai ragione, il mio chiarimento rispondeva ad un inutile impeto di soccorso nei confronti di pedrita. in effetti il tuo era uno spunto indipendente dal caso descritto. saluti
    Ultima modifica di LiIa : 23-05-2004 alle ore 17.58.00

  10. #10
    Partecipante Super Figo L'avatar di Pedrita
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    Re: Re: Re: "tocca" all'operatore...

    Originariamente postato da LiIa
    dietrofront: hai ragione, il mio chiarimento rispondeva ad un inutile impeto di soccorso nei confronti di pedrita. in effetti il tuo era uno spunto indipendente dal caso descritto. saluti
    veramente volevo continuare la discussione in seguito solo che ho poco tempo
    "toccare" ma anche "usare" il paziente...
    prometto che scrivo, magari offline
    ciao scusate

  11. #11
    Partecipante Esperto
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    Credo che il problema del setting sia legato al significato funzionale che vogliamo/dobbiamo implementare di volta in volta, più che ad un regola generale astratta ed universale.
    Porsi in simmetria con il paziente (è umanamente così diverso da te ?) può essergli spesso più utile che continuare a ribadire e sottolineare con parole e comportamenti una presunta "alterità" tra "VOI" (terapeuti presuntamente sani) e "LORO"( pazienti malati); sottolineatura che è spesso più utile ed ansiolitica per il terapeuta che per il paziente.
    Ma, appunto, PUO'; in molti casi, il paziente ha infatti realmente bisogno di un setting più strutturato e strutturante, e quindi è particolarmente pericoloso (per lui e per te) il rischio di invischiarsi e colludere.
    La regola è capire di volta in volta, di momento in momento, tu per prima, quale "significato" vuoi trasmettere ed elaborare nella vostra relazione, che "transizioni di significato" metti in gioco nella relazione tra tu e lui. Cosa gli serve in questo momento ? Che significati, che stimoli, che supporti, che setting, che cosa può essergli più utile, dato il tipo di disagio, di individualità, di problematiche espresse, situazione per situazione ?
    Devi decodificare prima questo (in base al contesto, alle patologie, alle persone), e continuare a rifletterci in ogni momento... e cercare di capire cosa le diverse situazioni di setting suscitano in te: riflessione ed autoriflessione sono ininterrotte, nella relazione clinica, od almeno dovrebbero esserlo se si vuole che la relazione clinica sia veramente efficace ed individualizzata...

    Tu, se stessi male, come vorresti essere "trattata" ? Di cosa avresti bisogno ? Che sensazioni e vissuti ti darebbe, in un momento di difficoltà, l'essere circondata da persone che ti rifiutano una simmetria umana e relazionale ? Ti farebbe stare meglio, ti sarebbe utile clinicamente ?
    Non è una domanda retorica: spesso no, ti darebbe fastidio; a volte, invece, si, probabilmente ti potrebbe essere utile.

    Chiediti questo, ti permette di vedere entrambe le facce della medaglia.... paradossalmente, potresti proprio aver bisogno di simmetria, in certi momenti, mentre in altri, effettivamente ti potrebbe aiutare di più il tenere una distanza... ma, appunto, bisogna capirlo momento per momento, anche in base alla naturale evoluzione dei tuoi bisogni e dei tuoi processi psicologici.

    E dopo questo esercizio, ricordati che gli altri non sono necessariamente come te, e che le persone, i bisogni e le situazioni cambiano giorno per giorno, e tu ti devi adeguare un pò a loro se vuoi fare la psicologa, e non la psicomeccanica ! :-D

    In bocca al lupo !

  12. #12
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    Contatti fisici? Perchè no...
    A seconda della persona che abbiamo di fronte, a seconda della seduta, del nostro stesso stato d'animo...
    La comunicazione è fatta di gesti, e anche di contatto.
    Per rafforzare nel paziente l'idea della nostra vicinanza, per fargli capire che non è solo, una mano sulla spalla, piuttosato che una stretta di mano intensa, sono segnali che si imprimono nella memoria più di tante parole.
    Credo comunque vadano dosati, altrimenti perdono il loro valore emotivo, divenendo routine conversazionali poco terapeutiche,

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  13. #13
    contatto fisico? sì se non paga lo puoi menare...

  14. #14
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di el loco
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    Buon senso e moderazione, dice il saggio: " ..in quel senso di misura e di limiti che circonda come di una frangia viva tutti i nostri precetti rendendoli infinitamente umani. é bene avere delle regole di condotta, saperle applicare è meglio, ma applicarle senza eccezioni è trasformarle in una dottrina forse potente, ma secca, rigida e morta" ( E. Minkowski)..trovo siano buone parole. salute
    "... per favore Dio, per favore Knut Hamsun, non abbandonatemi adesso." (J. Fante)



    http://youtube.com/watch?v=jjXyqcx-mYY

  15. #15
    Neofita L'avatar di pellykano
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    Originariamente postato da Lpd
    Credo che il problema del setting sia legato al significato funzionale che vogliamo/dobbiamo implementare di volta in volta, più che ad un regola generale astratta ed universale.
    Porsi in simmetria con il paziente (è umanamente così diverso da te ?) può essergli spesso più utile che continuare a ribadire e sottolineare con parole e comportamenti una presunta "alterità" tra "VOI" (terapeuti presuntamente sani) e "LORO"( pazienti malati); sottolineatura che è spesso più utile ed ansiolitica per il terapeuta che per il paziente.
    Ma, appunto, PUO'; in molti casi, il paziente ha infatti realmente bisogno di un setting più strutturato e strutturante, e quindi è particolarmente pericoloso (per lui e per te) il rischio di invischiarsi e colludere.
    La regola è capire di volta in volta, di momento in momento, tu per prima, quale "significato" vuoi trasmettere ed elaborare nella vostra relazione, che "transizioni di significato" metti in gioco nella relazione tra tu e lui. Cosa gli serve in questo momento ? Che significati, che stimoli, che supporti, che setting, che cosa può essergli più utile, dato il tipo di disagio, di individualità, di problematiche espresse, situazione per situazione ?
    Devi decodificare prima questo (in base al contesto, alle patologie, alle persone), e continuare a rifletterci in ogni momento... e cercare di capire cosa le diverse situazioni di setting suscitano in te: riflessione ed autoriflessione sono ininterrotte, nella relazione clinica, od almeno dovrebbero esserlo se si vuole che la relazione clinica sia veramente efficace ed individualizzata...

    Tu, se stessi male, come vorresti essere "trattata" ? Di cosa avresti bisogno ? Che sensazioni e vissuti ti darebbe, in un momento di difficoltà, l'essere circondata da persone che ti rifiutano una simmetria umana e relazionale ? Ti farebbe stare meglio, ti sarebbe utile clinicamente ?
    Non è una domanda retorica: spesso no, ti darebbe fastidio; a volte, invece, si, probabilmente ti potrebbe essere utile.

    Chiediti questo, ti permette di vedere entrambe le facce della medaglia.... paradossalmente, potresti proprio aver bisogno di simmetria, in certi momenti, mentre in altri, effettivamente ti potrebbe aiutare di più il tenere una distanza... ma, appunto, bisogna capirlo momento per momento, anche in base alla naturale evoluzione dei tuoi bisogni e dei tuoi processi psicologici.

    E dopo questo esercizio, ricordati che gli altri non sono necessariamente come te, e che le persone, i bisogni e le situazioni cambiano giorno per giorno, e tu ti devi adeguare un pò a loro se vuoi fare la psicologa, e non la psicomeccanica ! :-D

    In bocca al lupo !
    Perfettamente concorde.

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