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  1. #1
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
    Data registrazione
    27-03-2004
    Messaggi
    471

    Psicoterapia personale: e voi?

    Ciao a tutti,
    mi sono iscritto oggi in questo bel forum.
    Se vi va volevo conoscere le vostre opinioni in merito a questo tema.
    Inoltre vorrei porvi delle "provocazioni", che evidentemente ho già posto a me stesso.
    Quanto è contato per voi "la voglia di conoscervi" nella scelta del vostro percorso?
    Credete che vivere e aver vissuto la patologia sulle proprie spalle rappresenti un limite o un punto di forza per la professione che andremo a praticare?
    Ritenete l'analisi indidpensabile per "curare"?

    Santiago

  2. #2
    Quanta carne al fuoco! Però è interessante...vediamo.


    Quanto è contato per voi "la voglia di conoscervi" nella scelta del vostro percorso?
    Nel mio caso è stata molto importante: voglia di conoscermi e capirmi, unita a voglia di conoscere e capire gli altri. Credo che un atteggiamento di "curiosità" nei confronti della Persona sia essenziale nel nostro campo.

    Credete che vivere e aver vissuto la patologia sulle proprie spalle rappresenti un limite o un punto di forza per la professione che andremo a praticare?
    Questo credo sia un punto molto delicato. Mi spiego: non ritengo che l'aver vissuto una patologia rappresenti un limite nella misura in cui la patologia è stata risolta. Il cammino universitario inizia in un periodo particolare, a cavallo tra l'adolescenza e l'età adulta: quindi ritengo che la "patologia" sperimentata dal futuro psicologo, durante l'adolescenza, possa essere vista - in alcuni casi - come una sorta di crisi evolutiva quasi fisiologica. Parlo quindi dei casi in cui la problematica è stata risolta. In questo caso, potrebbe essere una sorta di valore aggiunto, nella formazione come psicologi: tendo a ritenerlo un valore aggiunto in quanto persone, più che altro.
    Per quel che riguarda il caso di una patologia in atto...be', credo sia un limite: non voglio generalizzare, ma penso che in questo caso, la spinta verso una professione d'aiuto in questo campo possa essere una sorta di meccanismo di difesa.
    Ritengo molto importante - per rispetto nei confronti dei pazienti, per non nuocere loro - che la persona che si accinge ad aiutare una persona a compiere un cammino di "guarigione" e conoscenza, sia nelle condizioni psichiche di farlo.


    Ritenete l'analisi indidpensabile per "curare"?
    Non sono sicura di aver capito la domanda
    Spero di essere riuscita a spiegare il mio punto di vista in modo comprensibile...
    passo la palla
    Ultima modifica di Mia_Wallace : 28-03-2004 alle ore 00.31.38
    [“Tutte le lettere sono d'amore”]>>Yellow Letters

  3. #3
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
    Data registrazione
    27-03-2004
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    471
    Grazie per la rispsta Mia-Wallace.
    Però non i è chiaro cosa intendi per "risolta", un termine che forse ha più di qualcosa in comune con quello di "guarigione".
    Intendi forse assenza sintomatologica?
    O altro?

    Santiago

    P.S. Sul tema mi piacerebbe sentire anche altri
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  4. #4
    Prego Santiago (Il vecchio e il mare?)
    Col termine "risolta" non intendo assenza sintomatologica, ma risoluzione della problematica alla base del sintomo. Il termine guarigione non mi piace, scusa!
    [“Tutte le lettere sono d'amore”]>>Yellow Letters

  5. #5
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
    Data registrazione
    27-03-2004
    Messaggi
    471
    Santiago...
    Santiago, protagonista di alcuni libri di Paulo Coelho....
    Il mio autore preferito!
    Mi sa che almeno di vista ci conosciamo...

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  6. #6
    Dici? Spiega, spiega...magari con un messaggio privato
    E poi...tu che ne pensi riguardo le "provocazioni" che hai posto?
    [“Tutte le lettere sono d'amore”]>>Yellow Letters

  7. #7
    flame81
    Ospite non registrato
    Ho pensato molto anch'io su questo tema.... forse perchè ho passato momenti difficili che mi hanno portato a rifletterci seriamente su....
    Per quanto la voglia di conoscermi credo che sia stata una delle motivazioni che mi ha spinta a perseguire questa strada ....e che mi motiva giorno dopo giorno....... ma anche la voglia di conoscere chi mi è vicino.
    Per esperienza ti posso dire che l'aver vissuto una qualche patologia sulle proprie spalle può comportare un limite e soprattutto una sfiducia nel lavoro dello psicologo quando quest'ultimo non è riuscito a portare a termine con un'esito positico il proprio lavoro, la terapia.
    E da quasi due anni circa che sono un pò diffidente sulla "validità " e "utilità" dello psicologo e soprattutto della terapia clinica..... molto più favorevole per l'assunzione di farmaci e per la propria forza interiore , la forza della vita che prevale sulla morte.

  8. #8
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
    Data registrazione
    27-03-2004
    Messaggi
    471
    Rispondo anch'io alle mie domande.
    Nella scelta di questa facoltà ha avuto un peso preponderante la voglia di conoscermi, e di avere strumenti "in più" per poterlo fare.
    Credo che una psicoterapia personale sia indispensabile per poter svolgere questo lavoro.
    E credo che chi abbia vissuto qualche disagio psicologico abbia una marcia in più rispetto agli altri.
    E' da tempo provato che la variabile "empatia" gioca un ruolo importante per l'esito positivo di una psicoterapia.
    Ritengo che, per forza di cose, gli psicoterapeuti che abbiano incontrato la psicopatologia siano in qualche modo avvantaggiati.
    Tutto questo a patto che nel presnete abbiano un equilibrio emotivo e che dunque abbiano integrato nella propria storia quella "frattura" e che da questa abbiano tratto degli insegnamenti.
    In generale credo che la motivazione alla scelta in questa università è almeno in parte dipendente da un tratto della propria storia in cui si è andati incontro a degli "intoppi".
    E' interessante notare che molti grandi psiconalisti abbiano incontrato nel loro cammino un disturbo psicologico.
    S.Freud, M.Klein, B.Bettelheim...
    Nomi celebri sono tutt'ora in vita o deceduti da poco.
    Lo stesso Jung affermava che solo chi ha subito la malattia è in grado di curare.

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  9. #9
    io mordo
    Ospite non registrato

    Re: Psicoterapia personale: e voi?

    Originariamente postato da Santiago
    Ciao a tutti,
    mi sono iscritto oggi in questo bel forum.
    Se vi va volevo conoscere le vostre opinioni in merito a questo tema.
    Inoltre vorrei porvi delle "provocazioni", che evidentemente ho già posto a me stesso.
    Quanto è contato per voi "la voglia di conoscervi" nella scelta del vostro percorso?
    Credete che vivere e aver vissuto la patologia sulle proprie spalle rappresenti un limite o un punto di forza per la professione che andremo a praticare?
    Ritenete l'analisi indidpensabile per "curare"?

    Santiago
    La voglia di conoscermi è contata poco........più che altro mi spingeva la voglia di mangiare i cervelli degli altri meglio di quanto già sapessi fare in quel periodo e pensavo: vediamo se questi hanno davvero qualcosa da insegnarmi (molto umile)........poi, intorno ai 20 anni sono praticamente impazzito (anche se possiamo dire che era successo già da un pezzo ), sono diventato apatico, perplesso, il senso di vuoto, un forte impulso a "dimenticare" i miei pensieri ancor prima che finissero e tutta una serie di sintomi di questo tipo.
    Adesso sono una persona completamente diversa ma, decisamente con meno qualità.
    Io non sono mai andato da un\una terapeuta perchè non pensavo, messo com'ero, che qualcuno sarebbe riuscito a capirmi\aiutarmi e non lo penso tuttora (ripensando al passato intendo).
    Adesso invece sarebbe proprio ora......
    Comunque io penso che, come per tutte le cose, ci voglia una via di mezzo: è improbabile che un terapeuta brillante possa aiutare più di tanto uno psicotico come è improbabile che un terapeuta psicotico o ex psicotico possa aiutare più di tanto un paziente brillante ma depresso ad esempio.

    ciao

  10. #10
    Eccomi a dire la mia:

    quello che mi spinge a prendere questa via è cosa abbastanza sconosciuta per me, perlomeno finora... E' una passione che è nata dentro di me, questo posso dire, e in generale mi piace aiutare, conoscere e conoscermi.
    Per quanto riguarda la psicoterapia, è bello per me sentire parole positive, visto che fra poco entrerò in terapia Per ora sono positivo, e spero di restarlo sempre... Inoltre non vedo perchè considerare negativa ai fini terapeutici una psicoterapia non totalmente "andata a buon fine". Intendo: se ci sono dei problemi da risolvere, non vedo perchè non risolverli anche dopo aver finito una terapia. Si può fare da soli, ci si può fare aiutare.
    Tutto qui

    " CONOSCI TE STESSO - Γνωθι Σεαυτον " Oracolo di Delfi, Socrate.

  11. #11
    Partecipante
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    22

    LO PSICOTERAPEUTA IN FORMAZIONE E LA TERAPIA PERSONALE

    Salve.
    Da specializzanda in psicoterapia vi chiedo se sapete quale bibliografia/autori consultare per un tema che sto sviluppando.

    Il tema riguarda lo psicoterapeuta in formazione e il suo "abitare" la stanza della psicoterapia (per alcuni=analisi) personale sia per motivi 'di cura di sè' (motivazioni di comprensione di sè, di crescita personale, di risoluzione di disagi...) che per motivi di 'apprendimento' professionale (raggiungimento della competenza terapeutica).

    Se avete in mente bibliografia pertinente potete rispondermi? grazie

    saluti!

  12. #12
    Partecipante Esperto L'avatar di tatee
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    osservando

    Lavoro da anni al pubblico proprio a contatto con gli studenti in psicologia e ho avuto modo di osservare i "casi" più disparati.
    Si sente dire spesso in giro che la psicologia "va di moda" e che molti si spingono senza un reale interesse personale ma forse per vedere che effetto fa studiare questa materia.
    Non voglio addentrarmi nel caso di chi palesemente presenta un disturbo psicologico più o meno evidente, non voglio giudicare chi per esempio soffre di crisi d'ansia che al momento gli impediscono una vita soddisfacente ma che un domani non gli impedirebbero di svolgere la professione, se non forse proprio con una marcia in più in virtù della sofferenza personale passata.
    Ma la questione che volevo sollevare riguarda un aspetto più sottile: moltissimi studenti o neolaureati in psicologia sono assolutamente arroganti, insensibili, impazienti, non-ascoltatori....
    So cosa state pensando, una persona arrogante in una situazione potrebbe non esserlo con un suo paziente.... ma è davvero così?
    Che ne pensate?
    Datemi libri, frutta, vino francese, un buon clima e un po' di musica fuori dalla porta, suonata da qualcuno che non conosco.
    Keats

  13. #13
    Giurato di Miss & Mister OPs L'avatar di Parsifal
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    Re: osservando

    Originariamente postato da tatee
    Ma la questione che volevo sollevare riguarda un aspetto più sottile: moltissimi studenti o neolaureati in psicologia sono assolutamente arroganti, insensibili, impazienti, non-ascoltatori....
    So cosa state pensando, una persona arrogante in una situazione potrebbe non esserlo con un suo paziente.... ma è davvero così?
    Che ne pensate?
    è una domanda complessa.
    1-In base a cosa li definisci arroganti,insensibili ecc.. ? potrebbe essere una valutazione tua poco corrispondente a valutazioni altrui.
    2-Quanto sono rigide queste caratteristiche? in quali condizioni si esprimono?
    3- quelli che descrivi sono sostanzialmente dei narcisisti mi pare; anche a me pare che il narcisismo sia un aspetto abbastanza (ma non tantissimo)diffuso tra gli psic...ologi,iatri,oterapeuti, ma gestito molto meglio con i pazienti che nella vita privata.
    In questo caso con i pazienti i problemi possono esserci se il terapeuta non risce a mantenere una posizione abbastanza paritaria con il paziente.
    4-in generale: sì,c' è una migliore gestione di sè con i pazienti che nella vita privata.

  14. #14
    Partecipante Esperto L'avatar di tatee
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    Firenze
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    Certo, potrebbe anche essere una mia sensazione generale, ma in linea di massima questo è ciò che traspare.
    I miei colleghi, che ovviamente non sono laureati in psicologia, hanno la stessa sensazione che ho io verso questi studenti e spesso mi "provocano" dicendomi che gli psicologi sono tutti un po' skizzati.... come non dargli torto, in fondo!
    Inoltre credo che la leggenda diffusa, secondo la quale studiando psicologia si riesca a comprendersi meglio e a comprendere meglio, secondo me è falsa. Se studiando un libro si riuscisse a superare i propri problemi non ci sarebbe bisogno dello psicologo come terapeuta ma solo come "romanziere"! Conoscere come nasce un disturbo d'ansia non aiuta a superarlo... sappiamo bene come ad es. nel caso dei disturbi fobici, il rendersi conto dell'assurdità delle proprie paure non ne diminuisce l'intensità e a maggior ragione aumenta la sofferenza nella misura in cui l'individuo si rende conto di questa immotivatezza.
    Spero di essere stata chiara, ma il concetto che volevo esprimere è questo: molto spesso sarebbe molto più vantaggioso fare terapia personale che immatricolarsi a psicologia...
    Datemi libri, frutta, vino francese, un buon clima e un po' di musica fuori dalla porta, suonata da qualcuno che non conosco.
    Keats

  15. #15
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    Al di là di quanti espongano eruditamente che una biblioterapia è un valido ausilio autoterapeutico, credo anch'io che sia fuorviante la categorizzazione di alcuni testi con il relativo etichettamento di "terapeutici".
    Che poi alcuni libri possano farci vivere belle emozioni e regalarci un bel pomeriggio, siamo d'accordo.
    Come dici tu tatee il rendersi conto dell'assurdità di alcune paure non ne diminuisce l'intensità, anzi direi che le aumenta.... e questo proprio perchè non sono assurde, ma una volta inserite nell'appropriato "contesto" divengono di contro di una coerenza sbalorditiva.
    Per quanto riguada la tua "provocazione" posso dirti che generalmente ritrovo quanto scrivi, anche se, nella mia esperienza, ciò vale soprattutto per chi già lavora come psicologo piuttosto che per chi è ancora uno studente. E di certo, non mi sottraggo a questo "stereotipo". E' più facile però che certe caratteristiche emergano con i colleghi laddove vi sia esclusivamente un rapporto di lavoro non certamente denotato come cooperativo.
    Poi nella vita ( e qui mi sposto sul personale) tendo a far emergere spontaneamente, in condizioni differenti, aspetti di me talmente diversi tanto da non riconoscermi e forse a far credere ai più tra gli psicologi che tale eterogeneità possa essere indice di "malattia".
    Insomma se mi presentassi da uno psicologo dicendo di star male non credo si esiterebbe molto a cambiare definizione a quanto ho chiamato eterogeneità... ma c'è già chi ha fatto studi in questo senso...

    Santiago
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

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