I bambini del dopoguerra, nati sotto i bombardamenti, si caratterizzavano per un comportamento iperattivo, incoerente, aggressivo e per una incapacità attentiva “scolasticamente disastrosa”. Gli insegnanti ricorrevano spesso alle punizioni corporali e alle mortificazioni più avvilenti, io stesso sono finito nell'allora “ambulatorio scolastico” per essere stato colpito in viso da un calamaio lanciatomi dal mio maestro. Molti di noi sono “caduti” nel corso di giochi violenti con residui bellici. Diciamo che la complessità dei fattori ambientali potevano determinare una situazione di comorbillità per cui una diagnosi differenziale sarebbe stata , allora, pressochè impraticabile. Se si considera che quei bambini sono stati, negli anni a seguire, i protagonisti della rivoluzione culturale, da quella sociale a quella scientifica, cos'è che ha trasformato quelle “piccole pesti” negli uomini che hanno segnato il cammino dell'Umanità?
Le madri del dopoguerra vivevano nel convincimento che la morte era stata definitivamente sconfitta e che nessuna minaccia avrebbe mai più gravato sulla vita dei loro figli. Risultato? Un effetto “psicodinamico” con elevata riduzione dell'ansia.
La sopravvenuta serenità delle madri ha comportato nelle stesse una riduzione dell'attenzione ansiogena che si è tradotta in ipoprotettività. I figli così ,lasciati al libero gioco,, hanno potuto sperimentare una situazione di libera scelta che ha loro permesso di conoscere e poi realizzare le proprie attitudini . Nel mio caso e in quello di molti miei coetanei, il fatto di portare gli animaletti del bosco in casa non ha costituito oggetto di preoccupazione per i nostri genitori che, con la guerra ormai lontana, non intravvedevano più alcun pericolo per la nostra vita. Questo “permissivismo” è stato interpretato da noi bambini come accettazione, consideraxione, fiducia che si è poi tradotto in autostima.
Siamo certi che l'ADHD non rappresenti il segnale di una difficoltà adattativa del bambino odierno ad un ambiente troppo lontano dalla sua “naturalità” e che in un particolare temperamento non confligga con le sue innate inclinazioni?

Non stiamo chiedendo troppo all'Homo sapiens sapiens, che è ancora quello di 35.000 anni fa, nel costringerlo ad accettare una realtà troppo lontana dalla sua naturalità?
Pierre Daco, disprezzato dagli ambienti accademici, aveva ravvisato, negli anni 70, che la “esasperata modernità”avrebbe implicato un disagio sociale tale da portare l'Umanità alla nevrosi generalizzata (“Homo nevroticus”). Chi, può dargli torto!

Dante