IL 113 SPEGNE LA PLAY STATION







Una madre genovese ha chiesto aiuto ai carabinieri per cercare di distogliere suo figlio dai videogiochi che lo tenevano chiuso in camera ormai da giorni, senza uscirne neanche per andare a scuola o mangiare.
I carabinieri hanno sequestrato al ragazzo la consolle e alcuni videogiochi con scene molto violente.
Notizie come questa aprono la strada a molte riflessioni ed interrogativi …

Una riflessione importante è legata al tipo di soluzione scelta dalla madre; il genitore in questo caso ha delegato ad una autorità esterna la sua stessa autorità.
E’ sicuramente un segnale forte, che sappiamo tra l’altro arrivare dopo una serie di tentativi non riusciti da parte della madre. I motivi di questa scelta possono essere tanti, e andrebbero letti all’interno del contesto in cui sono successi e della relazione familiare.
Sicuramente è stato un atto di denuncia di un disagio molto forte.

Questo fenomeno, studiato per la prima volta in Giappone, si va diffondendo sempre più anche nel nostro Paese: è l’HIKIKOMORI.
Il termine significa “ritiro”, ed è stato coniato, all’inizio degli anni ‘80 dal dott.Tamaki Saito, che aveva osservato questo comportamento in molti adolescenti.
Si tagliano i contatti con la realtà esterna, e il mondo viene ridotto alle 4 mura di una stanza, dove l’unica porta aperta è quella virtuale: video giochi, play station, internet; non più un nome, ma un nickname, un avatar… Vengono sconvolti i cicli di sonno/veglia, i familiari e gli amici trattati da sconosciuti, e gli sconosciuti elevati al rango di buoni amici; un mondo finto per negare un mondo vero che non va.
Le cause possono essere molte, e sicuramente diverse a seconda della storia personale e culturale. Sembrano comunque poter avere un ruolo importante:
- il successo scolastico: molti ragazzi entrano in questa spirale dopo aver abbandonato la scuola;
il bullismo: può essere una “seconda opportunità” per i ragazzi vittima di soprusi e normalmente ai margini de gruppo;
- situazioni familiari critiche, assenza o cattiva presenza dei genitori: i ragazzi possono trovare una facile via di fuga nella realtà virtuale;
- Richiesta di prestazioni eccellenti, ai limiti delle possibilità, e che possono scoraggiare l’impegno stesso;
- situazioni sociali ed economiche che possono incoraggiare e facilitare un uso/abuso della tecnologia.

A volte si possono associare, come causa o come effetto, dei sintomi depressivi o ossessivi-compulsivi.
Avvicinare un Hikikomori non è semplice, e spesso lo spiraglio per la via di uscita si trova proprio a partire dalla realtà virtuale, attraverso forum, ecc.
Il processo di avvicinamento poi prosegue con vari programmi ormai molto sperimentati; alcuni prevedono inizialmente delle visite domiciliari da parte degli operatori (le “rental onesan”, sorelle in prestito) e successivamente anche un ricovero, ove si rendesse necessario.
Fondamentale è la decisione di voler interrompere la spirale di chiusura e di voler gradualmente tornare ai proprio contatti sociali.
Molto possiamo fare inoltre nella prevenzione, offrendo ai nostri ragazzi delle valide alternative che non li lascino soli, che incoraggino a costruire la loro vita, senza rinunciare, per costruire una “Second Life…”



FONTE
Corriere della Sera