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  1. #1
    benedetta14
    Ospite non registrato

    L'omissione di soccorso in psicoterapia

    A dir la verità è un concetto che ho sentito in un'intervista ad un vostro illustre collega che si riferiva ai casi di innamoramento da parte del terapeuta. In effetti, non rendersi conto in modo tempestivo delle corde che vengono smosse dal paziente/cliente e provvedere di conseguenza potrebbe far pensare ad una vera e propria omissione di soccorso.
    Ma se anche vengono prese le contromisure in tempo, non viene recato comunque un danno al paziente che magari ha già condotto una terapia da molto tempo e che si ritrova a cominciare tutto daccapo con notevoli ritardi nel suo processo di guarigione?
    Quali strumenti le varie terapie prevedono per arginare questa possibilità?
    Ed ancora, esiste un periodo, un modo ed una motivazione "responsabili" in cui decidere la non presa in carico di un paziente/cliente?
    Ed infine esiste un diritto di cura psicologica valido per chiunque (gradito o sgradito al terapeuta), oppure lo psicologo può essere considerato come un qualsiasi professionista che può decidere a suo insindacabile giudizio di non accettare l'incarico professionale?

    Saluti

  2. #2
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
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    Milano
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    2,312

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    E' una questione molto complessa, perchè il tutto si gioca su incastri che non sono facilmente individuabili. A volte, quindi, il ritardo può implicare la responsabilità del terapeuta, altre volte è inevitabile.
    Sta molto alla prontezza del terapeuta - e ad un'approfondita conoscenza di se stesso - ipotizzare quali saranno i possibili stalli e valutare se sarà in grado di affrontarli o meno. Questo ritengo sia il vero criterio per iniziare un lavoro insieme al paziente. Anche la questione del "diritto" diventa molto relativa, come capirai...

    Saluti
    gieko

  3. #3
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Si, capisco che, messa così, un diritto alla salute psichica non esiste perché la possibilità di incastro impraticabile c'è sempre. Per assurdo ci può essere una persona che chiede aiuto, ma le cui problematiche per le quali sta male sono tali da rendere vischioso qualunque tipo di relazione terapeutica con qualunque psicologo e per questo non può essere curata.
    E allora mi domando, benché stati ed organizzazioni mondiali definiscono salute "uno stato di completo benessere fisico, mentale, sociale", di fatto non è invocabile (non solo attuabile) un diritto se si tratta di disagio psicologico, ma non dovrebbero esserci neanche i presupposti per il trattamento sanitario obbligatorio.

    Ma com'è rintracciabile la responsabilità del terapeuta?

  4. #4
    Johnny
    Ospite non registrato

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Citazione Originalmente inviato da benedetta14 Visualizza messaggio
    In effetti, non rendersi conto in modo tempestivo delle corde che vengono smosse dal paziente/cliente e provvedere di conseguenza potrebbe far pensare ad una vera e propria omissione di soccorso.

    ....

    Ed ancora, esiste un periodo, un modo ed una motivazione "responsabili" in cui decidere la non presa in carico di un paziente/cliente?
    Ed infine esiste un diritto di cura psicologica valido per chiunque (gradito o sgradito al terapeuta), oppure lo psicologo può essere considerato come un qualsiasi professionista che può decidere a suo insindacabile giudizio di non accettare l'incarico professionale?

    Saluti
    dunque, il codice deontologico impone di evitare l'inizio di relazioni professionali se tra il paziente e lo psicologo esiste già una conoscenza personale che può inficiarne il trattamento, in più impone di non instaurare rapporti personali o sentimentali con pazienti durante il trattamento. Tutto ciò è a vantaggio del diritto del paziente di essere curato con la massima efficacia, quindi queste norme vanno a vantaggio della parte più debole nella reazione, cioè il paziente, facendo sì che egli possa essere curato nel migliore dei modi.

    Infatti uno degli aspetti fondamentali del rapporto professionale tra lo psicologo e il paziente/cliente è la relazione che si viene a creare. A seconda dell'approcio teorico, anzi, la relazione assume maggiore o minore importanza, addirittura in alcuni approcci la relazione è considerata uno strumento di lavoro (ad es. le dinamiche transfert-controtransfert in Psicoanalisi).
    Ora capirai, quindi, che se per qualunque ragione questa relazione professionale fosse inficiata, ciò andrebbe a intaccare l'efficacia del trattamento stesso. Perciò lo psicologo è tenuto a inviare da altri colleghi gli eventuali pazienti con cui "sente" di non poter lavorare al meglio, e questo è a vantaggio del cliente stesso.
    Per quanto riguarda i "tempi" di questo invio o rifiuto della presa in carico, lo psicologo deve agire in scienza e coscienza, cioè dovrebbe (attraverso l'analisi personale, l'introspezione e l'onesta intellettuale) raggiungere una consapevolezza della propria vita interiore sufficiente per accorgersi quanto prima possibile di queste dinamiche che vengono a crearsi con i pazienti


    capisco che, messa così, un diritto alla salute psichica non esiste perché la possibilità di incastro impraticabile c'è sempre. Per assurdo ci può essere una persona che chiede aiuto, ma le cui problematiche per le quali sta male sono tali da rendere vischioso qualunque tipo di relazione terapeutica con qualunque psicologo e per questo non può essere curata.
    se un individuo mette in atto relazioni patologiche è indubbio che metterà in atto queste dinamiche anche col terapeuta. MA, a differenza delle altre persone con cui l'individuo interagisce, il terapeuta evita di colludere e questo è il punto di partenza per cambiare rotta allo stile relazionale (ad esempio se il paziente attua relazioni vischiose, il terapeuta metterà dei confini ben precisi alla relazione -orari, tempi, regole, ecc.- in modo da non colludere e interrompere sul nascere questo circolo vizioso che metterebbe la realzione teapeutica allo stesso piano di tutte le altre). Da qui poi si può iniziare la terapia vera e propria. L'esempio è un po' campato per aria ma il concetto è quello
    Ultima modifica di Johnny : 10-06-2010 alle ore 17.01.26

  5. #5
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    L’analista non deve mai perdere di vista la sua stella polare, la bussola del percorso analitico, che è la domanda di analisi del paziente.
    Insieme a chi è questa persona, cosa gli sta succedendo, io faccio un accurato esame preliminare su cosa mi sta chiedendo, perché è venuto da me; se penso che la sua richiesta possa essere di mia competenza gli propongo l’analisi, altrimenti lo invio altrove o gli dico di non poter essergli di nessun aiuto.
    Spesso cosa ti sta chiedendo un paziente non è ben chiaro fin da subito, c’è chi ti chiede di risolvergli problemi pratici, c’è chi invece vaga nel mondo iperuranico ponendosi domande filosofico-esistenziali; io cerco di tradurre tutto questo in un discorso più comprensibile e concreto, esprimendo chiaramente cosa ne penso e come penso di poter essergli d’aiuto.
    Perdere il livello analitico in una analisi è vagare senza meta, veleggiare per ignoti lidi, andare a farfalle ... in questo l’analista deve tenere ben saldo il timone dell’analisi e chiedersi continuamente in che direzione stiamo andando.
    Può accadere che temporaneamente l’analista possa perdere la tramontana e virare a scirocco, ciò accade più spesso di quanto lo desideriamo, ma il paziente altrettanto spesso “pazientemente” attende che la ritroviamo (e magari questo può stimolarlo ad essere più attivo); se l’analista perdesse ogni punto di repere e non sapesse più che pesci pigliare può decidere di rivolgersi a qualche supervisore o di dire chiaramente al paziente che per qualche motivo non riesce a portarlo a méta, magari consigliandogli una soluzione alternativa.
    Altro discorso credo sia quello dei sentimenti; c’è un implicito molto pericoloso in quest’apertura del tuo thread, e cioè che ciò che prova l’analista possa essere in qualche modo qualcosa che possa ostacolare l’analisi, possa essere addirittura deleterio fino a configurarsi come una inutile perdita di tempo o addirittura come “omissione di soccorso”.
    Noi affondiamo le mani negli inferi di ciascuno, difficilmente questo può accadere senza provare emozioni molto forti, possiamo sentirci impotenti, terrorizzati, spaventati, depressi, svalutati, eccitati, innamorati, euforici, spaesati, indifferenti, annoiati, arrabbiati, infuriati ....
    Tutte queste emozioni ostacolano il cammino solo se le pensiamo sbagliate, se non ne individuassimo i contorni, se non le ascoltiamo come qualcosa che sta accadendo fra noi e la persona che abbiamo di fronte e che ci dicono molto sulla funzionalità reciproca e sulle speranze, sulle emozioni, sui pensieri di ciascuno.
    Se riuscissimo a comprendere la funzionalità di un innamoramento che proviamo per una nostra paziente, se riuscissimo a coglierne la dinamica intrinseca e a rimandargliela (senza attribuirla solo a lei, come fa chi usa il concetto di identificazione proiettiva), o anche soltanto a sottolineare ciò che sta accadendo stimolando la curiosità del paziente sull’aspetto dinamico di ciò, credo che avremmo utilizzato al meglio il sentimento percepito.
    Non bisogna perdere di vista che il sentimento che stiamo provando è quanto mai autentico (la tentazione di attribuirlo alla paziente e che passerebbe a noi per iniezione o per magia è stata forte in psicoanalisi, desoggettivando in questo modo l’analista ... e anche il paziente) e nello stesso tempo è qualcosa che va contestualizzato, letto in una chiave relazionale, come un nodo costruito dalla coppia e un equilibrio che attende di essere spiegato, di svelare i suoi perché.
    E qui ritorniamo all'iniziale domanda di analisi: che relazione ci può essere fra questo innamoramento e la domanda iniziale di analisi postaci dal paziente (e non importa se ad innamorarsi sia il paziente o il terapeuta, l'innamoramento è della coppia analitica, dal mio punto di vista)?
    Sull’omissione di soccorso, esiste (come ricorda Johnny) un codice deontologico a cui fare riferimento ed esiste una responsabilità personale ed esistenziale, prima che giuridica, che fa sentire la cosiddetta “presa in carico” come qualcosa di vincolante e coinvolgente ... non faccio esempi perché dovrei necessariamente attingerli dalla mia esperienza.
    Ciao.
    Ultima modifica di Megiston Matema : 10-06-2010 alle ore 17.59.10

  6. #6
    Partecipante Esperto
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    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    E qui ritorniamo all'iniziale domanda di analisi: che relazione ci può essere fra questo innamoramento e la domanda iniziale di analisi postaci dal paziente (e non importa se ad innamorarsi sia il paziente o il terapeuta, l'innamoramento è della coppia analitica, dal mio punto di vista)?

    In che senso domanda inziale? Intendiamoci, intuisco il senso quel che scrivi rispetto a ciò (credo).
    Ma riguardo alle domande successive? Quelle che emergono in analisi cammin facendo? O, più che domande, il disvelamento dei soggetti? Ad un certo punto ti vedi, e vedi l’altro. Quel vedere può essere molto forte e può innovare di molto la relazione analitica. E forse suscitare sentimenti ancora più forti e oltretutto radicati, dato che diventa un vedere e non un più un supporre.

    Può accadere che temporaneamente l’analista possa perdere la tramontana e virare a scirocco, ciò accade più spesso di quanto lo desideriamo, ma il paziente altrettanto spesso “pazientemente” attende che la ritroviamo (e magari questo può stimolarlo ad essere più attivo)

    Verissimo.

    G

  7. #7
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Citazione Originalmente inviato da giulietta.o Visualizza messaggio
    [B] In che senso domanda inziale? Intendiamoci, intuisco il senso quel che scrivi rispetto a ciò (credo).
    Ma riguardo alle domande successive? Quelle che emergono in analisi cammin facendo? O, più che domande, il disvelamento dei soggetti? Ad un certo punto ti vedi, e vedi l’altro. Quel vedere può essere molto forte e può innovare di molto la relazione analitica. E forse suscitare sentimenti ancora più forti e oltretutto radicati, dato che diventa un vedere e non un più un supporre.
    Cara Giulietta,
    nel corso dell'analisi, la domanda iniziale, che è fondamentalmente di conoscenza e di riappropriazione di sé, può perdersi in mille meandri, assumere varie forme e ... perché no ... anche quelle di un innamoramento. Dobbiamo sempre chiederci che rapporto c'è fra ogni sua forma e l'originale, cioè come l'originale sia dissimulato dalla sua successiva metamorfosi, e perché. Spero di aver risposto al tuo quesito.
    Ciao.

  8. #8
    Partecipante Esperto
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    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Cara Giulietta,
    nel corso dell'analisi, la domanda iniziale, che è fondamentalmente di conoscenza e di riappropriazione di sé, può perdersi in mille meandri, assumere varie forme e ... perché no ... anche quelle di un innamoramento. Dobbiamo sempre chiederci che rapporto c'è fra ogni sua forma e l'originale, cioè come l'originale sia dissimulato dalla sua successiva metamorfosi, e perché. Spero di aver risposto al tuo quesito.
    Ciao.


    Ho un problema, qualcosa mi sfugge. E’ la domanda che si allontana dall’originale? Forse non ho capito.
    Perchè la domanda a me sembra che rimanga fissa, cioè la conoscenza di se stessi. Si perde in vari meandri il processo di conoscenza, nel senso che imbocchi continuamente strade differenti per giungere alla conoscenza di te. Immagino che in questo senso tu parli di innamoramento, o sentimenti altri che rappresentano appunto i meandri, le vie attraverso le quali giungervi.
    La metamorfosi più pregnante però mi sembra quella del paziente. Così come la relazione, fatta sempre più, andando avanti, di due testimoni (per usare una tua definizione che trovo perfetta): uno dei due da più tempo (e a tempo pieno...) questo sì. Ma entrambi testimoni, ognuno del proprio cambiamento.

    G

  9. #9
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Citazione Originalmente inviato da Johnny Visualizza messaggio
    dunque, il codice deontologico impone di evitare l'inizio di relazioni professionali se tra il paziente e lo psicologo esiste già una conoscenza personale che può inficiarne il trattamento, in più impone di non instaurare rapporti personali o sentimentali con pazienti durante il trattamento. Tutto ciò è a vantaggio del diritto del paziente di essere curato con la massima efficacia, quindi queste norme vanno a vantaggio della parte più debole nella reazione, cioè il paziente, facendo sì che egli possa essere curato nel migliore dei modi.
    Quindi anche le conoscenze personali stabilite tramite internet potrebbero andare contro la deontologia professionale se sfociassero in un rapporto terapeutico?
    Il codice deontologico cerca di regolamentare qualcosa che già non è invocabile. Qualora ricorrano i presupposti per iniziare una terapia (cosa per niente sicura), cerca di aiutare lo svolgimento di una prestazione professionale nel modo più corretto possibile, ma non pone in essere strumenti tangibili a tutela del paziente/cliente. Il fatto che due persone non si conoscano prima del rapporto terapeutico o che non instaurino rapporti personale durante la terapia non garantisce affatto che la stessa possa essere condotta in maniera efficace, è un po’ pochino secondo me.


    Citazione Originalmente inviato da Johnny Visualizza messaggio
    Infatti uno degli aspetti fondamentali del rapporto professionale tra lo psicologo e il paziente/cliente è la relazione che si viene a creare. A seconda dell'approcio teorico, anzi, la relazione assume maggiore o minore importanza, addirittura in alcuni approcci la relazione è considerata uno strumento di lavoro (ad es. le dinamiche transfert-controtransfert in Psicoanalisi).
    Ora capirai, quindi, che se per qualunque ragione questa relazione professionale fosse inficiata, ciò andrebbe a intaccare l'efficacia del trattamento stesso. Perciò lo psicologo è tenuto a inviare da altri colleghi gli eventuali pazienti con cui "sente" di non poter lavorare al meglio, e questo è a vantaggio del cliente stesso.
    Per quanto riguarda i "tempi" di questo invio o rifiuto della presa in carico, lo psicologo deve agire in scienza e coscienza, cioè dovrebbe (attraverso l'analisi personale, l'introspezione e l'onesta intellettuale) raggiungere una consapevolezza della propria vita interiore sufficiente per accorgersi quanto prima possibile di queste dinamiche che vengono a crearsi con i pazienti

    E relativamente a questo che strumenti ha il paziente/cliente a sua tutela? Il codice prevede una psicoanalisi obbligatoria per tutti gli psicologi e le supervisioni per ciascun intervento terapeutico? Il paziente/cliente può ottenere informazioni riguardo a questo?
    (sempre ammesso che la consapevolezza di sé e l’onestà intellettuale possano mai essere certificate…).

    Praticamente la persona dello psicologo è strumento stesso dell’intervento terapeutico, ma del quale non possono essere fornite garanzie al destinatario dello stesso.
    Sono certa che la spaventosa responsabilità che investe un simile settore è sempre ben presente nella mente di chi vi opera, prima ancora delle teorie, degli approcci, dei tariffari e dei codici deontologici, che è auspicabile siano superati di gran lunga dalla statura morale di chi sceglie di fare una simile professione.

    Citazione Originalmente inviato da Johnny Visualizza messaggio
    se un individuo mette in atto relazioni patologiche è indubbio che metterà in atto queste dinamiche anche col terapeuta. MA, a differenza delle altre persone con cui l'individuo interagisce, il terapeuta evita di colludere e questo è il punto di partenza per cambiare rotta allo stile relazionale (ad esempio se il paziente attua relazioni vischiose, il terapeuta metterà dei confini ben precisi alla relazione -orari, tempi, regole, ecc.- in modo da non colludere e interrompere sul nascere questo circolo vizioso che metterebbe la realzione teapeutica allo stesso piano di tutte le altre). Da qui poi si può iniziare la terapia vera e propria. L'esempio è un po' campato per aria ma il concetto è quello
    Anche se non collude ed invia il paziente ad un collega tempestivamente, secondo me, dovrebbe sempre considerare che il fallimento della terapia ha provocato danni a quel paziente in termini di ritardo nella guarigione. Si rischia, altrimenti, di liquidare gli insuccessi come facenti parte di un rapporto di consulenza psicologica che di terapia psicologica

    Saluti
    Ultima modifica di benedetta14 : 11-06-2010 alle ore 08.35.49

  10. #10
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Ricevo stamattina una mail di aggiornamento su tematiche psicologiche di questo sito e trovo il seguente titolo:" TSO per neomamme con depressione post partum? "
    TSO per neomamme con depressione post partum

    Come si pongono gli psicologi (intesi come intera categoria professionale a livello istituzionale) su temi come questi?
    Si possono obbligare le persone a trattamenti psicologici obbligatori?
    Non farlo corrisponde ad omissione di soccorso?

    Saluti

  11. #11
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Gli psicologi, non so.

    Ti dico come la penso io, anche se è un "pensare a botta calda", senza molte meditazioni.
    Per me, il TSO è come il ricorso alla violenza in una contesa: "l'ultimo rifugio degli incapaci", per dirla con Asimov. Nel senso che, se arrivi ad un TSO, vuol dire che hai fallito in ogni altro tentativo.

    La questione è che il TSO è un provvedimento giuridico e io, pur comprendendo le esigenze sociali, rilevo l'esistenza di una tensione continua (che può essere anche una tensione produttiva) tra il punto di vista psicologico mirato alla comprensione e il punto di vista giuridico (che, ovvviamente, implica un giudizio). Nel senso che le norme giuridiche non mi sembra siano costruite per salvaguardare il soggetto, ma per salvaguardare la società dal soggetto.
    E' un po' un "disagio della civiltà", dentro il quale occorre stare, ma che non lascia mai soddisfatti. Almeno, io non mi sento soddisfatto.

    Per la questione dell'omissione di soccorso, non penso esista una "diritto alla salute mentale". Penso che i percorsi di cura di sé non siano "prescrivibili" (se n'0era accorto anche Freud che, infatti, non scrisse mai un "manuale di psicoanalisi"). Ci sono i percorsi manualizzati e, almeno in parte, sembrano funzionare, su pazienti selezionati e in determinate condizioni. Ma nella clinica fuori dai laboratori di ricerca i percorsi manualizzati saltano tutti e il comportamento concreto dei terapeuti non sempre segue le loro teorie di riferimento. Anche quando sono convinti di seguirle, sembra che in molti casi agiscano in modo diverso da quel che ci si attenderebbe (vedi l'articolo di Westen sull'efficacia della psicoanalisi che avevo postato tempo fa).

    Penso che questa attenzione per il giuridico, per la definizione formale dei compiti, delle fasi, dei processi, possa avere a che fare con l'illusione che la realtà sia definibile e controllabile, che possiamo mettere in luce tutto, sviscerare ogni aspetto del reale, illuminare qualsiasi angolo. Dov'era l'Es mettere l'Io, ma in modo altrettanto totalizzante di prima. Da un Io spodestato a un Es inesistente e ridotto a nulla. Pericoloso, secondo me.

    Buona vita
    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  12. #12
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Altro discorso credo sia quello dei sentimenti; c’è un implicito molto pericoloso in quest’apertura del tuo thread, e cioè che ciò che prova l’analista possa essere in qualche modo qualcosa che possa ostacolare l’analisi, possa essere addirittura deleterio fino a configurarsi come una inutile perdita di tempo o addirittura come “omissione di soccorso”.
    Noi affondiamo le mani negli inferi di ciascuno, difficilmente questo può accadere senza provare emozioni molto forti, possiamo sentirci impotenti, terrorizzati, spaventati, depressi, svalutati, eccitati, innamorati, euforici, spaesati, indifferenti, annoiati, arrabbiati, infuriati ....
    Tutte queste emozioni ostacolano il cammino solo se le pensiamo sbagliate, se non ne individuassimo i contorni, se non le ascoltiamo come qualcosa che sta accadendo fra noi e la persona che abbiamo di fronte e che ci dicono molto sulla funzionalità reciproca e sulle speranze, sulle emozioni, sui pensieri di ciascuno.
    ......
    Sull’omissione di soccorso, esiste (come ricorda Johnny) un codice deontologico a cui fare riferimento ed esiste una responsabilità personale ed esistenziale, prima che giuridica, che fa sentire la cosiddetta “presa in carico” come qualcosa di vincolante e coinvolgente ... non faccio esempi perché dovrei necessariamente attingerli dalla mia esperienza.
    Ciao.
    No, nessun implicito di tal genere. Innanzitutto perché non mi riferisco alla psicoanalisi, ma alla psicoterapia in generale, comprendente anche altri tipi di interventi.
    In secondo luogo perché sono, al contrario, fermamente convinta che i trattamenti psicologici abbiano una profonda natura terapeutica, di cura e che se anche si scontrano con i limiti descritti più sopra che rendono impossibile tradurre in termini di diritto positivo un diritto naturale come quello alla vita, alla salute (anche psicofisica aggiungo io), chi vi opera credo debba tenere in considerazione l'alto compito a cui è chiamato e cioé difendere, ripeto, un diritto naturale che non si può regolamentare.

    Per questo chiedo: possono esistere casi di omissione di soccorso in psicoterapia, al di là dei codici e delle leggi?

    Saluti

  13. #13
    Johnny
    Ospite non registrato

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Citazione Originalmente inviato da benedetta14 Visualizza messaggio
    Quindi anche le conoscenze personali stabilite tramite internet potrebbero andare contro la deontologia professionale se sfociassero in un rapporto terapeutico?


    Il codice deontologico cerca di regolamentare qualcosa che già non è invocabile. Qualora ricorrano i presupposti per iniziare una terapia (cosa per niente sicura), cerca di aiutare lo svolgimento di una prestazione professionale nel modo più corretto possibile, ma non pone in essere strumenti tangibili a tutela del paziente/cliente. Il fatto che due persone non si conoscano prima del rapporto terapeutico o che non instaurino rapporti personale durante la terapia non garantisce affatto che la stessa possa essere condotta in maniera efficace, è un po’ pochino secondo me.E relativamente a questo che strumenti ha il paziente/cliente a sua tutela? Il codice prevede una psicoanalisi obbligatoria per tutti gli psicologi e le supervisioni per ciascun intervento terapeutico? Il paziente/cliente può ottenere informazioni riguardo a questo?
    (sempre ammesso che la consapevolezza di sé e l’onestà intellettuale possano mai essere certificate…).
    il codice deontologico, quindi la legge visto che ha valore penale, dà una cornice, dà dei confini, pone delle condizioni e dei limiti, così come avviene per ogni professione dotata di Albo professionale. Lo strumento "tangibile" che il codice deontologico dà è la denuncia penale...se non è tangibile questo!






    Praticamente la persona dello psicologo è strumento stesso dell’intervento terapeutico, ma del quale non possono essere fornite garanzie al destinatario dello stesso.
    Sono certa che la spaventosa responsabilità che investe un simile settore è sempre ben presente nella mente di chi vi opera, prima ancora delle teorie, degli approcci, dei tariffari e dei codici deontologici, che è auspicabile siano superati di gran lunga dalla statura morale di chi sceglie di fare una simile professione.



    Anche se non collude ed invia il paziente ad un collega tempestivamente, secondo me, dovrebbe sempre considerare che il fallimento della terapia ha provocato danni a quel paziente in termini di ritardo nella guarigione. Si rischia, altrimenti, di liquidare gli insuccessi come facenti parte di un rapporto di consulenza psicologica che di terapia psicologica

    Questi aspetti però non sono esclusivi dello psicologo. Anche un avvocato, si comporterà in un certo modo non solo perché lo dice la legge, ma per un "sentire" interiore...così come il medico, il commercialista, e così via. Tutte professioni che hanno il delicato compito di "aiutare" qualcuno, e nel caso fallissero il cliente avrebbe dei seri problemi (pensa a un avvocato che perde una causa facendo andare in prigione un cliente innocente, o un commercialista che fa andare sul lastrico un cliente amministrandogli miliardi di euro).

    per quanto riguarda la tua ultima constatazione, il codice deontologico nasce da un "comune sentire" della categoria professionale, ed è il risultato di un lungo percorso. Quello che sta scritto nel codice era sentito dalla cateogoria professionale, ed è per questo che è stato esplicitato nero su bianco.
    Ultima modifica di Johnny : 11-06-2010 alle ore 16.33.45

  14. #14
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Citazione Originalmente inviato da Johnny Visualizza messaggio
    il codice deontologico, quindi la legge visto che ha valore penale, dà una cornice, dà dei confini, pone delle condizioni e dei limiti, così come avviene per ogni professione dotata di Albo professionale. Lo strumento "tangibile" che il codice deontologico dà è la denuncia penale...se non è tangibile questo!
    Sei sicuro che sia tangibile? Pensi che uno psicologo si possa denunciare penalmente perché ha poca conoscenza di sé da colludere con le dinamiche del paziente? O perché ha tardato ad inviare ad un collega o perché ha preso in carico un soggetto non curabile da lui? Difficile da provare...
    Già il codice non obbliga ad un percorso di analisi personale, né a dare trasparenza al paziente di questa informazione né delle supervisioni.

    Ma al di là di questo aspetto che non mi interessa, credo che la cosa più importante sia l'assunzione personale di responsabilità dello psicoterapeuta che, a differenze di altre professioni, svolge un'attività terapeutica finalizzata al benessere psicologico della persona (e questo è intangibile, l'errore dell'avvocato, dell'architetto o dell'ingegnere sono tangibili e facilmente dimostrabili). Si assume la responsabilità morale di dire: "se faccio/non faccio questo potrei rischiare di fare un'omissione di soccorso"? indipendentemente dalla punibilità penale.
    Per esempio, gli psicoanalisti pongono come tutela del paziente l'analisi personale che, sebbene non sia obbligatoria per legge, ritengono di doverla fare per non colludere col paziente. Non farla potrebbe essere considerato un caso di omissione di soccorso?
    I cognitivisti a quanto ho capito parlano di supervisione, penso per lo stesso motivo.
    (anche se poi non so quanti informano i propri pazienti circa l'aver preso queste misure)
    E gli altri?
    Oppure non può esistere il caso perché é un'attività professionale come le altre (escluso la medica) e al massimo può sbagliare a dare una consulenza, cosa per altro rimediabile perché poi all'interno del rapporto terapeutico le cose si affrontano e si risolvono senza causare danni?
    In nessun tipo di psicoterapia esiste questo pericolo?

    Saluti
    Ultima modifica di benedetta14 : 11-06-2010 alle ore 22.40.43

  15. #15
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: L'omissione di soccorso in psicoterapia

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Gli psicologi, non so.

    Ti dico come la penso io, anche se è un "pensare a botta calda", senza molte meditazioni.
    Per me, il TSO è come il ricorso alla violenza in una contesa: "l'ultimo rifugio degli incapaci", per dirla con Asimov. Nel senso che, se arrivi ad un TSO, vuol dire che hai fallito in ogni altro tentativo.

    La questione è che il TSO è un provvedimento giuridico e io, pur comprendendo le esigenze sociali, rilevo l'esistenza di una tensione continua (che può essere anche una tensione produttiva) tra il punto di vista psicologico mirato alla comprensione e il punto di vista giuridico (che, ovvviamente, implica un giudizio). Nel senso che le norme giuridiche non mi sembra siano costruite per salvaguardare il soggetto, ma per salvaguardare la società dal soggetto.
    E' un po' un "disagio della civiltà", dentro il quale occorre stare, ma che non lascia mai soddisfatti. Almeno, io non mi sento soddisfatto.

    Per la questione dell'omissione di soccorso, non penso esista una "diritto alla salute mentale". Penso che i percorsi di cura di sé non siano "prescrivibili" (se n'0era accorto anche Freud che, infatti, non scrisse mai un "manuale di psicoanalisi"). Ci sono i percorsi manualizzati e, almeno in parte, sembrano funzionare, su pazienti selezionati e in determinate condizioni. Ma nella clinica fuori dai laboratori di ricerca i percorsi manualizzati saltano tutti e il comportamento concreto dei terapeuti non sempre segue le loro teorie di riferimento. Anche quando sono convinti di seguirle, sembra che in molti casi agiscano in modo diverso da quel che ci si attenderebbe (vedi l'articolo di Westen sull'efficacia della psicoanalisi che avevo postato tempo fa).

    Penso che questa attenzione per il giuridico, per la definizione formale dei compiti, delle fasi, dei processi, possa avere a che fare con l'illusione che la realtà sia definibile e controllabile, che possiamo mettere in luce tutto, sviscerare ogni aspetto del reale, illuminare qualsiasi angolo. Dov'era l'Es mettere l'Io, ma in modo altrettanto totalizzante di prima. Da un Io spodestato a un Es inesistente e ridotto a nulla. Pericoloso, secondo me.

    Buona vita
    Guglielmo
    Ciao willy,
    mi ritrovo molto in ciò che dici ed infatti mi aspetterei che, proprio per le ragioni che riporti, la categoria degli psicologi a livello istituzionale si opponesse al TSO.
    Non riesco, invece, a vedere il pericolo cui accenni alla fine del tuo intervento, perché parto dall’idea che un diritto prima di essere norma imperativa è un sentire, che parte proprio dalla filosofia e quindi dagli studi sull’uomo esattamente come la psicologia.
    In fin dei conti pensatori come Hobbes, tanto per citarne uno, nell’indagare la natura umana, non erano molto lontani dalle posizioni di Freud (“La nostra natura quindi non ci spinge a cercare amici, ma a poter ottenere per mezzo di essi onore e vantaggi; questa è la prima cosa che cerchiamo, gli amici solo in via subordinata” mi ricorda un po’ i destini delle pulsioni).
    Sono d’accordo con te che se ci fermiamo a considerare diritto un qualcosa che si esprime solo da un punto di vista di ordinamento giuridico, la questione possa essere riduttiva, illusoria e pericolosa; se però lo consideriamo come un’assunzione di responsabilità in proprio della vita e dei rapporti con gli altri, credo che il discorso cambi. Non è ciò che si chiede al paziente di fare anche all’interno del rapporto terapeutico? Non si cerca di svelargli che ha il diritto di prendersi cura di sé, di amare e di sentirsi amato, di liberarsi di tutto ciò che lo fa stare in conflitto con se stesso?
    Io credo che se prendiamo il diritto naturale, i principi della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo o dei diritti dell’infanzia, l’Es non dovrebbe sentirsi spodestato dall’Io.
    E l’omissione di soccorso è un concetto che attiene ad un diritto inviolabile dell’uomo e richiama alla solidarietà umana; però, come anche un vostro collega sostiene, se ne parla poco tra psicoanalisti (tra gli altri tipi di psicoterapeuti non so neanche se c’è stato qualcuno che si è posto il problema di parlarne o meno).
    Riporto lo stralcio di un’altra intervista a F. Borgogno che ho trovato:

    Cosa sto dicendo? Che piuttosto di frequente capita che non vogliamo occuparci del dolore e in particolare del dolore infantile, di quel dolore cioè da cui il bambino molto piccolo non si può difendere da solo dal momento che a lui occorre assolutamente un “genitore equo e giusto”: un genitore che in primis non lo infligga e che certamente, qualora lo abbia inflitto, sappia riconoscerlo (ricordo che un mio “cavallo di battaglia”, che quasi sempre riceve uno sguardo distratto dai colleghi, si esprime nel segnalare proprio l’esigenza e l’urgenza di diversificare e differenziare “diritti e doveri dei genitori” e “diritti e doveri dei bambini”, per non rimanere ancora oggi invischiati all’interno di quella “confusione di lingue” che Ferenczi ci esortava a superare). Non è in effetti per nulla ovvio che i genitori siano sempre buoni e appropriati, e così accade per ciò che concerne gli analisti; ed è giusto per questa convinzione che Ferenczi è risultato scandaloso per la nostra comunità, per avere ossia segnalato quanta “omissione di soccorso” produciamo senza ravvedercene, magari responsabilizzando d’essa – ahimé – il paziente e compiendo così quello che egli chiamava “terrorismo della sofferenza”. La sua visione “volava – davvero – alto” invece: vedeva tutta la difficoltà d’immedesimarci eticamente e immaginativamente con l’altro, e quale radicata amnesia caratterizzasse gli stessi analisti oltre che i genitori rispetto al ricordare la propria infanzia e anche la propria “infanzia analitica”, l’essere cioè anche noi stati dei pazienti con analisti non sempre irreprensibili e soprattutto responsivi. Vedeva in sintesi, per dirla in altre parole, che lo sguardo della madre può riconoscerti ma anche farti ammalare, e dunque che i messaggi che lo “specchio” invia – accanto all’essere in parte erogeni ed enigmatici – comportano sempre quando sono troppo enigmatici ed erogeni una qualche decisa “ricaduta algogena”.

    Saluti

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