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  1. #1
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Articolo di Jonathan Shedler su "American Psychologist" Vol 65(2), Feb-Mar, 2010.

    The Efficacy of Psychodynamic Psychotherapy
    Jonathan Shedler University of Colorado Denver School of Medicine

    ABSTRACT

    L'evidenza empirica sostiene l'efficacia della psicoterapia psicodinamica. Le grandezze degli effetti della psicoterapia psicodinamica risultano altrrettanto grandi di quelli osservati in altre forme di psicoterapia che sono state attivamente promosse in quanto "empirically supported" ed "evidenze based".
    Inoltre, i pazienti che hanno ricevuto una psicoterapia psicodinamica hanno mantenuto i vantaggi apportati dalla terapia nel corso del tempo e sembra che continuino a migliorare anche dopo il termine del trattamento.
    Infine, l'efficacia delle psicoterapie non psicodinamiche può essere dovuta, in parte, al fatto che i terapeuti più capaci utilizzano tecniche che sono state per lungo tempo elementi centrali della teoria e della pratica psicodinamica.
    La percezione diffusa che gli approcci psicodinamici manchino di supporto empirico non si accorda con le evidenze scientifiche disponibili e può essere il riflesso di una disseminazione selettiva dei risultati delle ricerche effettuate.

    iN ALLEGATO L'ARTICOLO COMPLETO (in inglese e in formato Acrobat).

    E' un articolo che a me è parso assai importante. E perché è il primo articolo che riscontra una parità di effetti tra la psicoterapia psicodinamica e quella cognitivo-comportamentale, e per quel risultato particolarmente curioso: i pazienti continuano a migliorare anche dopo la conclusione della terapia. Coerente con le ipotesi alla base delle psicoterapie psicodinamiche.

    Buona lettura. Sono curioso di sentire cosa ne pensate...

    e buona vita
    Guglielmo
    Files allegati Files allegati
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  2. #2
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Articolo di Jonathan Shedler su "American Psychologist" Vol 65(2), Feb-M

    Caro Willy,
    innanzitutto ti ringrazio per aver messo a disposizione di tutti l’articolo di Shedler e per aver posto un dibattito come questo che io ritengo molto interessante.
    La psicoanalisi, per vari motivi, non si è impegnata molto sul versante della verifica esterna delle sue teorie e degli esiti clinici e tuttora alcuni psicoanalisti non ritengono questa verifica né necessaria né utile, continuando a sostenere il freudiano Junktim, il legame inscindibile fra teoria e clinica, in cui è dalla clinica che si ricava la teoria, incuranti del fatto che poi è la teoria che seleziona e crea i dati clinici.
    Un circolo in cui ad un certo punto puoi dire tutto e tutto il contrario di tutto senza tema di smentite (e in effetti, questo è ciò che è successo col proliferare delle scuole interne in cui ciascuno si affidava alla sua esperienza clinica e in cui il dato dirimente la questione diventava il “testo” freudiano, l’ipse dixit, creando pseudo-ortodossie in cui il più forte imponeva la sua, esattamente come avviene nelle religioni).
    L’insoddisfazione per l’apparato metapsicologico, le critiche esterne e la creatività interna hanno però tentato da tempo una sistematizzazione teorica al di fuori dei capi carismatici che si ponevano come gli unici figli spirituali del divino Freud.
    Già da tempo (erano gli anni 50) qualcuno ha iniziato ad osservare i bambini sani, con metodi geniali e innovativi, con cui poter cogliere le micro sequenze interattive e poter registrare anche le risposte “qualitative” del bambino e non soltanto quelle “quantitative” della scienza comportamentale.
    Un sistema completamente diverso dal ricostruire la psicologia del bambino sano a partire dall’adulto malato (dalla clinica appunto), oppure dal semplice trasferire i meccanismi che si inferivano nel bambino malato anche in quello sano come fasi evolutive (ricordo brevemente la fase schizoparanoide, la fase depressiva, la fase autistica normale, la fase simbiotica normale, il processo di separazione-individuazione, l’attribuzione al bambino di forti sentimenti di invidia, ecc.).
    Non credo sia il caso di sottolineare ancora come si partisse (e si parte ancora) dal patologico “normale”, evolutivo, per approdare ad un “sano” che spesso non è altro che un precario equilibrio fra opposte spinte patologiche (come un sano rapporto con l’oggetto esterno viene visto da Freud e da molti altri come un equilibrio fra anaclitismo, necessità, bisogno dell’altro e narcisismo, senza cogliere il fatto che siamo “animali sociali” fondamentalmente e la nostra realizzazione autentica è nella relazione, è li che possiamo realizzare il nostro potenziale soggettivo e quella sociale è una spinta primaria, forte, autentica naturale che si patologizza successivamente talvolta).
    La psicoanalisi di cui parlo sta costruendo gran parte della sua teoria dialogando con l’Infant resaarch, l’Infant Observation, con le neuroscienze, con le scienze sociali, con l’antropologia, con la modellistica dei sistemi complessi, con la cibernetica, con l’antropologia, ecc. ; tutto questo, lontano dall’essere pericoloso o snaturante per la psicoanalisi, è in realtà molto arricchente perché questo fitto dialogo potenzia la clinica stessa, le micro-interazioni madre/padre-bambino hanno fatto conoscere dei processi interattivi non verbali che sono molto utili anche nella clinica adulta perché gran parte della comunicazione fra paziente e terapeuta avviene ad un livello procedurale. Insieme all’interpretazione, possiamo oggi disporre di tutta una serie di interventi clinici che utilizzano il posturale, il corporeo, il registro emotivo e che vanno ad influire ad un livello più profondo di qualsiasi interpretazione, che talvolta viene mentalizzata e razionalizzata dalla coppia analitica e non arriva a toccare le fibre profonde.
    Altro elemento positivo è quello di evitare l’autoreferenzialità e il solipsismo (talvolta formulati con molta prosopopea con frasi del tipo: “La psicoanalisi non può sottoporsi a nessuna verifica perché ciò ne snaturerebbe la sua essenza, mentre può a sua volta sottoporre a verifica ciascuna delle altre discipline perché servirebbe a portare alla loro coscienza i risvolti inconsci su cui riposano”) e appartenere a tutti gli effetti al dibattito scientifico che in occidente si intreccia da almeno 26 secoli.
    Mi fa piacere che molti psicoanalisti recentemente abbiano sentito l’esigenza di corredare le loro teorie e le loro proposte cliniche con ricerche sugli esiti terapeutici, con follow-up; questo sforzo non è stato un mero adeguarsi alle altre teorie cliniche che già da tempo lo facevano, ma ha portato alcune peculiarità specifiche della psicoanalisi all’interno della ricerca di questo tipo, ad esempio la valutazione dei parametri qualitativi e non soltanto di quelli quantitativi e, cosa ancora più importante, non si è limitata all’esito finale della terapia e alla sua “tenuta” nel tempo, si è interrogata sul cogliere e capire i processi psicoterapeutici mentre avvenivano, ad analisi in corso, in questo aiutata moltissimo dall’Infant Research che mette a disposizione metodiche per osservare e registrare sequenze di micro interazioni.
    Chiudo allegando un articolo che ritengo molto interessante di Daniela De Robertis: http://www.sipreonline.it/static/upl...DEROBERTIS.pdf
    Un saluto.
    Ultima modifica di Megiston Matema : 24-04-2010 alle ore 12.46.33

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