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Discussione: prime armi disarmate

  1. #1
    LiIa
    Ospite non registrato

    prime armi disarmate

    Armata di buoni propositi, accogliente e vigile, con il benestare di tutti i parametri consueti. imbottita dai brillanti spunti di una tesi di laurea zeppa di slanci sul valore della relazione, sul ruolo dell’empatia nell’efficacia terapeutica e amenità del genere, mi siedo sulla seggiolina. Dopo appena pochi minuti mi ritrovo ad annaspare disorientata di fronte ad un volto muto. La padrona del volto veramente non è muta, espone piuttosto una serie di resoconti in tono blandamente avvilito. Faccio fatica, mi avvicino, mi protendo addirittura (grazie a dio, non letteralmente) fino a raggiungere a stento la soglia di una cronaca asettica. Mi stupisco: niente di quello che mi racconta, né di quello che esprime non verbalmente, suscita la benché minima “sintonia”, nessuna scintilla scocca prontamente ad animare l’incontro, nessun suggerimento appare a comporre il mio fascicolo interno, che resta una laconica paginetta semivuota. controllo rapidamente il mio impaccio rispetto a questa “anomalia”, per evitare di riversare sulla malcapitata lo sconcerto e un certo disappunto per le aspettative disattese (inevitabilmente ci aspettiamo di essere o di sentirci “utili” in qualche modo, e certamente non mi sentivo molto “produttiva”). tutto ciò che mi resta da offrire è il minor danno: una forma di ascolto piuttosto neutro, di qualcuno che mi risulta, per una strana alchimia di elementi, distante. Insomma, in questo umanissimo caso non posso citare indimenticabili crisi di pianto né, per la verità, più timide tracce di “compassione” che sembrano velatamente alleviare le apprensioni del mestiere, assecondando il trend odierno che rivaluta “il coinvolgimento” e l’emotività del professionista. Non posso imputare l’accaduto né ad un effetto di usura, essendo “esordiente e volenterosa” , né ad un mia prerogativa di “imperturbabilità”, né credo, ad elementi di controtransfert. la supervisione mi aiuta a ricapitolare il cortocircuito prodotto dai miei limiti personali e dai limiti di un incontro, che per sua natura contiene un margine di imprecisabile e che prevede anche l’opzione del “fallimento empatico”. La terapeuta esperta mi suggerisce, che oltre ad una serie di fattori più o meno maneggevoli, entra in gioco un fattore di “affinità” tra psicologo e paziente, non riproducibile “a comando” (Incredibile Dictu: proprio come fra persone in carne ed ossa...). Non si collega ad uno specifica comunanza di opinioni o scelte concrete tra interlocutori, si tratta forse di un approccio alle cose nel loro complesso, e passa attraverso la modalità comunicativa, o attraverso una serie di altre rarefatte variabili che coinvolgono due persone. Senz’altro ciò non autorizza all'evitamento o alla rappresaglia sul paziente, aspetto da monitorare attentamente. Non considero questo episodio drammatico, né è diminuita la mia curiosità o la voglia di fare questo mestiere. Ma certo riflettere su alcuni limiti realistici (che caratterizzano qualsiasi relazione) è importante per ridimensionare l’onnipotenza con cui (spesso in buonissima fede) ci dedichiamo all’altro.
    Ultima modifica di LiIa : 24-12-2003 alle ore 22.06.27

  2. #2
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
    Data registrazione
    31-03-2003
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    2,536
    Lila una domanda, è stata lei a farti indossare le lenti che ti dicono vedimi così, o sei tu che appena hai visto lei hai indossato le lenti che ti dicono: appena vedo questo genere di persone io le vedo così?
    come mai questa donna ha deciso di farsi vedere in questo modo? sei solo tu a vederla così o anche le persone significative di questa signora? Alcune di queste persone rifiutano di vederla come descritta del tuo racconto? e cosa fanno? se io accettassi di vederla così cosa vorrebbe che vedessi? e se non accettassi, cosa succederebbe? ...ehm sono più domande...

  3. #3
    LiIa
    Ospite non registrato
    Uhm…avevo intenzione di postare l’intervento sulla discussione “coinvolgimento del clinico”, ma data la mia palese dimestichezza con l’aggeggio forum, è apparso come nuova discussione, quindi un po’ avulsino, temo. vabe', grazie delle tue domande comunque; vediamo un po’. Indubbiamente la giovane in questione riportava una storia di trascuratezza emotiva (proprio ciò che si è riprodotto nel colloquio) e una sensazione di scarsa incidenza emotiva sui familiari, e questo senz’altro sembra indicativo. Potrei ipotizzare una riedizione fulminante di questo scenario (in cui mi sono subito piazzata come comparsa, trallallà…). approfondirò più avanti, come alcune delle tue domande specifiche a cui non ho ancora avuto il tempo di trovare risposta. Ad ogni modo non ho insistito volontariamente sulla storia della donna perché in realtà mi interessava più sfrondare alcuni luoghi comuni circa il furore “missionaristico” che ho colto in certi post. Credo che avvicinarsi all’altro con l’imperativo di “amarlo a tutti i costi” sia fuorviante, anche in questa professione. Anzi, forse è ancora più necessario proprio nel delicato rapporto che si instaura con il paziente essere molto consapevoli delle nostre aspettative. Offrire un modello di relazione alternativo a chi ha avuto una esperienza dolorosa non implica necessariamente l’identificarsi con un ruolo di “salvatore” che, stracolmo di entusiasmi filantropici accorre a riscattare i torti subiti dal suo beniamino (ovvero, il paziente, per altro grande escluso di questa onanistica trappola). Considero l’emotività una parte integrante di qualsiasi relazione, anche quella terapeutica naturalmente, e oltre che inevitabile potenzialmente fruttuosa. Ma questo non conduce necessariamente ad idealizzare il proprio ruolo né ci autorizza a calarci nella parte dei dispensatori di “amore”. Questo intervento rischia di essere frainteso, (occhieggio spade di damocle penzoloni) ma si basa anche sull’esperienza di colleghi che travisano il coinvolgimento e il sostegno confondendoli con faccende di ben altra natura, molto più attinenti all’immagine di sé e del proprio ruolo. Come accade di rimanere turbati, provare tristezza e sentire complicità di fronte ad alcune storie, capita anche di sentirsi piuttosto estranei di fronte ad altre. Questo non fa di noi né compassionevoli ”redentori” né distaccatoni “carnefici”, ci rende solo più realistici e forse anche un po’ più allenati.
    saluti ed inchini.

  4. #4
    Partecipante Assiduo L'avatar di Snick
    Data registrazione
    20-10-2003
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    Roma
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    149
    Questo non fa di noi né compassionevoli ”redentori” né distaccatoni “carnefici”, ci rende solo più realistici e forse anche un po’ più allenati.
    ma in che senzo più allenati?
    Sfrutto un po'la tua disponibilità...
    quando scrivi "consapevoli delle nostre aspettative"potresti fare un esempio,please
    ...
    Pensandoci...come indirizzi altrove la persona con cui non ti trovi in sintonia?
    ... comunque mi trovo d'accordo col tuo modus è quello che si abina più facilmente ad aiutare concretamente (senza artificiosità, e senza pecorrere strade sconosciute a spese del paziente)

    ciao

    PS l'hai ricevuto il mio pm
    back in Ops-Online from 9/8/08



    Stefano S.
    Sapore di sale

  5. #5
    LiIa
    Ospite non registrato
    Credo che questa faccenda della presa in carico sia spinosetta, in effetti. Nel caso di cui sopra la prospettiva di indirizzare la donna altrove era prematura, così come sarebbe stato prematuro considerare un episodio di ipercoinvolgimento indicativo di fallimento o sintomo di “inidoneità professionale”. D’altra parte credo sia tutt’altro che raro impelagarsi in un “transfert negativo” o comunque rendersi conto di una idiosincrasia particolare, e che questo sia problematico soprattutto nel pubblico, dove per altro la domanda è molto eterogenea. Non so, magari qualche anima buona o qualche navigato può cimentarsi in qualche delucidazione.
    In sostanza credo che questa opzione vada presa in considerazione, prima di tutto con noi stessi, ossia vada messa in conto nel capitolo “aspettative” appunto, di cui mi chiedi esempi esplicativi (sì, ho letto il pm). Non so bene che tipo di brillante esempio produrti, personalmente quando mi appresto a qualche collaudo do una scrollatina al tutto e sento se c’è qualche strano rumore. Oppure può accadere dopo, ad evento accaduto, quando qualcosa non si accorda a quello che prevedevi può essere propizio fare una ricognizione di ciò che è successo. In generale mi riferisco ad una riflessione intima e personale sui sentimenti e le fantasie che circondano il nostro concetto di “psicologo” come qualcuno che ha a che fare con il malessere altrui (le motivazioni che ti spingono a fare questo mestiere e che peso hanno nella tua storia, le convinzioni intorno al concetto di "cura" etc...).
    Con “allenamento” poi mi riferisco ad una pratica di relazione, quella forma di esperienza che ti allontana da preconcetti o illusioni e che ti permette di metterti in gioco.
    Nei post precedenti, non arrivavo ad ipotizzare questo estremo, comunque, presumo che sia necessario informare con molta onestà il paziente di una eventuale ostacolo che si rivela insuperabile. Credo anche che nella realtà questo non avvenga spesso e che ci si rifugi molto di più nel pretesto di paziente “irrecuperabile” o “resistente”. Qualcuno mi suggerì che questi casi “si risolvono da sé” per selezione naturale, nel senso che presto o tardi il paziente si allontana e un bel giorno sparisce o interrompe e dunque l’inghippo si palesa con buona pace di entrambi ("risoluzione" che mi lascia un po' interdetta).
    Infine, sì: considero l’artificiosità incompatibile con questo tipo di relazione e la consapevolezza l’unico buon deterrente per questa minaccia.
    saluti e riverenze.

  6. #6
    bimand
    Ospite non registrato
    Credo che avvicinarsi all’altro con l’imperativo di “amarlo a tutti i costi” sia fuorviante, anche in questa professione.
    Qualcuno mi suggerì che questi casi “si risolvono da sé” per selezione naturale, nel senso che presto o tardi il paziente si allontana e un bel giorno sparisce o interrompe e dunque l’inghippo si palesa con buona pace di entrambi ("risoluzione" che mi lascia un po' interdetta).


    Io volevo solo fare un accenno a queste due cose dette da LIla (stimo sempre di più il tuo modo di scrivere anche se ci capisco sempre meno...):
    ...certo può essere vero che si cerca di avvicinarsi al paziente con l'idea di amarlo a tutti i costi, ma non si può di certo credere, ne tanto meno pensare che si possa amare realmente tutti i pazienti...questo è impossibile, visto che cmq ogni paziente ha le proprie peculiarità che possono anche non essere ben accolte dallo psicologo...non c'è niente da fare, se con una persona non riesci ad entrare in sintonia, per quanto di lavoro si tratti, è meglio "lasciarla andare" o più corretto reindirizzarla a qualcun altro, questo per il pz in primis, ma anche per il terapeuta che cmq vivrebbe la terapia come sgradevole e sicuramente non aumenterebbe la propria autostima essendo cmq una rarissima eventualità il fatto che il pz possa raggiungere una qualsiasi forma di "guarigione"! Insomma quello che voglio dire che non è politicamente corretto che sia il pz a scomparire, ma sarebbe molto più indicato che il terapeuta eviti questo reindirizzandolo!!!...da un punto di vista umano e personale preferirei essere io ad indicare un'ulteriore strada al pz...oltre che aiutare lui, aiuterei anche me...nel senso che non vivrei la terapia con quel pz come una totale sconfitta, anzi arriverei alla consapevolezza che con determinati tipi di pz non posso lavorare e questo mi toglierebbe prima dagli "inghippi" in altri eventuali casi in cui mi si possa presentare lo stesso scenario!!!


  7. #7
    LiIa
    Ospite non registrato
    assai ...rincuorata dalla tua dichiarazione di stima, vorrei rincuorarti a mia volta: per adesso mi pare tu abbia capito tutto perfettamente (per adesso)... saluti.

  8. #8
    Partecipante Assiduo L'avatar di Snick
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    20-10-2003
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    149
    Grazie per la tua risposta,mi ha fatto pensare...
    Ciao
    back in Ops-Online from 9/8/08



    Stefano S.
    Sapore di sale

  9. #9
    Originariamente postato da bimand
    Io volevo solo fare un accenno a queste due cose dette da LIla (stimo sempre di più il tuo modo di scrivere anche se ci capisco sempre meno...):
    ...certo può essere vero che si cerca di avvicinarsi al paziente con l'idea di amarlo a tutti i costi, ma non si può di certo credere, ne tanto meno pensare che si possa amare realmente tutti i pazienti...questo è impossibile, visto che cmq ogni paziente ha le proprie peculiarità che possono anche non essere ben accolte dallo psicologo...non c'è niente da fare, se con una persona non riesci ad entrare in sintonia, per quanto di lavoro si tratti, è meglio "lasciarla andare" o più corretto reindirizzarla a qualcun altro, questo per il pz in primis, ma anche per il terapeuta che cmq vivrebbe la terapia come sgradevole e sicuramente non aumenterebbe la propria autostima essendo cmq una rarissima eventualità il fatto che il pz possa raggiungere una qualsiasi forma di "guarigione"! Insomma quello che voglio dire che non è politicamente corretto che sia il pz a scomparire, ma sarebbe molto più indicato che il terapeuta eviti questo reindirizzandolo!!!...da un punto di vista umano e personale preferirei essere io ad indicare un'ulteriore strada al pz...oltre che aiutare lui, aiuterei anche me...nel senso che non vivrei la terapia con quel pz come una totale sconfitta, anzi arriverei alla consapevolezza che con determinati tipi di pz non posso lavorare e questo mi toglierebbe prima dagli "inghippi" in altri eventuali casi in cui mi si possa presentare lo stesso scenario!!!

    Io la considero una sconfitta. Ed un modo per crescere, voglio dire: tenterei il possibile, ma indicandogli un altro terapeuta mi sentirei inutile, vuoto, senz'armi.
    Questo stimolo poi dovrebbe invitarmi a cercare di poter aiutare anche queste persone, sempre rimanendo nell'obiettività... (quanto è difficile...)


  10. #10
    io mordo
    Ospite non registrato

    Re: prime armi disarmate

    Originariamente postato da LiIa
    Dopo appena pochi minuti mi ritrovo ad annaspare disorientata di fronte ad un volto muto. La padrona del volto veramente non è muta, espone piuttosto una serie di resoconti in tono blandamente avvilito. Mi stupisco: niente di quello che mi racconta, né di quello che esprime non verbalmente, suscita la benché minima “sintonia”, nessuna scintilla scocca prontamente ad animare l’incontro. controllo rapidamente il mio impaccio rispetto a questa “anomalia”, per evitare di riversare sulla malcapitata lo sconcerto e un certo disappunto per le aspettative disattese (inevitabilmente ci aspettiamo di essere o di sentirci “utili” in qualche modo, e certamente non mi sentivo molto “produttiva”). tutto ciò che mi resta da offrire è il minor danno: una forma di ascolto piuttosto neutro, di qualcuno che mi risulta, per una strana alchimia di elementi, distante. Insomma, in questo umanissimo caso non posso citare indimenticabili crisi di pianto né, per la verità, più timide tracce di “compassione” che sembrano velatamente alleviare le apprensioni del mestiere, assecondando il trend odierno che rivaluta “il coinvolgimento” e l’emotività del professionista. Non posso imputare l’accaduto né ad un effetto di usura, essendo “esordiente e volenterosa” , né ad un mia prerogativa di “imperturbabilità”, né credo, ad elementi di controtransfert. la supervisione mi aiuta a ricapitolare il cortocircuito prodotto dai miei limiti personali e dai limiti di un incontro, che per sua natura contiene un margine di imprecisabile e che prevede anche l’opzione del “fallimento empatico”.
    La terapeuta esperta mi suggerisce, che oltre ad una serie di fattori più o meno maneggevoli, entra in gioco un fattore di “affinità” tra psicologo e paziente, non riproducibile “a comando” . Non si collega ad uno specifica comunanza di opinioni o scelte concrete tra interlocutori, si tratta forse di un approccio alle cose nel loro complesso, e passa attraverso la modalità comunicativa, o attraverso una serie di altre rarefatte variabili che coinvolgono due persone. Senz’altro ciò non autorizza all'evitamento o alla rappresaglia sul paziente, aspetto da monitorare attentamente. Non considero questo episodio drammatico, né è diminuita la mia curiosità o la voglia di fare questo mestiere. Ma certo riflettere su alcuni limiti realistici (che caratterizzano qualsiasi relazione) è importante per ridimensionare l’onnipotenza con cui (spesso in buonissima fede) ci dedichiamo all’altro.

    Scusa ma la tua paziente sembra un po grave, non credo che sia facile entrare in sintinia con psicotici (o giù di li) o comunque con persone apatiche........penso che episodi come il tuo con pazienti del genere siano all'ordine del giorno......
    Tu riferisci di controllare rapidamente il tuo impaccio.............come hai fatto tecnicamente??
    Mai sentito parlare di sopportazione della frustrazione?
    Sono solo studente, comunque penso che tutto dipende dal tipo di paziente che vuoi e che credi di poter aiutare.
    ciao



    >> non c'è niente da fare, se con una persona non riesci ad entrare in sintonia, per quanto di lavoro si tratti, è meglio "lasciarla andare" o più corretto reindirizzarla a qualcun altro, questo per il pz in primis, ma anche per il terapeuta che cmq vivrebbe la terapia come sgradevole e sicuramente non aumenterebbe la propria autostima essendo cmq una rarissima eventualità il fatto che il pz possa raggiungere una qualsiasi forma di "guarigione"!


    Mah....che ottimismo!



  11. #11
    LiIa
    Ospite non registrato

    Re: Re: prime armi disarmate

    "Scusa ma la tua paziente sembra un po grave, non credo che sia facile entrare in sintinia con psicotici (o giù di li) o comunque con persone apatiche........"


    Diciamo che ho evitato molto “tecnicamente” di rovesciarle la scrivania addosso, piuttosto che travolgerla o incalzarla con interventi prematuri, cercando di “sopportare la frustrazione”, appunto (molto puntuale come aggiunta, da parte tua).
    Rispetto alla “gravità” della paziente posso precisare che non presentasse spunti psicotici di alcun tipo, né che risultasse particolarmente apatica. Piuttosto, mi risultava semplicemente indifferente sul piano comunicativo. Scrissi questo post, non tanto per sviscerare la sintomatologia della paziente, quanto per soffermarmi sul “cliché” piuttosto comune, dello psicologo “emotivamente inebriato” che elargisce universali slanci empatici. A volte, questa corrispondenza tra psicologo e pz non si innesca, semplicemente non accade, e ciò non è attribuibile per forza ad una “mancanza”, né da parte del paziente (non credo che occorra a tutti i costi una diagnosi per giustificare un fatto così pacifico), né da parte dello psicologo (che non è una specie di evangelizzatore coatto). A volte Non accade perché siamo persone, e fra persone non sempre funziona come ci si aspetta. Saluti.

  12. #12
    io mordo
    Ospite non registrato
    Sono entrato da poco, ho letto qua e la e scritto dove mi interessava, per questo non sono stato puntuale.

    In effeti ho capito che il fenomeno di cui parlavi era una cosa più semplice di quella che intendevo io solo dopo aver postato, scusa se ho usato un tono un po saccente ma sbagliando imparo , tu abbi un po di pazienza.
    grazie
    marco

  13. #13
    Pasionaria
    Ospite non registrato
    Vi racconto un divertente aneddoto...
    Un giorno, all'università, durante una interessantissima lezione di psicologia clinica tenuta da uno stimatissimo professore ( si dice il peccato, ma non il peccatore!), una studentessa esplicita tutta la sua ansia dovuta allo stare all'interno di un'istituzione organizzata male, caotica...attendendo una conferma da parte del prof..Sapete quale è stata la sua risposta?
    "Signorina, io con la sua ansia mi ci pulisco il c..o!"
    Leggete fra le righe!!

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