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Vita Sentimentale

Questa discussione si intitola Vita Sentimentale nella sezione Altre tematiche, appartenente alla categoria Salute e benessere psicologico; Intervengo in questo forum, tra quelli messi a disposizione da Salute e Benessere Psicologico, in quanto proprio a causa della ...

  1. #1
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    Vita Sentimentale

    Intervengo in questo forum, tra quelli messi a disposizione da Salute e Benessere Psicologico, in quanto proprio a causa della sua caratteristica “di confine” mi appare quello più flessibile per accogliere riflessioni ad ampio spettro su vari aspetti della vita psicologica e talora dei suoi affanni.

    Faccio lo psicologo da ormai 18 anni e lo psicoterapeuta da 11, se provo a fare una statistica personale, nel mio lavoro privato, tra le tematiche che maggiormente coinvolgono le persone che a me si rivolgono in quanto fonte di pensieri, sofferenze, domande, dubbi, paure, be’ senz’altro al primo posto dovrei mettere la vita sentimentale. Decine e decine, forse centinaia le storie che potrei raccontare e che rappresentano il mio “database” personale.

    La vita sentimentale qui è intesa sia come gestione di relazioni affettive significative già in corso, sia come desiderio di intraprenderle, senza riuscirci.

    Nel primo caso (le relazioni in corso), mi ritrovo con una fascia di età dai 20 ai 50 anni impegnata, variamente, a stabilire, mantenere, consolidare rapporti, gestire conflittualità, superare crisi, domandarsi dove si è diretti, comprendere sé e l’altro, etc.

    Nel secondo caso (le relazioni desiderate ma non esistenti), mi ritrovo ad incontrare una fascia di età leggermente più stretta (20-40 anni) ad affrontare problematiche legate alla socialità (solitudine), al contatto, all’autostima, alla dipendenza, alla paura di “imbarcarsi”, etc.

    Insomma, la vita sentimentale sia se c’è, sia se non c’è e la si desidera, è sempre e comunque motivo di domande cogenti su di sé, sull’altro, sullo stare assieme, che impegnano lo psicologo ad accompagnare, come se fosse un “consulente sentimentale”, uomini e donne in percorsi personali (talora di coppia), in un’epoca, questa, che ha inopinatamente cambiato le carte in tavola, o come dico altrove, le “regole d’ingaggio” dei percorsi maturativi degli individui e delle coppie. Macché dico cambiato le carte in tavola… quest’epoca ha letteralmente fatto saltare all’aria il tavolo stesso, con tutte le carte!

    Il discorso qui s’apre a dismisura ed è destinato a rimanere un accenno che magari si può riprendere strada facendo.

    Ma un punto vorrei porre, tanto per cominciare a ragionare con voi tutti, ed è quello che a me piace definire la crisi del “sé coniugale”.

    Per capirsi, per “sé coniugale” io intendo quella parte profonda di ognuno di noi (chi più, chi meno) – ed io la penso come una struttura antropologica - che sente di realizzare i propri scopi maturativi personali solo e soltanto se si colloca e si rappresenta in interfaccia sentimentale e in assetto di coppia. Quella parte che si completa nell’idea di coppia, che cerca il partner in quanto complemento di sé, parte ineludibile, co-pensatore della propria vita.

    Ecco, forse non c’è mai stata epoca storica nella quale, il “sé coniugale” degli individui è messo a dura prova e continuamente disorientato, scosso, tramortito, talora annichilito da mille difficoltà, da mille questioni, quasi tutte nuove, che costringono le coppie contemporanee o gli individui che si vogliono accostare alla vita di coppia, a vivere le vicende relative alla vita sentimentale come se dovessero affrontare un lungo e faticoso travaglio fatto di lacrime, sudore e sangue.

    Così tramortito, il “sé coniugale” si agita, si dibatte, spesso non si rassegna al disimpegno diffuso, non si rassegna che dopo 3 mesi l’amore non è più l’Amore, continua a cercare il partner perfetto, vuole risposte quasi sempre dall’altro, talora si nasconde dietro un cinismo modaiolo e smette di sperare, più spesso si vuole spegnere come se fosse un interruttore in quanto fonte di sofferenze ricorrenti…
    Ma invece “lui”, il nostro “sé coniugale” sta sempre lì, nel fondo della nostra anima, a ricordarci che una parte di noi è infelice e non smette di implorarci di fare qualcosa per salvarlo o soltanto per risollevarlo un po’.

    Mi piace, in finale, citare una frase di una frequentatrice dei forum di OPS che mi ha colpito e divertito tanto, nel suo crudo realismo:

    Tara_MacLay <<Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire non si deve amare. Però allora si soffre di non amare, pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire e soffrire è soffrire. Essere felici è amare, allora essere felici è soffrire, ma soffrire ci rende infelici, pertanto per essere infelici si deve amare o amare e soffrire o soffrire per troppa felicità… io spero che tu abbia preso appunti...>>

    A voi la palla...

    Ciao a tutti e non smettiamo di sperare!

    Luigi D’Elia
    Ultima modifica di Ivanillich : 20-07-2008 alle ore 22.45.43

  2. #2
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    Riferimento: Vita Sentimentale

    bellissimo spunto di riflessione!
    io sono studente della triennale di base, ho 24 anni e di un sè "coniugale", a livello di matrimonio ci avrò forse "sognato" una o due volte, nel momento in cui vedevo una relazione partire col piede veramente giusto, e che invece è finita in malo modo
    Se parliamo di un sè più liberamente "di coppia", la mia esperienza si allarga un pochino di più, oltre allo stato di pensiero mero, e posso dire questo: nel momento in cui diamo ad un altra persona potere sopra la nostra felicità, ci siamo messi in gabbia da soli.
    Il che non significa non sapersi o non volersi legare, ma solo che per quanto sia naturalissimo e bello avere una vita di coppia...bisogna valutare anche chi si ha intorno, e sopratutto la propria situazione.
    L'amore è parte della vita, non il suo sostituto, e parlo di amore di coppia.
    E' vero: i legami forti possono essere benissimo una realtà quotidiana se ci si vuole impegnare, ma per le miriadi di persone che non trovano anima gemella, io vorrei dire a tutti loro di non affannarsi, di non dannarsi.
    Non è mai servito a niente concentrarsi in modo ossessivo su cosa non si ha e che non dipende da sè.
    Siamo noi a decidere come rapportarci, ma non le risposte dell'altro/a.
    Penso che sentiamo di più la distanza e la differenza con le coppie quando siamo noi per primi, singolarmente, in senso di debolezza e mancanza con noi stessi.
    Amiamoci, capiamoci, miglioriamoci dal punto di vista morale: se noi per primi non ci stimiamo nessun amore potrà mai farci sentire soddisfatti.
    Non importano i soldi, sopratutto se accumulati in modo truffaldino, non importa la bellezza , se poi il nostro giudice non è più nemmeno la persona che amiamo ma addirittura un pezzo di vetro e il nostro narcisismo... non importa nemmeno l'intelligenza se ci porta ad essere freddi e limitati nei nostri calcoli.
    Nemmeno la passione conta nulla per la nostra felicità se non sappiamo indirizzarla, capirla, portare verso un vero e concreto obiettivo.
    E' il nostro io, il nostro viaggio, il nostro passato presente e futuro, la nostra meta, il nostro perchè.
    Amare se stessi non diversamente "difficile" dall'amare gli altri, ma ci sono delle circostanze diverse.
    Staremo con noi stessi sino alla morte, e per chi crede, anche dopo.
    Meglio stare bene con se stessi e soli, che in compagnia ma in eterna insoddisfazione di sè.
    Sbaglia chi crede che il rapporto con sè dipenda solo dalle mere esperienze con gli altri...ha dimenticato se stesso, e non troverà mai la pace che cerca.
    Rendiamoci degni del nostro amore, è l'unico tipo di stima e di amore su cui abbiamo totale controllo: perchè non dipende da nessun'altro
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  3. #3

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    Riferimento: Vita Sentimentale

    Citazione Originalmente inviato da Ivanillich Visualizza messaggio
    Ma un punto vorrei porre, tanto per cominciare a ragionare con voi tutti, ed è quello che a me piace definire la crisi del “sé coniugale”.

    Per capirsi, per “sé coniugale” io intendo quella parte profonda di ognuno di noi (chi più, chi meno) – ed io la penso come una struttura antropologica - che sente di realizzare i propri scopi maturativi personali solo e soltanto se si colloca e si rappresenta in interfaccia sentimentale e in assetto di coppia. Quella parte che si completa nell’idea di coppia, che cerca il partner in quanto complemento di sé, parte ineludibile, co-pensatore della propria vita.
    Mi sono sempre detta che io non dipendo da nessuno...che sono una persona che vuole dipendere solo da se stessa...e che sa gestire la propria vita senza ridurla alla disperata ricerca dell'altro per la soddisfazione dei propri desideri e per il raggiungimento della felicità.
    Questo è quello che mi sono sempre detta....ma mi rendo conto che prendo in giro solo me stessa....
    Me ne sono resa conto soprattutto ultimamente...una storia finita da poco mi ha portato a capire quanto l'altro sia importante per me....non come completamento di me....ma come "condivisione di me"....
    Prima di questa storia sono stata a lungo sola....non riuscivo a trovare qualcuno che sapesse nuovamente toccare il mio cuore...e questi anni mi hanno permesso di maturare, imparare, capire tante cose...so gestire il mio "non avere un partner", anche molto bene...in alcuni momenti lo desidero anche e lo preferisco...
    Ma questo non vuol dire che io voglia farne a meno....
    Anche perchè in certi momenti l'esigenza di essere amati si fa sentire.
    Penso che sia sano e normale.
    Credo che il sentirci amati sia essenziale per il nostro benessere.
    Naturalmente dobbiamo essere noi i primi ad amarci...ma abbiamo bisogno di amare e di essere amati.
    Abbiamo bisogno di sentirci importanti per qualcuno.
    Abbiamo bisogno di poter contare su un affetto, che crediamo essere o che è, non so, incondizionato e spassionato.
    Abbiamo bisogno di credere di essere amati....
    Citazione Originalmente inviato da Ivanillich Visualizza messaggio
    Così tramortito, il “sé coniugale” si agita, si dibatte, spesso non si rassegna al disimpegno diffuso, non si rassegna che dopo 3 mesi l’amore non è più l’Amore, continua a cercare il partner perfetto, vuole risposte quasi sempre dall’altro, talora si nasconde dietro un cinismo modaiolo e smette di sperare, più spesso si vuole spegnere come se fosse un interruttore in quanto fonte di sofferenze ricorrenti…
    Ma invece “lui”, il nostro “sé coniugale” sta sempre lì, nel fondo della nostra anima, a ricordarci che una parte di noi è infelice e non smette di implorarci di fare qualcosa per salvarlo o soltanto per risollevarlo un po’.

    Mi piace, in finale, citare una frase di una frequentatrice dei forum di OPS che mi ha colpito e divertito tanto, nel suo crudo realismo:

    Tara_MacLay <<Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire non si deve amare. Però allora si soffre di non amare, pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire e soffrire è soffrire. Essere felici è amare, allora essere felici è soffrire, ma soffrire ci rende infelici, pertanto per essere infelici si deve amare o amare e soffrire o soffrire per troppa felicità… io spero che tu abbia preso appunti...>>

    A voi la palla...

    Ciao a tutti e non smettiamo di sperare!

    Luigi D’Elia
    Farei un applauso a Tara per le sue perle di saggezza....che fanno sorridere e riflettere....e che dimostrano come niente sia facile..e che se non ci complichiamo la vita non siamo felici...
    Ho sottolineato la frase che mi ha colpito di più perchè credo che sia quello che è capitato a me...o meglio a lui....
    Credo che l'amore....quando è vero....debba essere prima amore...e poi Amore....
    Siamo abituati a pensare il contrario...
    Vogliamo tutto e subito...Vogliamo la A maiuscola all'inizio altrimenti non ci buttiamo...
    Non accettiamo il fatto che le farfalle nello stomaco non durino per sempre....chi vive secondo questa filosofia, secondo me, sarà infelice tutta la vita perchè ricercherà un amore che non esiste....non si dice in fondo che le farfalle vivono solo un giorno?
    come si può sperare che resistano tutto un amore nella nostra pancia???
    io penso che le "farfalle" si trasformino....che il non sentirle non sia la determinante dell'assenza d'amore...
    ma purtroppo c'è chi questo non lo capisce...o non lo condivide...
    Grazie per il tuo piacevole spunto di riflessione....

    ...continuo a sperare...che "l'amore vero esista"...
    Comportamenti non consentiti!!!ogni argomento un thread!!!!


    Tieni sempre presente che la tua ferma convinzione di riuscire è più importante di qualsiasi altra cosa. (Abraham Lincoln)
    Non è vero che i giorni di pioggia sono i più brutti, sono gli unici in cui puoi camminare a testa alta anche se stai piangendo. (anonimo)





  4. #4
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    Riferimento: Vita Sentimentale

    Grandi consulente_ e Saruccia84!
    L'uno, consulente_, dice in sostanza (per come è arrivata a me): "inutile affidare ad altri il nostro amor proprio se non abbiamo noi per primi imparato ad amarci".
    L'altra, Saruccia84, dice "non possiamo fare a meno di amare ed essere amati; non possiamo evitare di incontrare l'infelicità delle irrisolvibili equazioni dell'amore".

    Entrambe posizioni a mio parere condividibilissime anche se sostanzialmente diametralmente opposte. Forse sono entrambe parti di una "verità" molto più complessa di quanto ognuno di noi può cogliere... Chissà se mettendo insieme, gruppalmente, i nostri vertici non ne esca una sorta di "meta-vertice" più avanzato.... ;o)

    Il sé coniugale (che qui intendo non tanto come parte di noi che tende al matrimonio, quanto come parte di noi che tende a "congiungersi" e a realizzarsi in questo, indipendentemente dalla natura formale del lagame) non può fare a meno d'interfacciarsi giocandoci sempre dei brutti scherzi. Non c'è parte di noi più esposta al dolore, all'errore, alla ripetizione nevrotica, eppure la vita senza questa parte di noi sarebbe infinitamente pià arida. Che brutto scherzo ci ha giocato la natura umana: ci ha messo dentro un software difettato oppure abbiamo perduto il libretto d'istruzioni e non sappiamo farlo "girare"??? Chissà...

    Mi piace molto la metafora delle "farfalle" che sfarfallano... ma solo per poco. Le farfalle, dice Saruccia, si devono trasformare in qalcos'altro. Si, vabbè, ma in cosa?????

    Solo una-due generazioni fa non c'erano moltissimi patemi (certamente non tanti quanti oggi) nelle persone che intraprendevano il percorso che li portava dalla posizione del figlio fino a quella del nonno, passando dalla posizione del coniuge e da quella di genitore... Il piano socio-culturale sincronizzava e scandiva ogni passaggio regolando anche in buona misura le aspettative di ognuno, fin dentro le prassi relazionali, le passioni, i sistemi valoriali, etc.
    Ad esempio (e qui dirò qualcosa che mi renderà impopolare) è risaputo da chi si occupa di storia e antropologia della famiglia, che in ogni epoca e in molte culture, il nome e la rappresentazione soggettiva e sociale dell'amore passionale sono sempre state diversissime (e spesso opposte e contarie) al nome e rappresentazione dell'amore coniugale. Due tipologie di investimento molto, molto lontane.

    Oggi questa differenza è saltata e le attese dalla vita sentimentale sono diventate pressoché totali e totalizzanti: chi entra in contatto con il proprio sé coniugale e comincia, maldestramente verso i 20 anni, a metterlo in opera, scopre subito che il suo partner deve racchiudere e sintatizzare l'amante, il fratello, il confidente, l'amico, il padre, l'uomo affidabile, e chi più ne ha, più ne metta... roba da far strippare superman!! (la stessa cosa vale per i maschietti)
    E' chiaro che questo inasprimento e concentrazione delle attese salvifiche sarebbe stato inverosimile fino a poche decine di anni fa... Cosa è accaduto nel frattempo? Polverine nell'atmosfera, ormoni negli omogeneizzati, oppure sono cambiate le regole d'ingaggio della vita sentimentale e lo statuto culturale e affettivo delle coppie (anche giovanissime) per cause a noi pressoché ignote???

    Ed allora per riprendere il discorso delle farfalle di Saruccia84 che si devono trasformare per sopravvivere... Ripeto il quesito ed il mistero: in cosa diavolo si devono traformare queste benedette farfalle e soprattutto perché e a quale scopo??????

    Un abbraccio ;o)
    Luigi

  5. #5
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    Riferimento: Vita Sentimentale

    C'è una frase che mi piace tanto. a proposito dei cucchiaini da piegare col pensiero.
    "La verità è che il cucchiaio non esiste e quello a piegarsi sei tu!".
    Per me questa frase racchiude un pò tutto il discorso...
    Noi siamo persone "in via di sviluppo" questo è innegabile, inconfutabile.
    La parte sentimentale come dice benissimo Luigi non è un accessorio ma parte di una "verità" più grande che è la nostra persona.
    Cosi come siamo, cosi amiamo, per dirla in parole spiccie.
    Abbiamo però il controaltare: il fatto di voler essere ricambiati, di vedere il frutto del nostro amore, di essere noi per primi amati.
    Anche queto fà parte di noi, ma qual'è l'inghippo allora?
    L'inghippo per me è, come avevo scritto sopra, che possiamo soffrire se sentiamo di avere una mancanza e che questa mancanza non sia a conti fatti " il non essere amati" , ma il fatto che ci manchi il pensiero, l'esperienza, di soddisfazione emotiva.
    Sento che non sono in grado di farmi amare, sento che non ottengo cosa dovrei avere e allora vedo questa mia aspettativa delusa.
    E ne soffro.
    Il vero problema non è che non siamo amati...ma che sentiamo un vuoto di quello che riteniamo sia nostro DIRITTO avere.
    La mia risposta a questo dilemma l'ho data sopra: l'amore ricevuto è un dolcificante della vita, non un suo sostituto.
    Chi ha detto che SI DEVE avere un partner? Chi ha detto che BISOGNA essere amati?
    Uno può stare in un inferno dove le altre persone, se ci sono!, possono essere quanto di più alieno ai nostri cuori sia possibile.
    Stò portando volutamente alle estreme conseguenze il senso di solitudine di prima, lo stò facendo apposta eh.
    Come se ne esce in una situazione che è considerato l'archetipo dell'eterna infelicità?
    Non certo sparandosi, ma capendo che le cose che vogliamo , che amiamo, che ci piacciono, che fanno di una relazione una GIOIA sono cose che POSSIAMO AVERE DENTRO DI NOI.
    Avere in noi il modello della principessa rosa, o del principe azzurro, e stare in equilibrio con quell'idea, con quel sogno.
    Un conto è non sapere cosa ci piace e cercarlo nel prossimo, tutt'altro è saperlo, averlo dentro di noi chiaro e preciso.
    E saperne fare a meno, alla realtà "fisica" dei fatti.
    Perchè contesto la tesi di SAruccia?
    Perchè ho visto miriadi di coppie che non stavano in pace nemmeno in coppia...eterne gelosie, eterne paure, eterni tradimenti...siamo onesti: se davvero era l'amore quello che si cercava, una volta raggiunto nessuno se ne staccherebbe più!
    Il nostro vero obiettivo, non è piegare il mondo (il cucchiao), per stare bene con noi stessi...dobbiamo essere noi a piegare (come cucchiaini) le nostre paure e insicurezze in modo di non avere bisogno di qualcuno che ci "salvi da noi stessi".
    Dobbiamo salvarci da soli.
    Perchè potremmo benissimo non avere NESSUNA altra speranza.
    Se cerchiamo qualcuno che colmi il nostro vuoto...e non basta a conti fatti...forse non è meglio che lo colmiamo da noi, in modo da essere LIBERI, e poi per amore cercare e trovare chi capiterà, se come e quando?
    C'erano matrimoni combinati, ci sono ancora ma vabbeh, e poi i veri sentimenti spingevano ben lontano.
    A mio avviso siamo in una fase di evoluzione: anche i sentimenti, sbandati, non danno soddisfazione perchè non è più l'esperienza che si cerca ma il suo frutto, LA PACE.
    E questa la si ha solo dentro se stessi, in modo duraturo.
    Ultima modifica di consulente_ : 23-07-2008 alle ore 10.26.50
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  6. #6

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    Riferimento: Vita Sentimentale

    Citazione Originalmente inviato da Ivanillich Visualizza messaggio
    Il sé coniugale (che qui intendo non tanto come parte di noi che tende al matrimonio, quanto come parte di noi che tende a "congiungersi" e a realizzarsi in questo, indipendentemente dalla natura formale del lagame) non può fare a meno d'interfacciarsi giocandoci sempre dei brutti scherzi. Non c'è parte di noi più esposta al dolore, all'errore, alla ripetizione nevrotica, eppure la vita senza questa parte di noi sarebbe infinitamente pià arida. Che brutto scherzo ci ha giocato la natura umana: ci ha messo dentro un software difettato oppure abbiamo perduto il libretto d'istruzioni e non sappiamo farlo "girare"??? Chissà...
    Già...cosa sarebbe la vita senza questi "dolori"?
    Sarebbe sicuramente più vuota e non ci darebbe la possibilità di gioire sul serio in quanto non avremmo mai provato l'altra faccia della medaglia...
    Il dolore rende più piacevole il successivo appagamento...
    Siamo esseri umani ed è insito nella nostra natura soffrire, a volte sembra che ci divertiamo a farlo e spesso cerchiamo un motivo per lamentarci anche quando le cose vanno bene....
    Ad esempio (e qui dirò qualcosa che mi renderà impopolare) è risaputo da chi si occupa di storia e antropologia della famiglia, che in ogni epoca e in molte culture, il nome e la rappresentazione soggettiva e sociale dell'amore passionale sono sempre state diversissime (e spesso opposte e contarie) al nome e rappresentazione dell'amore coniugale. Due tipologie di investimento molto, molto lontane.
    No, che impopolare... è vero....è sempre stato così...ed è il motivo per cui inizialmente si cerca quella A maiuscola di cui parlavamo....scambiamo amore, trasporto e novità con amore...e il connubbio di questi sentimenti, che poi si trasformeranno in qualcos'altro, sempre amore ma strutturalmente diverso, ci porta a invertire e confondere il ruolo dell'amore...
    non so se mi sono ingarbugliata o sono riuscita a spiegarmi
    Io credo sia cambiata la cultura...
    Oggi sembra che tutto sia permesso...sembra che i valori siano rimasti ancorati ad una vita passata...troppo lontana per essere considerata ancora attendibile...sembra che oggi il motto di molte persone sia "ogni lasciata è persa"
    inutile sottolineare che lo trovo squallido e triste...
    Si è passati da un rigido modo di essere e di fare ad uno troppo flessibile...ma è sempre così...viviamo negli eccessi...
    Ci si è ribellati ad una cultura che non permetteva di amare chi si voleva amare, alle limitazioni imposte dalla classe, dalla famiglia, dalla religione, per cadere nell'eccesso opposto.
    Penso che non andasse bene prima e che non vada bene ora.
    Ed allora per riprendere il discorso delle farfalle di Saruccia84 che si devono trasformare per sopravvivere... Ripeto il quesito ed il mistero: in cosa diavolo si devono traformare queste benedette farfalle e soprattutto perché e a quale scopo??????
    In cosa si devono trasformare?
    non lo so...il processo inverso??le facciamo tornare bruchi??
    Lo scopo della loro trasformazione dovrebbe essere quello di non avere la mente annebbiata da forti e bellissimi sentimenti, esistenti solo per i primi mesi di una relazione, per assoporare il piacere della condivisione della vita.
    Non tutte le farfalle devono trasformarsi, alcune è giusto che muoiano.
    Ma se muoiono tutte cosa ci rimane??




    edit:
    Ho la sensazione che Consulente abbia frainteso il mio post.
    Non dico nè che si DEVE nè BISOGNA...dico che si sente il bisogno...il chè dal mio punto di vista è sostanzialmente diverso.
    Inoltre penso che nessuno sia veramente felice e appagato in solitudine.
    A volte si può credere di esserlo,ma ci saranno sempre momenti in cui si desidererà qualcos'altro.
    Naturalmente è solo la mia opinione.
    Ultima modifica di saruccia84 : 23-07-2008 alle ore 13.52.44
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  7. #7
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    Riferimento: Vita Sentimentale

    A me sembra che da un lato, tu, consulente_, punti il dito verso la natura irrimediabilmente illusoria e irrazionale del sé coniugale che vorrebbe a tutti i costi compensare le mancanze che gli appartengono, e dici in sostanza che questo atteggiamento "compensatorio" è errato in quanto l'individuo può tutto trovare ciò che cerca in se stesso, o quanto meno coltivando se stesso preliminarmente (spero di non aver capito male).

    Saruccia84, mi sembri invece più diponibile ad accogliere il dolore e la sofferenza nelle "regole del gioco", come parti ineliminabili di esse, che riguardano le modalità del sé coniugale di realizzare se stesso.

    Credo che entrambi, pur da opinioni molto diverse (immagino fondate su esperienze e storie personali molto diverse...), state sottolineando la natura "eroica" del sé coniugale, orientato fortmente alla propria missione, ma mentre il primo forse sta dicendo che si tratta di un eroe "stupido" (o comunque illuso), la seconda lo pensa forse come un eroe "sfigato".

    Mi perdonerete per le fatali sempilificazioni, ma le vostre osservazioni così come le leggo io, mi confermano come il sé coniugale oggi incontri innumerevoli nuovi ostacoli nel suo percorso esplorativo. Da un lato consulente_ sembri suggerire un'attesa costruttiva forse (per la mia sensibilità ed esperienza) molto fiduciosa nell'autodeterminazione e nell'autopoiesi (all'eroe romantico sembri aver sostituito l'eroe solitario); dall'altro Saretta84 ti auguri fiduciosamente (come me e come tutti) di capirci qualcosa di più...

    A quali parametri possiamo fare riferimento nella scelta di partnership laddove abbiamo dismesso nella nostra epoca le precedenti regole non scritte della "combine" tra famiglie, o abbiamo buttato via la bussola che ci orientava verso certe caratteristiche del partner adattive alla vita affettiva e matrimoniale piuttosto che ad altro?
    Non c'è dubbio che l'obiettivo - l'unione permanente finalizzata alla formazione di una famiglia - orientava decisamente le tipologie di scelte e decisioni e parametri.

    Ma se è l'obiettivo che direziona il campo delle scelte, quali sono gli obiettivi degli individui e delle coppie contemporanee e quali criteri seleziona????????

    Sto dicendo in sostanza che esiste un ponte tra le mete socialmente date e le scelte personali, questo nesso non ha nulla di deterministico, ma c'è... e forse noi non conosciamo a sufficienza né le mete socialmente date, né come essere agiscono dentro di noi orientando l'esplorazione (o più spesso la non-esploatività) del nostro sé coniugale.

    Oggi un partner mi deve contemporaneamente:

    • attizzare/piacere esteticamente/sensorialmente
    • non annoiare/divertire/stupire
    • rassicurare/accogliere/coccolare/adorarmi/confermarmi narcisisticamente/essermi fedele
    • guidare/intrigare-stimolare intellettualmente
    • confermare valorialmente/ideologicamente
    • e chi più ne ha, più ne metta

    Se fallisce su uno solo di questi criteri.... so' dolori!

    Facendo il percorso opposto, risalendo cioé dai criteri soggettivi (e questi sono solo alcuni dei più comuni) agli obiettivi socialmente sedimentati, quali obiettivi si stanno dando secondo voi gli individui e le coppie di oggi????????

    A me pare evidente che non ce l'hanno chiari e di conseguenza infilano ogni genere di criterio amoroso senza alcun vero meta-criterio organizzatore. Questo, mi sembra lampante, produce spesso o un blocco dell'esploratività e della fiducia nella ricerca, o una brutale semplificazione dei criteri in assenza di ogni obiettivo ulteriore dato.

    Ed allora cosa diventa un rapporto subito dopo i primi mesi di infatuazione? BOHHH
    Quali obiettivi comuni è possibile porsi? ARIBOHHH
    Dove rintracciare cioé il senso dello stare assieme al di là delle gratificazioni personali e di coppia (finite le quali finisce la coppia)????

    Domande, domande.... sempre domande....
    Ma dove saranno mai le risposte????
    Ciao
    Luigi

  8. #8
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    Riferimento: Vita Sentimentale

    E' sempre un piacere leggerti, questo ci tenevo a dirlo subito!

    Volevo però precisare che il mio non è un "eroe solitario" necessariamente.
    Per usare la metafora dell'eroe, direi che è un "eroe" che si rende conto del valore umano intrinseco e che sia giustissimo cercare l'amore...solo non "annegare" in caso di mancanza ecco.
    Mantenere un pò di distacco, sentendo anche momenti di malinconia, ma aprofittandone come stimolo per migliorare la propria situazione, non per piangersi addosso ecco.
    Il sè coniugale non lo vedo affatto come stupido, semmai da educare assieme a quello individuale ecco.

    Io non sono uno psicologo, sono anzi una matricola della triennale di base, le mie (misere ) esperienze mi hanno però portato a ragionare su dei punti che almeno epr me sono fondamentali.
    Rispetto, lealtà, sincerità, capacità d'amare e costanza di queste.
    Sono questi cinque pilatri, o meglio questi quattro uniti ad "arco" l'un l'altro dalla costanza di questi che per me danno soddisfazione in un rapporto.
    Sui parametri fisici, mi sono innamorato perdutamente di ragazze con corpi totalmente diversi, sembrava quasi facessi a gara a trovarle più diverse le une dalle altre.
    Per questo posso garantire che un coinvolgimento sentimentale può tranquillamente stravolgere, anzi andare all'esatto opposto, dei propri gusti estetici e stabilire anzi attrazione.
    Dove c'è sentimento, domina lui ecco!
    Il problema a mio avviso è che si inizia a pensare in termini di "massa", cioè che deve essere carina in un certo modo, parlare di certe cose, avere la macchina o moto di un tipo, essere "disponibile" (sesualmente) a certe condizioni , ect ect, non si arriva più da nessuna parte.
    Ho sempre trovato intrisecamente positivo l'indebolirsi dei "criteri comuni di accettazzione", perchè non considerano MAI i gusti dei singoli, le loro esigenze...non posso nascondere, e direi che se l'avessi voluto avrei fallito miseramente , che sono contrario ad ogni omogeneizzazione di pensieri, modelli e culture.
    Questo non perchè ami il disordine o l'anarchio, l'satto opposto, ma perchè credo che solo esplorare nel profondo noi stessi, le nostre idee più profonde, possiamo trovare una testa di ponte tra noi e il prossimo.
    Ricercare le nostre radici più vere, che sono state sostituite da cultura "di massa", un costante livellamento che ha colpito duramente la creatività, l'insegnamento delle emozioni, sino alla (spess assente oppure inutilmente opprimente) educazione nelle famiglie.
    Con tutto questo macello è ovvio che una situazione sentimentale sembra come un venditore di enciclopedie che viene a bussare mentre abbiamo la casa in fiamme...
    Credo che il vero obiettivo sia solo di vivere in pace con se COME con gli altri...il resto venga spontaneo, non sò.
    Ultima modifica di consulente_ : 24-07-2008 alle ore 11.34.24
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  9. #9
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    Riferimento: Vita Sentimentale

    Citazione Originalmente inviato da Ivanillich Visualizza messaggio
    ...
    A quali parametri possiamo fare riferimento nella scelta di partnership laddove abbiamo dismesso nella nostra epoca le precedenti regole non scritte della "combine" tra famiglie, o abbiamo buttato via la bussola che ci orientava verso certe caratteristiche del partner adattive alla vita affettiva e matrimoniale piuttosto che ad altro?
    Non c'è dubbio che l'obiettivo - l'unione permanente finalizzata alla formazione di una famiglia - orientava decisamente le tipologie di scelte e decisioni e parametri.

    Ma se è l'obiettivo che direziona il campo delle scelte, quali sono gli obiettivi degli individui e delle coppie contemporanee e quali criteri seleziona????????

    Sto dicendo in sostanza che esiste un ponte tra le mete socialmente date e le scelte personali, questo nesso non ha nulla di deterministico, ma c'è... e forse noi non conosciamo a sufficienza né le mete socialmente date, né come essere agiscono dentro di noi orientando l'esplorazione (o più spesso la non-esploatività) del nostro sé coniugale.

    ...
    Facendo il percorso opposto, risalendo cioé dai criteri soggettivi (e questi sono solo alcuni dei più comuni) agli obiettivi socialmente sedimentati, quali obiettivi si stanno dando secondo voi gli individui e le coppie di oggi????????

    A me pare evidente che non ce l'hanno chiari e di conseguenza infilano ogni genere di criterio amoroso senza alcun vero meta-criterio organizzatore. Questo, mi sembra lampante, produce spesso o un blocco dell'esploratività e della fiducia nella ricerca, o una brutale semplificazione dei criteri in assenza di ogni obiettivo ulteriore dato.

    Ed allora cosa diventa un rapporto subito dopo i primi mesi di infatuazione? BOHHH
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    Domande, domande.... sempre domande....
    Ma dove saranno mai le risposte????
    Ciao
    Luigi

    Ciao Luigi

    Bella messe di domande... non pretendo neanche di avvicinarmi a delle possibili risposte. Provo solamente a scrivere qualcosa della mia esperienza personale.

    Penso che un criterio possibile per la realizzazione di quello che tu chiami "il sé coniugale" (una bella definizione, interessante) stia nella capacità dei "coniugi" di riflettere su di sé.
    E anche di "abbassare le attese", di considerare la realtà, di spezzare l'illusione che vorrebbe consegnare all'amore (qualunque cosa intendiamo con questo termine) la capacità/possibilità di risolvere tutti i problemi.
    Io non ho idea di quali obiettivi si diano le coppie di oggi. L'obiettivo della coppia nella quale vivo è quello di crescere, di imparare ogni giorno a capirsi. Anche di imparare che ci sono cose dell'altro/altra che non ci piacciono, altre che non possiamo modificare, altre che si modificano anche se non lo desideriamo. Un altro obiettivo nostro è quello di far crescere nostra figlia, che ha cinque anni e mezzo, in modo decente. Senza pretendere di non commettere errori, senza chiederle l'impossibile, cercando di rispettare dei tempi di maturazione che sono fisiologici anche, senza proteggerla troppo dal mondo.
    Sulla questione personale/sociale, penso di essere abbastanza d'accordo con Consulente. Lo so, lo vedo bene che la caduta dei ruoli ascritti (quantomeno sulla carta, perché spesso l'ascrizione conta, eccome, nello sviluppo personale e professionale...) comporta un di più di paura, di difficoltà, di rischio. Mi ritrovo molto nell'analisi che fa Ulrich Beck della società attuale come di una "società del rischio". In effetti, se mi guardo attorno, questa è una struttura sociale che offre molte opportunità, anche nbel campo dei sentimenti e della costruzione della coppia. Ma, come in altri campi, è una società che non viene a cercarti; le opportunità sono lì, come delle affordances, ma richiedono di venire colte da parte di soggetti attivi. Occorre sforzarsi di costruire molto più di quanto non accadesse in passato.
    Allora, i parametri che possono orientare nella scelta per me passano per la realizzazione di sé con e attraverso l'altro/altra. Una realizzazione di sé che non si costruisce a scapito dell'altro, ma dove ognuno dei due consente, con la sua presenza, le sue qualità, le sue capacità, all'altro di realizzare se stesso. Assieme, in questo modo, penso si possano realizzare anche obiettivi che non sono personali, ma sono di coppia: avere figli, crescerli e decidere come crescerli, quali valori trasmettere loro. E anche che ruolo avere dentro una struttura sociale, un ambito professionale.

    Non so se sono riuscito a dire quel che avevo in testa. Non è semplice.

    Buona vita

    Guglielmo

  10. #10
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    Grazie Guglielmo (willy61), oltre la figlia di 5 anni e mezzo (la mia è di gennaio), sento di avere molto in comune con quanto dici. Sarà anche un fatto generazionale....
    Inutile dire che ammiro sempre chi, come te, di fronte ad ordini di problemi di questa portata, continua a vedere le possibilità e le opportunità e non solo i pericoli, i limiti, le mancanze.
    L'ottimismo non è una petizione di principio, ma vita vissuta... e superamenti personali, di questo sono certo. Per questo l'esperienza concreta vale molto più di tanti pensieri intelligenti.

    Insomma, a quanto tu dici, una coppia che intenda rimanere assieme più di pochi mesi ed intenda proiettarsi in progetti (scusate la ridondanza etimologica) importanti, si ritrova oggi a fare tutta una serie di operazioni mentali e non, che però vanno ascritti sempre alla responsabilità dei singoli o della singola coppia (e non più alle regole non scritte della società), alla loro capacità di ridurre le aspettative, di prendere coscienza di sé e della situazione, di farci i conti, di avere il piacere della scoperta, di tollerare le immani fatiche quotidiane, comprese le incompatibilità personali.

    Quello che tu stai proponendo in sostanza, per come lo intendo io, è una sorta di modello di superamento delle crisi, piccole e grandi, della quotidiana conduzione delle relazioni affettive, e della vita in genere, una rappresentazione utile e condivisa dell'intrinseca ambivalenza dei sentimenti umani.

    Conosco un tale che ripete sempre a pié sospinto quanto ama la sua donna, ma poi si lascia prendere da periodici momenti di furia anche violenta verso di lei. Ecco, ehm..., questo mi sembra un caso in cui questo "modello" di accettazione non sia stato metabolizzato a sufficienza...

    Insomma, i modelli di vita di coppia "eco-compatibili" sembrerebbero l'esito di esperienze personali, di percorsi di vita, di aggiustamenti progressivi fondati su uno spirito di ricerca mirato, su un'attitudine all'esploratività specifica del sé coniugale che non s'arrende alle prime delusioni o che si scontra contro le proprie immancabili ripetizioni nevrotiche, che si rimette in gioco ogni volta nonostante le innumerevoli fregature o gli innumerevoli ostacoli.

    Ma poiché nessuno ci ha mai fornito il "libretto d'istruzioni" di questo complicatissimo e meraviglioso giocattolo, sembrerebbe che tocca ad ognuno di noi avventurarci e scoprire che si tratta di un percorso minato e ad ostacoli dove puoi rimanere folgorato o rimanere schiantato dalla fatica solo dopo la prima pagina, o semplicemente travolto dalla confusione...

    Ce lo potevano dire prima!!!

    Scherzi a parte, questa discussione sta facendo emergere contenuti per me molto importanti e ricchi, spero che si aggiungano anche altri con le loro esperienze.

    Peccato che non potrò da domani in poi seguire con assiduità il prosieguo della discussione in quanto vado in vacanza, ma ogni tanto farò capolino.

    Un abbraccio a tutti

    Luigi
    Luigi D'Elia Psicologo Psicoterapeuta Gruppoanalista
    Iscrizione Ordine Psicologi Lazio n° 5254 del 11/03/1994

  11. #11
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    Buone vacanze ^___________^
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  12. #12
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    Bene, siamo tornati dalle vacanze. Ci eravamo lasciati con l'idea che la vita sentimentale e di coppia, a qualunque "stadio" essa si trovi, implica l'acquisizione di un proprio "modello di superamento delle innumerevoli e quotidiane crisi".
    Senza questo modello interiorizzato di risoluzione/superamento, pare si venga risucchiati da mille questioni di natura personale e sociale per le quali oggi sembra diventato maledettamente difficile dare continuità (per chi sia interessato a questo) ad una relazione e ad una vita sentimentale.

    Proprio durante le vacanze, chissà, forse perché il partire assieme è simbolicamente carico, molti nodi vengono al pettine, sia per chi è all'inizio del proprio viaggio, sia per chi ha già percorso molta strada.
    Molte piccole e grandi crisi di coppia sono giunte alle mie orecchie in questo frattempo...
    Per questo volevo condiveidere con voi alcuni pensieri "a braccio".

    Una delle domande che ci si pone, invariabilmente, riguarda probabilmente il prendersi cura dell'altro/a. Questo aspetto è talmente importante e fondativo nella vita di coppia che persino le formule rituali del matrimonio non esitano a ricordarcelo a pié sospinto.

    Si, va bene, ma qui intervengono una serie di problemucci non da poco.

    Chi si prende cura di noi, nella coppia, lo fa a partire dalla propria esperienza, capacità, sensibilità, che MAI (dico MAI) corrisponde con quello che noi ci aspettiamo o siamo abituati ad attenderci.
    Ognuno di noi conosce in fondo il proprio modo di "curare", che in definitiva è quello che lui stesso ha conosciuto nelle sue relazioni originarie.

    Non solo, capovolgendo l'ordine dei fattori, in genere ed implicitamente, ognuno di noi si attende che l'altro/a riceva il nostro "prenderci cura" di lui/lei come se esso dovesse essere istanza di cambiamento decisivo e trasformativo dell'altro, cosa che il più delle volte non coincide con la realtà e la volontà dell'altro/a. Quasi come se si sottintendesse: ora che io ti amo e mi prendo cura di te, mi aspetto che tu cambi nella direzione che io mi auspico. Che pretese! Ma di converso voler bene a qualcuno significa in fondo volerlo migliorare.
    Vi ricordate il detto evangelico: "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te" ? Eh già, ma saperlo ciò che è meglio per me. Per non parlare di ciò che è meglio per l'atro...

    Ed ecco allora che succedono alcuni "casini".

    Smetti di bere o di drogarti, smetti di fumare, smetti di mangiare, smetti di allontanarti da me, smetti di essere indisponibile e scontroso/a verso di me... visto che io tengo a te, questo dovrebbe essere scontato che avvenga...

    Beh, in genere non avviene.......

    Anzi la misura viene sempre toppata: si oscilla dall'essere troppo intrusivi e pretenziosi all'essere di converso troppo indifferenti e distanti. E nonosante questa misura sempre toppata, non ci si può esimere dal prendersi cura dell'altro, verrebbe meno il senso della stessa coppia... Bella situazione paradossale!

    Forse ci dovremmo piuttosto chiedere perché abbiamo tanto bisogno di prenderci cura dell'altro per volerlo a tutti i costi cambiare (seppure in meglio secondo i nostri canoni), e perché abbiamo scelto (inconsciamente o meno) di occuparci di qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto per cambiare.

    Forse è anche superfluo ricordarci che le nostre scelte sentimentali importanti ci riguardano profondamente e prenderci cura della persona amata in fondo significa prenderci cura di un "pezzo" di noi... senza il quale ci sentiremmo dimezzati.

    E dunque la nostra difficoltà a prenderci cura della persona amata (o permettere che ella lo faccia con noi) ci obbliga a domandarci: di cosa di me e perché mi sto prendendo cura attraverso l'altro/a.
    Luigi D'Elia Psicologo Psicoterapeuta Gruppoanalista
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  13. #13
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    di cosa di me e perché mi sto prendendo cura attraverso l'altro/a.
    Cia IvanIllich (a proposito, ma la "descolarizzazione della società", andrebbe d'accordo con la Gelmini? )

    Credo che il nodo che hai messo lì sia faticoso da sciogliere. Tra vacanze, coppia e cura di sé e dell'altro, ce ne sarebbe per qualche anno di discussioni.
    Forse, un modo per far sì che il nodo non si aggrovigli troppo, potrebbe essere quello di cominciare davvero a pensare all'altro come "altro". Altro-da-sé, diverso, se-parato. Fino all'estremo di considerarlo "estraneo", "straniero".
    In fondo, è anche a questo passaggio che facevo riferimento nel mio post precedente (di qualche mese fa). Passare dall'innamoramento all'amore, per me, significa anche passare da "un cuore solo ed un'anima sola" a "due cuori e una capanna". Passare, quindi, da una fase in cui ci si percepisce come un "uno" ad una fase in cui ci si riconosce come "due".
    E senza la prima, credo sia difficile costruire la seconda. Ma, se la seconda non arriva mai, la prima non dura granché, anche perché possiamo cercare di sostenere l'illusione di unità quanto vogliamo... alla fine saranno comunque le circostanze esterne e interne a dirci che non siamo uno.
    Comunque, prendersi cura di sé attraverso il prendersi cura dell'altro mi sembra stia ancora nel campo dell'illusione. Perché fare un giro così lungo e tortuoso, in fondo?
    Ho un bellissimo ricordo di un pomeriggio, mentre stavo facendo l'amore con una donna che avevo conosciuto da poco, di un momento in cui lei mi disse (più o meno): "Non preoccuparti per me. Pensa al tuo piacere, che al mio riesco a pensarci io". Mi piacque molto, e continua a piacermi questo modo di vedere l'amore. Che per me non è solo un modo di vedere l'amore, ma anche, in certa misura, un modo di vedere il mondo.
    In fondo, se ti guardi attorno, ci prendiamo assai poco cura di noi stessi. Delle nostre vite. Le affidiamo sin troppo volentieri a datori di lavoro, agenzie educative, mezzi di informazione... e perchè no, psicologi consulenti di coppia. Come se fossimo talmente poco abituati a pensare a noi stessi da noi stessi da doverci appoggiare a qualcun altro anche quando potremmo benissimo far da soli.
    In fondo, prendersi cura di sé, non può anche diventare un prendersi cura dell'altro? Se, infatti, per prenderci cura dell'altro, dobbiamo rinunciare a parti di noi, quali sentimenti entreranno in gioco, nella coppia, se non quelli della riprovazione, del desiderio smarrito, del "te la farò pagare per questo"?
    Nota bene, c'è anche il dono, oltre allo scambio. Fosse dono consapevole, andrebbe bene. Regalo, a gratis. Allora non ci si aspetta nulla in cambio. Si dà. E si prende quando e quanto ci viene dato. Ma è evento raro. Abituati al fatto che ogni cosa abbia un prezzo, finiamo per esigerlo anche qualora non sia necessario. Salvo accorgerci che ci sono aspetti della vita che sono privi di cartellini del prezzo.
    Nella vita quotidiana, ho imparato a prendermi cura di me. E ho scoperto che avevo più risorse per prendermi cura della mia compagna e di mia figlia. Che parti rappresentano? La prima un ancoraggio con la realtà che, per la mia struttura di carattere, è necessaria. La seconda, un ancoraggio al futuro ed alla speranza, all'incompiuto ed all'indefinito. Che, per la mia struttura di carattere, è altrettanto necessaria. E, in fondo, chissà, che non abbia costruito questa famiglia solo per tradurre all'esterno conflitti interni?

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  14. #14
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    Caro Guglielmo,
    che piacere rileggerti. Densissimo il tuo post, consente un mucchio di riflessioni. Potrei stare qui venti pagine a commentarlo, ma ovviamente non lo faro..!

    Tra le tantissime considerazioni che fai ad un certo punto dici: "prendersi cura di sé attraverso il prendersi cura dell'altro mi sembra stia ancora nel campo dell'illusione."

    e più avanti aggiungi: "In fondo, prendersi cura di sé, non può anche diventare un prendersi cura dell'altro? "

    e verso il finale dici: "Nella vita quotidiana, ho imparato a prendermi cura di me. E ho scoperto che avevo più risorse per prendermi cura della mia compagna e di mia figlia. "

    La "proposta" di maturità nelle relazioni che emerge dal tuo scritto è evidente che passa attraverso un lungo lavoro su di te, attraverso il quale si evince che hai imparato (come diceva Jung) a disinvestire il mondo (e gli altri) dalle tue proiezioni, anche se poi forse, più che un totale disinvestimento si potrebbe parlare di una consapevolezza ed una sobrietà delle proiezioni che facciamo e che non possiamo non fare (e la frase finale "chissà, che non abbia costruito questa famiglia solo per tradurre all'esterno conflitti interni?", un po' lo conferma).
    Tu hai scoperto che prendendoti cura di te stesso senza dimenticare l'altro e senza distanziarti da esso, diventi automaticamente più disponibile verso di lui.
    Ma non tutti i comuni "mortali" possono camminare su queste orme, e spesso già imparare a riconoscere ogni tanto, ob torto collo, l'alterità dell'Altro è talora un gran risultato. Né possiamo attenderci da tutti di fare altrettanto.

    Mi domando inoltre cosa sarebbero le relazioni umane se non vi fossero investimenti, aspettative, proiezioni... Probabilmente un deserto! Nell'universo della vita sentimentale, non è possibile separare il bene dal male, l'illusione dalla disillusione: un bel pacchetto ALL INCLUSIVE da acquistare in blocco (se si vuole essere della partita)!
    Persino la ricerca neuroscientifica (neuroni-specchio) sembra confermare che una delle caratteristiche specie-specifiche dell'uomo sia quella di partecipare emotivamente ed istintivamente alla vita altrui, alla vita della propria gruppalità (interna ed esterna).

    Ci troviamo perciò, secondo me, nel paradosso, nella vita sentimentale, di non poter evitare la fase delle illusioni (in questo caso l'illusione che il nostro amare l'altro sia risolutivo per lui e per noi), dove riempiamo l'altro dei nostri desideri (più o meno insani), ma poi se lo vogliamo amare veramente dobbiamo rinunciare a cambiarlo e ad abbassare (o modificare) radicalmente le nostre aspettative in tal senso.

    E quale percorso di guerra dobbiamo fare (tutti!) per imparare ad amare!

    L'infelicità nella vita sentimentale non sembrerebbe essere l'esito di qualche "errore" personale o di qualche "tara" familiare, no: sembrerebbe essere il passaggio obbligato nel quale talora, per le vicissitudini della vta, ci si può rimanere impantanati a vita.

    Non voglio con questa ultima considerazione apparire pessimista. Giuro che non lo sono affatto.
    per fortuna ho visto (professionalmente e non) molte, moltissime situazioni inizialmente disastrose potersi evolvere nel tempo ed accedere ad un maggiore "rispetto" di sé e dell'altro, ma a patto di mettersi in discussione. Ovviamente.
    Ultima modifica di Ivanillich : 09-09-2008 alle ore 18.03.53
    Luigi D'Elia Psicologo Psicoterapeuta Gruppoanalista
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    Riferimento: Vita Sentimentale

    Mi domando inoltre cosa sarebbero le relazioni umane se non vi fossero investimenti, aspettative, proiezioni... Probabilmente un deserto! Nell'universo della vita sentimentale, non è possibile separare il bene dal male, l'illusione dalla disillusione: un bel pacchetto ALL INCLUSIVE da acquistare in blocco (se si vuole essere della partita)!
    Persino la ricerca neuroscientifica (neuroni-specchio) sembra confermare che una delle caratteristiche specie-specifiche dell'uomo sia quella di partecipare emotivamente ed istintivamente alla vita altrui, alla vita della propria gruppalità (interna ed esterna).
    C'è poco da chiedersi. Dici giusto quando dici che "sarebbero un deserto". È quel che sarebbero, in effetti. E non saremmo esseri umani senza proiezioni etc. In fondo, anche dopo un percorso psicoterapeutico riuscito, non è che proiettiamo meno. Semplicemente, sappiamo che lo stiamo facendo. Ma siamo quelli che siamo. Per foruna.

    Ci troviamo perciò, secondo me, nel paradosso, nella vita sentimentale, di non poter evitare la fase delle illusioni (in questo caso l'illusione che il nostro amare l'altro sia risolutivo per lui e per noi), dove riempiamo l'altro dei nostri desideri (più o meno insani), ma poi se lo vogliamo amare veramente dobbiamo rinunciare a cambiarlo e ad abbassare (o modificare) radicalmente le nostre aspettative in tal senso.
    E sono di nuovo d'accordo con te. Ma non è un paradosso, a mio modo di vedere. E quella fase di illusione, di innamoramento, è fondamentale per "uscire da noi stessi". Penso che, se on ci illudessimo di trovare nell'altro una parte di noi, dell'altro avremmo talmente timore da non riuscire nemmeno ad avvicinarlo. Allora, benedetta sia l'incoscienza dell'illusione. Che ci consente di avvicinarci all'altra persona, all'amata o all'amato. Poi, quando il legame si è creato, c'è spazio anche per distruggere le illusioni e continuare nella realtà.

    L'infelicità nella vita sentimentale non sembrerebbe essere l'esito di qualche "errore" personale o di qualche "tara" familiare, no: sembrerebbe essere il passaggio obbligato nel quale talora, per le vicissitudini della vta, ci si può rimanere impantanati a vita.
    Su questo punto sono più perplesso. Perché, secondo me, l'infelicità compare quando scompare la vita sentimentale. A meno che non diamo due accezioni differenti al termine. Non sto parlando dei momenti di sconforto, dei dubbi, delle difficoltà momentanee o accessorie. Infelicità è termine "pesante". Perché dovrebbe essere un passaggio obbligato? Forse è semplicemente uno degli esiti possibili di una transizione di fase.

    Fammi sapere

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

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