Certo Guglielmo, forse infelicità è un termine forte, mi pare però conseguenziale a quanto stiamo dicendo, ma preferisco pensare a questo passaggio della vita (che per molti diventa invece uno stato permanente) come intrinseco alla vita amorosa e alla necessaria disillusione, piuttosto che pensarlo e definirlo in termini di "morbosità", come anche nel mondo antico veniva rappresentato.Su questo punto sono più perplesso. Perché, secondo me, l'infelicità compare quando scompare la vita sentimentale. A meno che non diamo due accezioni differenti al termine. Non sto parlando dei momenti di sconforto, dei dubbi, delle difficoltà momentanee o accessorie. Infelicità è termine "pesante". Perché dovrebbe essere un passaggio obbligato? Forse è semplicemente uno degli esiti possibili di una transizione di fase.
Fammi sapere
Buona vita
Guglielmo
Non c'è dubbio che per alcuni questo passaggio avviene in modo meno doloroso e più "naturale", ma dal mio osservatorio nelle vite delle coppie sia "fresche" che "rodate", questi passaggi stanno diventando sempre più faticosi, quasi come se si fosse perduto un "filo" e con esso l'ulteriorità di senso della relazione. Aumentano le infinite fasi "vertenziali" a partire dagli aspetti apparentemente più elementari, e si risulta esposti ad ogni genere di ferita/fragilità "narcisistica".
Mi pare chiaro che questa, fin tanto che non ci si fa un'idea anche generale, di certi meccanismi ricorrenti delle relazioni affettive, e fintanto che non si mette mano ai propri nuclei "narcisistici", è a tutti gli effetti uno stato d'infelicità profondissimo (di negazione, umiliazione, abbandono, incomprensione, sentimento di non amabilità, instabilità, etc.), legato, come preferisci tu, a una transizione di fase, ma comunque severo. Dove per altro si perde ogni senso di continuità e di progettualità comune, tutto sembra sbriciolarsi da un momento all'altro, e l'Altro diventa mero strumento/padrone della propria vita e dei propri stati mentali.
Ciao
Luigi


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