Nell’agosto del 1774 nelle sede di Lione della Société de l’harmonie Franz Anton Mesmer, medico, che aveva scoperto il “fluido animale” e aveva concettualizzato con gli strumenti scientifici dell’epoca (fondamentalmente metafore mutuate dalla scienza fisica e dalla recente scoperta dell’elettricità), già molto famoso ma trattato con molto scetticismo dagli scienziati suoi contemporanei, dopo aver mietuto notevoli successi in giro per l’Europa, si imbattè in un clamoroso insuccesso alla presenza dei suoi discepoli, di altri invitati e del principe Enrico di Prussia. Accadde che i pazienti che avrebbe dovuto magnetizzare si mostrarono refrattari ad ogni suo tentativo; se Mesmer non fosse stato quell’uomo egocentrico e pieno di sé che era, avrebbe riflettuto su ciò che era successo e magari avrebbe pure capito che quelle persone si erano ribellate all’essere usate dal loro idolo come fenomeni da baraccone, esposti al pubblico per dimostrare l’efficacia e la fondatezza scientifica della sua scoperta.
Il magnetismo proliferò notevolmente e legioni di magnetizzatori in erba si misurarono con questo strumento provocando crisi e transfert amorosi assolutamente incontrollabili; accadde anche che alcuni di loro approfittassero di questo particolare stato di coscienza alterato fino ad avere rapporti sessuali con le pazienti.
In quello stesso anno ben due commissioni d’inchiesta istituite dalla monarchia francese si pronunciarono sfavorevolmente sul fenomeno del magnetismo. Negarono l’esistenza di qualsiasi fluido, se anche c’erano stati degli effetti terapeutici, questi erano imputabili alla “immaginazione” e ne dedussero che il trattamento magnetico fosse “pericoloso per i costumi”.
Fu il marchese di Puységur Armand-Marie-Jacques de Chastenet il primo che si accorse di un certo “rapporto” particolare creatosi fra magnetizzatore e magnetizzato, descrisse allora questa relazione fatta di volontà e di fiducia, affettività ed emotività, di ciò che oggi verrebbe definita “complicità inconscia”.
Freud si imbatté in questo “rapporto” chiamandolo transfert inizialmente in maniera indiretta, attraverso il racconto del suo collega e amico Josef Breuer che curò per un certo periodo una giovane donna Anna O.; sembra che la ragazza fosse molto legata al suo medico e che, come Freud confidò al alcuni suoi amici in privato alcuni anni dopo, la terapia non si fosse conclusa affatto con la guarigione della ragazza, ma con la fuga precipitosa di Breuer che abbandonò la terapia dopo che la stessa Anna manifestò una gravidanza isterica e riteneva il suo medico responsabile del suo stato “interessante” (la veridicità del racconto è controversa).
Freud era uno scienziato di fine 800, imbevuto di positivismo, iniziò la sua attività medica a partire dall’anatomia microscopica e dalla neurologia, prima di approdare alle nevrosi; in questi anni si formò come scienziato e la sua prima preoccupazione era quella di pulire accuratamente le lenti del suo microscopio, per evitare che qualsiasi cosa potesse alterare la sua osservazione, che doveva essere perfettamente neutra. A questo scopo gli scienziati di quell’epoca imparavano persino a controllare le proprie pulsazioni e a trattenere il respiro.
Quando poi giunse alla teoria delle nevrosi Freud si accorse fin dagli Studi sull’isteria di questo fenomeno, dopo cioè aver abbandonato la il metodo catartico che si avvaleva dell’ipnosi, per sostituirlo prima con la mano sulla fronte e successivamente con le libere associazioni.
Quando, più tardi, ebbe la felice intuizione di utilizzarlo nella terapia delle nevrosi come il più grande alleato della terapia stessa e definì “nevrosi da transfert” quelle che era possibile trattare con la psicoanalisi, ipotizzando che il sintomo si trasformasse ben presto nel corso della terapia in “transfert positivo irreprensibile”, lo immaginò come un fenomeno che riguarda il paziente e che è rivolto verso l’analista per “falso nesso”.
Eliminando l’analista dal transfert del paziente, rendendolo soggettivamente trasparente con la neutralità assoluta, Freud pulisce la prima lente del “microscopio” dell’osservazione analitica; concettualizzando il controtransfert come una risposta dell’analista al paziente che non o è qualcosa che il paziente non riesce a reggere in sé e la proietta nell’analista, o è qualcosa di fortemente emotivo dell’analista in risposta al paziente che però ci si deve guardare bene dal manifestare, anche se può essere molto prezioso per capire, Freud pulisce anche la seconda lente del microscopio. In ogni caso è significativo il suffisso “contro”, che potremmo tradurre “in risposta a” (riferito al transfert del paziente: è la risposta dell’analista al transfert del paziente). E questo permette a Freud di pulire entrambe le lenti del microscopio: oggetto di osservazione è solo il paziente, e l’osservatore deve essere quanto più neutro e accurato possibile nello sgombrare il campo osservativo da ogni possibile interferenza, soprattutto da quella soggettiva. Per Freud: “Il medico deve essere opaco per l’analizzato e, come una lastra di specchio, mostrargli soltanto ciò che gli viene mostrato”. (OSF, vol. 6, Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, 1912, p. 539).
Che l’analista sia Luca, Giacomo, Giovanni o Matteo, potete giurarci che il paziente si comporterà transferalmente in maniera univoca, purché l’analista abbia saputo mantenere la giusta neutralità, abbia indossato un vestito grigio topo anonimo, non abbia stretto la mano al paziente né troppo freddamente né troppo calorosamente e si sia posto alla giusta distanza dal lettino.
Ciò accade perché il transfert costituisce anche due grosse fette di salame negli occhi del paziente, questo individuo sembra non vivere nel presente e sembra non notare le caratteristiche peculiari del suo analista, scorge solo quegli elementi che lo riportano al suo passato alla sua fissazione edipica e su questi elementi costruisce il suo rapporto con l’analista, costituito da una affettività esagerata per un estraneo, ma perfettamente consona per un familiare, soprattutto se non si tratta del familiare com’è oggi, ma com’era quando il paziente era bambino. In particolare questo transfert sembra seguire delle variazioni su un tema prefissato, su un copione già scritto a partire da un avvenimento filogeneticamente remoto dove degli ominidi coalizzatisi fra fratelli uccisero il padre, si accoppiarono con le proprie madri, si cibarono delle carni paterne e poi furono colti dal terrore della vendetta postuma, da profondi sensi di colpa, che eressero il tabù dell’incesto, organizzarono questi sentimenti di colpa in una struttura interna che Freud diverse ere più in là chiamerà Super-Io e posero le basi per la vita sociale e per la nevrosi (e pure per la psicoanalisi, proprio in quel periodo si notano i primissimi faggi o ciliegi da cui verranno ricavati i lettini degli analisti).
Visto che è già emerso un nuovo paradigma scientifico che non ha timore (persino nella più rigorosa scienza fisica) a considerare l’osservatore come parte importante dell’osservazione, è possibile qui riconsiderare i concetti di transfert e controtransfert, ancora troppo connotati in maniera individuale e non duale, e con riferimento al passato piuttosto che al presente?
I due concetti sono stati fusi da Stephen Mitchell in un’unica dizione, la “relazione” che arricchisce indubbiamente sia le capacità di comprendere ciò che accade in una analisi sia il livello strettamente terapeutico, perché l’enorme potenziale della soggettività dell’analista, precedentemente paludato nella “neutralità” analitica, ora interviene a tutti gli effetti nel processo analitico complessificandolo ma nel contempo moltiplicando le possibilità terapeutiche.
Infine, sarebbe molto utile conoscere il vissuto relazionale del paziente in corso di analisi rispetto all’analista che si pone come neutro e a quello che si pone dentro la relazione, come polarità dialettica speculare.


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