Questa discussione si intitola Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterapia -reloaded) nella sezione Psicoterapie, appartenente alla categoria Forum tematici; Originalmente inviato da complicata Quando il paziente "dorme" placido, l'analista lo sveglia a suon di legnate, e poi ci manca ...
“ Hablan las aguas y lloran,
bajo las adelfas blancas;
bajo las adelfas rosas,
lloran las aguas y cantan,
por el arrayán en flor,
sobre las aguas opacas "
(Juan Ramón Jiménez Generalife, a Isabel GarcíaLorca, hadilla del Generalife, in Olvidos de Granada, 1925).
Sono preoccupato: per alcune frasi abbiamo camminato insieme, io e Megiston
Tornando seri, la questione rimane sempre la stessa: per quanti soprusi abbiano subìto nella realtà delle cose, che problema portano? Perché di sicuro hanno bisogno di calore umano, ma la terapia non è quello (può esserlo in alcuni momenti, ma ci sono anche degli strumenti tecnici, se no... tarallucci e vino!).
La terapia cognitiva ha fatto dei grandi passi avanti (forse bisognerebbe chiedere a neuromancer, che mi pare possa saperne di più). Di sicuro è una terapia valida. Io sono affettivamente attaccato al mio modo e alle mie teorie, e quelle difendo. Credo anche di essere nel giusto. Occorre, però, tarare l'intervento.
La psicoanalisi col lettino non entra nelle istituzioni pubbliche da un po'. Ci sono interventi di matrice psicoanalitica che, invece, sono riusciti a farsi strada, con il tempo, nelle strette maglie del mondo che descrivi.
Vuoi un'idea? Potresti fare il tuo tirocinio da specializzanda in una struttura come quella che descrivi: metti su un gruppo, ci fai una tesi (con il materiale "sperimentale" che raccoglierai, direi che dovresti riuscirci) e ti fai seguire da un supervisore. I costi per la struttura sarebbero esigui (una stanza), e il tuo guadagno in termini di esperienza, soddisfazione personale e confronto con la clinica sarebbe enorme.
Non è questione di storia della psicoanalisi: i gruppi vengono spesso considerati come il rame della psicoanalisi, mentre invece si tratta di studiarli e di capire i meccanismi del loro funzionamento (vedi Bion, Foulkes, Pichon-Rivière, Anzieu e Kaës, per citarne alcuni). Un loro utilizzo nelle realtà che descrivi permette di utilizzare un'ottica psicoanalitica, pur in situazioni difficili. L'unico problema sarebbe la lingua. Per il terapeuta, ovviamente.










Missfreedom:
“Personalmente condivido quel che scrive Giulietta rispetto al cambiamento che, anche per me, è stato radicale soprattutto nei rapporti con gli altri.”
Però! Chissà prima.
Megiston:
Certo, la psicoanalisi del lettino, quella delle tre sedute a settimana, quella del transfert e dell’interpretazione, quella dell’oro analitico e del ferro (non Antonino) psicoterapeutico, quella che declina interpretazioni un tanto all’ora, quella dell’immaginario e del simbolico, cede le armi di fronte a momenti o a persone che scompaginano il setting classico, spettinano ferocemente la figura dell’analista, intaccano il suo ruolo e la sua autorità, mettono in crisi il suo sapere e lo incalzano ad un dialogo su un altro livello, che è quello asimbolico, procedurale, del fare più che del parlare. Sono pazienti che non si addormentano se gli racconti la favola dell’Edipo, ma apprezzerebbero molto che gli rimboccassi la coperta e che gli dessi il bacio della buona notte.
Il tuo ruolo, la tua autorità, la tua funzione analitica, l’efficacia stessa dell’intervento, la ritrovi solo se sei disposto ad abbandonarla lungo il cammino, a spogliartene e ad incontrare il paziente senza paludamenti, da uomo a uomo, da soggetto a soggetto.
Megiston, caro, condivido la sostanza ma non condivido il fatto che ciò non avvenga in una psicoanalisi classica, come tu sostieni. Io non sto su un lettino, ma faccio un’analisi classicissima, con regole del setting classicissime, un analista classicissimo e con un’età classicissima. Simboli, archetipi, miti, inconscio collettivo, individuazione e quant’altro su cui si muove la classicissima analisi junghiana.
Ma l’analista si è fatto spettinare parecchio da me, così come sono sicura si faccia spettinare da molti dei suoi pazienti, e così come penso che molti suoi colleghi si aggirino con pettinature bizzarre e improvvisate dai colpi di vento, incuranti e impavidi nel mostrare le loro calvizie. Basta leggere ciò che scrivono alcuni di loro, le descrizioni dei casi.
Sì, accade che ci siano dei momenti del “fare” (espressione imbarazzante di questi tempi, ma facciamocela andar bene lo stesso), che tu paziente chieda conto di questo: perchè c’è una dimensione concreta della vita che in certi momenti prevale su ogni cosa, non lascia scampo, preme, annebbia anche. Io credo che il saper cavalcare questa dimensione sia solo la prerogativa di un buon analista, classico o rock che sia, e che abbia a che fare con la sua umanità e la sua umiltà. Non ultimo, con la sua creatività in campo analitico.
Non so, davvero, è il caso di farne una questione di scuola o di generazione? E se ne facessimo una questione di individui? Personalità dell’analista?
Ciao
Giulietta
Megiston: "Ho odiato per un certo tempo questa formazione, che non mi dava idee, ipotesi, strumenti forti per valutare, per operare, tecniche salde e sicure a cui appigliarmi. Non mi dava certezze, e non hai idea di quanto ne hai bisogno agli inizi, di quanto puoi sentirti nudo e disarmato, spaesato e spaventato di fronte a problemi più grandi di te."
Ecco, iniziamo a capirci, è esattamente questo tipo di cosa che non voglio. Dunque non ho messo in dubbio la tua bravura, la tua professionalità o il tuo coraggio nel prendere in carico certi casi - e non vedo come potrei - ma dal momento che esistono delle alternative, cercavo di considerarle. La cosa su cui non ci troviamo è il fatto che per me una terapia cognitivo-comportamentale si occupa di sofferenza tanto quanto un'analisi, soltanto in modo differente e con tempi e tecniche diverse; è da rispettare quanto lo è l'analisi, per quanto mi riguarda, ed è una scelta personale. Rispetto alle differenze tra il tuo approccio e quello della mia facoltà, ci sarebbe da dire che quantomeno loro ci mettono la faccia, dunque non possono permettersi clamorose sbavature! Scherzi a parte, la ragione è che mi sembra una scelta più prudente, e per me la prudenza è una cosa importantissima in questo lavoro, ed è ovvio che mi sia chiesta prima il perché, difficilmente effettuo scelte senza pormi una domanda sulla validità delle stesse, poi ho ancora un po' di tempo per pensarci - chiaramente. Vedremo, il tempo e le esperienze mi daranno altre ragioni, o me le toglieranno.
Lalangue: Potresti fare il tuo tirocinio da specializzanda in una struttura come quella che descrivi: metti su un gruppo, ci fai una tesi (con il materiale "sperimentale" che raccoglierai, direi che dovresti riuscirci) e ti fai seguire da un supervisore. I costi per la struttura sarebbero esigui (una stanza), e il tuo guadagno in termini di esperienza, soddisfazione personale e confronto con la clinica sarebbe enorme.
Questa mi pare una buona idea, grazie per il suggerimento.
Benedetta: Percarità, e come si fa a sapere che cosa ha colto una che pensa che un'analista inizialmente utilizzi tecniche cognitivo-comportali. Suvvia, non sono così presuntuosa.
Giulietta: quando si parla di lavoro entrano in gioco dinamiche particolarmente forti, soprattutto se il lavoro è delicato e pieno di contraddizioni (questo nulla ha a che vedere con la mia vita privata o con le mie relazioni).
Saluti,
mf
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero










quando si parla di lavoro entrano in gioco dinamiche particolarmente forti, soprattutto se il lavoro è delicato e pieno di contraddizioni (questo nulla ha a che vedere con la mia vita privata o con le mie relazioni).
Grazie di avermelo detto, a 46 anni - di cui 15 da docente universitario - questa mi mancava.
Molti sono i lavori delicati e pieni di contraddizioni, più problematico se si pensa che il proprio lo sia più di altri. Ma non ti preoccupare, non sei sola. In accademia se ne vedono tante, ci si fa il callo e ci si sorride su.
G
Hai ragione, detto da una che dice che il transfert è una resistenza....
e lo studia pure! ma sicuramente non si è capito noi.
A parte poi il fatto che era una domanda, ma forse la punteggiatura riesci a notarla solo nelle tue frasi e non in quelle degli altri....
Ultima modifica di benedetta14 : 19-07-2010 alle ore 11.51.42
Giulietta: nessuno ha fatto considerazioni indebite sui lavori altrui, figuriamoci sul tuo. Fuori di quì, guarda caso, non si innescano le stesse dinamiche perché questi concetti vengono ampiamente rispettati e portati avanti, e questo accade proprio in Accademia (ché fortunatamente è un ambiente fatto Soltanto di professionisti della materia). Mi pare che piuttosto quella sulla mia vita privata, mi mancava.
Succede, ma non in Accademia fortunatamente.
Benedetta: "Freud avverte quindi fin dall'inizio il carattere contraddittorio del transfert e ciò spiega le grandi divergenze nella formulazione della sua Funzione: in un senso, rispetto alla rievocazione verbalizzata, esso è una forma di resistenza di traslazione" Laplanche e Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi; Laterza, tomo secondo (pag. 648).
P.s. questa è solo la prima,
e ti riporterei un'intera bibliografia ma temo di aver di meglio da fare.
E con questa ritengo conclusa la questione.
Saluti a entrambe, e buona giornata a tutti.
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero
Benedetta: "Freud avverte quindi fin dall'inizio il carattere contraddittorio del transfert e ciò spiega le grandi divergenze nella formulazione della sua Funzione: in un senso, rispetto alla rievocazione verbalizzata, esso è una forma di resistenza di traslazione" Laplanche e Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi; Laterza, tomo secondo (pag. 648).
P.s. questa è solo la prima,
e ti riporterei un'intera bibliografia ma temo di aver di meglio da fare.
[/QUOTE]
Già, peccato che nel contesto logico in cui l'hai usato, poi hai corretto il tiro alla domanda dell'analista (perché era una domanda di un analista, sia mai che rispondi ad un comune mortale...)
Anch'io mi annoio, te l'ho detto prima che tu la buttassi su un così basso piano.
Rileggevo, invece, e questo a fruizione di tutti, un'interessante discussione circa lo psicoanalista "tuttologo":
Trovare un buon professionista?
Saluti
Ultima modifica di benedetta14 : 19-07-2010 alle ore 09.35.25
Benedetta: mi spiace che tu insista così tanto. In quel famoso messaggio a cui ti riferisci ho affermato che la resistenza si manifesta anche attraverso il transfert e il fatto che in seguito ne abbia fatto un'affermazione ironica non altera il senso di quel che stavo dicendo, né lo nega, dunque se hai davvero inteso cosa volevo dire capirai che non c'è stata nessuna "correzione di tiro" in merito (anzi forse l'ironia lo ha persino rafforzato, estremizzato). Poiché ancora ci dice Freud - per renderti chiaro quello che dicevo, inserito in quel preciso contesto logico che non è mutato e che puoi anche andare a rileggerti: "il transfert va considerato parzialmente come una resistenza, in quanto sostituisce la ripetizione agita alla rievocazione parlata; occorre aggiungere che la resistenza lo utilizza" (e queste sono ancora citazioni tratte dall'Enciclopedia, che collimano perfettamente con quello che in quel messaggio sostenevo).
Ma cambiando aria, in caso non ti fidassi di Laplanche e Pontalis, possiamo passare direttamente a quello che ci insegna Freud, e alle sue "lezioni". Non è un caso che il capitolo 27 delle lezioni di Freud, della Bollati Boringhieri, e per la precisione la prima serie di lezioni, dia un'ampia idea di cosa sia LA TRASLAZIONE (o transfert, nonché titolo del capitolo in questione) in relazione alla RESISTENZA, e ti garantisco che l'intero scritto rimanda continuamente al concetto di resistenza e a come eliminarla (pp 388-402). Scoprendola e mostrandola al paziente! "Facciamo la stessa cosa che cercavamo di fare all'inizio: interpretare, scoprire e comunicare" [...] "Ci aspettiamo dunque che questa resistenza venga abbandonata e il controinvestimento ritirato quando ne avremo reso possibile all'Io il riconoscimento con la nostra interpretazione". Mi acconto del fatto che tu abbia la dignità di non mettere in discussione quel che scrive Freud - che poi è quello che dicevo anche io!
Poi c'è Gill, per entrare in un discorso per così dire "contemporaneo" e a prescindere da simpatie di sorta, ci rende - a mio avviso - altrettanto bene l'idea del rapporto tra resistenza e transfert: "Ogni resistenza si manifesta per mezzo del transfert" [...] "la resistenza trova sempre espressione nel transfert".
Ti informerei del fatto che già in letteratura c'è un bel po' di confusione, sia concettuale sia terminologica, sulla relazione tra transfert e resistenza. Sembra che le espressioni "resistenza alla presa di coscienza del transfert" e "resistenza alla risoluzione del transfert", di cui si serve Gill non vengano usate correntemente, dunque non le approfondisco, tuttavia quelle che si trovano più comunemente nella nostra letteratura sono 'resistenza di transfert', 'transfert difensivo', 'transfert di difesa', e 'difesa contro il transfert'. Ora, sempre secondo Gill, i tre termini che comprendono un riferimento alla difesa, confluiscono nella resistenza alla presa di coscienza del transfert. Mentre per resistenza di transfert, si intende la resistenza alla risoluzione del transfert. E questi riferimenti li puoi trovare in Teoria e Tecnica dell'Analisi del Transfert, edito da Astrolabio, di Merton M. Gill.
Spero che adesso ti sia chiaro.
"sia mai che rispondi ad un comune mortale"
Questa è bella poi. Ti ricorderei che stiamo parlando da due giorni (e forse anche di più), in caso fossi stata da un'altra parte nel frattempo. E ci tengo a precisare che non è mai accaduto che qualcuno mi abbia fatto una domanda e che io abbia evitato di rispondere.
Saluti.
P.s. a Gieko ho chiesto spiegazioni privatamente, e se avesse avuto qualcosa da rimproverarmi proprio sul rapporto tra resistenza e transfert lo avrebbe fatto, fidati. Evidentemente non è stato questo il caso.
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero
Carissime,
purtroppo non sono riuscito a seguire bene l'argomento del contendere, dove però mi pare che i due poli siano riconducibili ad una disputa antica in psicoanalisi: il ruolo dell'interpretazione e della resistenza.
Da un lato si sottolineano gli aspetti elaborativi, legati al lavoro classico di analisi delle strutture soggettuali (Edipo o come lo si voglia chiamare). Dall'altro gli aspetti contenitivi che sono chiamati in causa soprattutto nei traumi acuti.
Penso che i due aspetti possano coesistere ed inserirsi in diversi contesti. Seguendo Bion, interpretare significa sia perturbare che contenere. Nel trauma reale il soggetto assume comunque una posizione inconscia che può divenire molto rigida: occorrerà con molta delicatezza poterla smovere, fornendo contemporaneamente rappresentazione ai pensieri non pensabili (dissociati per effetto del trauma).
Il compito per l'analista non è di certo semplice, e posso capire l'interrogarsi sui rapporti costi/benefici di un'intervento del genere (a favore di metodologie differenti). D'altra parte però trovare un pensatore per pensieri talmente tremendi da non poter essere rappresentati può rappresentare un passo decisivo nell'intervento sul trauma.
Non credo che le vostre due posizioni siano così inconciliabili, in fondo. Ciò che l'analista (così come qualsiasi altro terapeuta) può fare in questi casi è cercare di non irrigidirsi in schemi preconcetti, stando attento quindi a non finire a sua volta per identificarsi in posizioni rigide.
Le resistenze rappresentano sempre un paradosso. Bisogna poterle vedere sotto i due punti di vista opposti: ripetizione patogena e ancora di salvezza.
Saluti
gieko
Cara Giulietta,
io ho fatto un’analisi classicissima, tre sedute settimanali, lettino (non di quelli high tech, ma di quelli classici con tanto di tappeto shiraz), analista dietro le spalle con notes e lapis (freudiano); buongiorno, buonasera, una stretta di mano un po’ più calorosa a Natale, abiti in differenti tonalità di grigio come raccomandano i manuali quelli seri, ecc.
Eppure, io ho “sentito” l’analista in tutti i momenti più importanti della mia analisi, l’ho sentito come presenza e come impegno; e ho sentito di “esserci” in analisi, ho sentito che c’era spazio per me, per il lavoro che stavo facendo e per come lo stavo facendo (e quando non sentivo questo, mi autorizzavo da solo ad esserci).
Non si tratta dunque di essere classici o meno o del tipo di setting che si adotta, purché ci sia rispetto e flessibilità; purché nei momenti più tempestosi noi analisti non cediamo alla tentazione di aggrapparci alle certezze delle nostre teorie e delle nostre prassi, lasciando il paziente alla deriva proprio quando avrebbe più bisogno di noi. E non si tratta di dirsi, nella tempesta è bene non improvvisare, attenersi a procedure "standard", perché è esattamente in questo che l'analisi si distingue dalla altre terapie, non è una procedura, non è una tecnica, nelle tempeste l'unica strada è quello di comprendere cosa sta accadendo, e non puoi farlo senza il paziente, senza sintonizzarti con lui. Solo comprendendo che la "tempesta" è relazionale e solo relazionalmente si placa, puoi affrontare tutte le tempeste.
Ciao
Ultima modifica di Megiston Matema : 19-07-2010 alle ore 14.30.12
“ Hablan las aguas y lloran,
bajo las adelfas blancas;
bajo las adelfas rosas,
lloran las aguas y cantan,
por el arrayán en flor,
sobre las aguas opacas "
(Juan Ramón Jiménez Generalife, a Isabel GarcíaLorca, hadilla del Generalife, in Olvidos de Granada, 1925).
Sono d'accordo!Cara Giulietta,
io ho fatto un’analisi classicissima, tre sedute settimanali, lettino (non di quelli high tech, ma di quelli classici con tanto di tappeto shiraz), analista dietro le spalle con notes e lapis (freudiano); buongiorno, buonasera, una stretta di mano un po’ più calorosa a Natale, abiti in differenti tonalità di grigio come raccomandano i manuali quelli seri, ecc.
Eppure, io ho “sentito” l’analista in tutti i momenti più importanti della mia analisi, l’ho sentito come presenza e come impegno; e ho sentito di “esserci” in analisi, ho sentito che c’era spazio per me, per il lavoro che stavo facendo e per come lo stavo facendo (e quando non sentivo questo, mi autorizzavo da solo ad esserci).
Non si tratta dunque di essere classici o meno o del tipo di setting che si adotta, purché ci sia rispetto e flessibilità; purché nei momenti più tempestosi noi analisti non cediamo alla tentazione di aggrapparci alle certezze delle nostre teorie e delle nostre prassi, lasciando il paziente alla deriva proprio quando avrebbe più bisogno di noi. E non si tratta di dirsi, nella tempesta è bene non improvvisare, attenersi a procedure "standard", perché è esattamente in questo che l'analisi si distingue dalla altre terapie, non è una procedura, non è una tecnica, nelle tempeste l'unica strada è quello di comprendere cosa sta accadendo, e non puoi farlo senza il paziente, senza sintonizzarti con lui. Solo comprendendo che la "tempesta" è relazionale e solo relazionalmente si placa, puoi affrontare tutte le tempeste.










Ero stata sviata dal seguente passaggio:
Certo, la psicoanalisi del lettino, quella delle tre sedute a settimana, quella del transfert e dell’interpretazione, quella dell’oro analitico e del ferro (non Antonino) psicoterapeutico, quella che declina interpretazioni un tanto all’ora, quella dell’immaginario e del simbolico, cede le armi di fronte a momenti o a persone che scompaginano il setting classico, spettinano ferocemente la figura dell’analista, intaccano il suo ruolo e la sua autorità, mettono in crisi il suo sapere e lo incalzano ad un dialogo su un altro livello, che è quello asimbolico, procedurale, del fare più che del parlare.
Ma sono contenta che allora siamo tutti d'accordo.
G
Uhhhh e che è? Bisogna festeggiare le convergenze!
A parte gli scherzi, già lo avevo espresso, ma detto così mi piace ancora di più.
Meg, stappa un sassicaia (tanto per quelle due lire che costa...)
Ultima modifica di benedetta14 : 19-07-2010 alle ore 17.52.10