Questa discussione si intitola Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterapia -reloaded) nella sezione Psicoterapie, appartenente alla categoria Forum tematici; Originalmente inviato da _daimon_ Quando parli di "complesso" dell'Anima ti riferisci all'archetipo o ad altro? Io preferisco ormai parlare di ...
Blog: Spazio di Psicoanalisi
Megiston Matema
visto che ormai Freud non lo legge più nessuno
-----------------------------------------------------------------------------------------
![]()
![]()
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Se si pone la questione in termini di fedeltà credo che nessun riferimento teorico possa tirarsi fuori da questo discorso: si può essere fedeli a Freud come a Mitchell, come a qualsiasi altro maitre, con la differenza che Mitchell -in quanto "contemporaneo"- può apparire più attuale di Freud, ma secondo questa prospettiva, comunque assai discutibile, sarebbe comunque destinato ad essere superato, e allora tanto vale: fedeltà per fedeltà, è comunque meglio tornare alle origini, fosse solo per il fatto che senza il testo di Freud non ci sarebbe psicoanalisi, e questo è difficilmente contestabile, quando possiamo fare tranquillamente a meno di qualsiasi altro autore post-freudiano e la psicoanalisi ci sarebbe comunque, perchè sono i testi di Freud a fondare il discorso psicoanalitico e da questi non si può in ogni caso prescindere. Evidentemente si tratta di verificare l'attualità del testo di Freud, testo che interroga e parla al lettore anche al di là delle intenzioni del suo autore: non ci può essere lettura se non attraverso le proprie lenti o quelle della propria scuola (ma va?), esattamente come quando si afferma che la "teoria energetica positivistica", come tale, sarebbe superata da epistemologie più complesse: d'accordo, ma questa è già una lettura del testo di Freud, è già una interpretazione secondo le lenti della filosofia della scienza o di quello che ti pare e che all'occorenza ti sembra scientificamente più opportuno. Allo stesso modo, in base a cosa puoi dire che Mitchell prende "quanto di buono" c'è nel concetto di transfert? Chi stabilisce cos'è buono e cosa no? Mitchell? Questa lettura a mio parere uccide il testo di Freud, per questo nessuno lo legge più, e con esso uccide buona parte della sua scoperta e della sua invenzione (non è difficile capirne il perchè), sarebbe come dire che non ha più senso leggere e studiare e interrogare il testo di Platone perchè superato, ma da chi e secondo quali lenti?Cara Francesca,
in psicoanalisi sopravvivono dei termini che, essendo nati all’interno di una teoria energetica positivistica, ne sono intrisi e connotano specificamente una modalità precisa di intendere l’uomo. Molti teorici della psicoanalisi hanno cercato di smarcarsene in quanto a significato, conservandone però intatta la terminologia; così facendo hanno creato una confusione ancora maggiore.
Nei congressi sono in molti a parlare di transfert e di controtransfert, ma fra le righe scorgi una concezione personale di questi termini. Ci ritroviamo ad aver conservato i termini originari, dietro i quali però esistono un’infinità di significati quanti sono gli psicoanalisti che lo usano.
Di più, visto che ormai Freud non lo legge più nessuno o viene letto usando le lenti della propria scuola, molti sono convinti che il loro concetto di transfert sia quello originale unigenito, appena uscito dalla testa di Freud; gli stessi distorcono sistematicamente il concetto di transfert altrui riconducendolo al proprio e attaccano come il toro carica a testa bassa la muleta scarlatta del torero chiunque osi avanzare dubbi.
Tutto questo per una fraintesa fedeltà al pensiero di Freud, e perché le scuole psicoanalitiche nel corso del tempo sono assomigliate più a delle sette religiose piuttosto che a delle sedi dove si trasmette una disciplina scientifica.
Saluti,
ikaro
Ultima modifica di ikaro78 : 26-11-2009 alle ore 18.41.25
Qualcuno poco attento o scarsamente indagatore della natura umana, considera il transfer una situazione emozionale che emerge inesorabilmente tra paziente e analista e che si riferisce sempre al passato del paziente. In genere si fa riferimento alla madre amata ed odiata, investita da un vissuto di frustrazioni inaccettabile e quindi rimosso, che riemerge nell'ambito di un rapporto terapeutico e che viene riferito all'analista. Questa è la classica, obsoleta visione del transfert che non considera il meccanismo per cui è proprio quell'analista che ti offre l'opportunità di rivivere quei sentimenti di mancanza di fiducia e affettività primaria. Tutto viene rivisto come un film e commentato dai due in uno spazio temporale disancorato dal passato. Se l'analsta fosse un altro, potrebbe non accadere nulla di tutto questo e sicuramente le emozioni sarebbero differenti. Ritengo pertanto che i sentimenti che scatenano il transfert sono assolutamente reciproci, duali , altrimenti non scaturirebbero nemmeno... chi fornisce l'energia al campo sono sempre entrambi i componenti della coppia analitica, anche se è l'analista colui che deve trovare gli espedienti che consentono lo sviluppo, il cambiamento della mente del paziente e offrirgli gli strumenti per ritrovare la capacità di vivere e sognare.
Ciao
Ultima modifica di francesca63 : 27-11-2009 alle ore 07.45.50
FRANCESCA
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)
Che significa che non accadrebbe nulla? ( non che le emozioni sarebbero differenti, vorrei capire meglio il "nulla", secondo te).
francesa63
chi fornisce l'energia al campo sono sempre entrambi i componenti della coppia analitica
-------------------------------------------------------------------------------------------------
Con questa modifica che hai fatto poco dopo (e non avevo visto ieri stesso) già cambia la prospettiva e fornisci una prima buona risposta al quesito che ti avevo posto poco prima; penso che per "energia", vuoi riferirti ad emozioni, sentimenti, possibilità di pensare, progettare, sognare, agire......
Ciao
![]()
Ultima modifica di RosadiMaggio : 28-11-2009 alle ore 05.48.53
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Blog: Spazio di Psicoanalisi
Caro Luigi,
mi pare che questa sia una concezione “gattopardesca” della struttura, tutto cambi (gli elementi) affinché nulla cambi (la struttura). La coerenza, così come la intende Louis Sander, è un elemento dinamico, non statico, un processo continuo che organizza la complessità e che opera una continuità nel cambiamento e un cambiamento nella continuità. Si tratta di un’organizzazione che solo il soggetto può darsi, non può derivare dall’esterno. Condivido la tua ultima affermazione sul tempo dell’analisi e riguardo al focus sulla totalità.
Mi stai dicendo che tu interpreti il transfert solo perché lo ritieni una riedizione di qualcosa e che se non lo fosse non solo non lo interpreteresti, ma forse la cosa non costituirebbe nemmeno un problema? Perché non posso far notare al paziente cosa sta succedendo fra me e lui in quel preciso istante cercando di capirne le motivazioni a partire da lui e da me e da ciò che ci lega? Non hai almeno il sospetto che ricercare il senso di tutto questo altrove sia come spostare l’asse motivazionale e relazionale al di fuori dell’analisi? Infine, cosa mi dice che si tratta di una ripetizione o di un déjà vu?
Un saluto.
“ Hablan las aguas y lloran,
bajo las adelfas blancas;
bajo las adelfas rosas,
lloran las aguas y cantan,
por el arrayán en flor,
sobre las aguas opacas "
(Juan Ramón Jiménez Generalife, a Isabel GarcíaLorca, hadilla del Generalife, in Olvidos de Granada, 1925).
Caro Megiston,
perdonami le banalità, ma da profana mi chiedo se il transfert non è una ripetizione, questo "nuovo" (relativo alla relazione) è un cambiamento che il paziente ha già fatto spontaneamente? E se è "nuovo" l'azione del terapeuta in cosa consiste? Nel traghettare (o non traghettare) questo cambiamento dalla relazione terapeuta-paziente ad altre realtà relazionali del pz stesso? Ed un'ultima domanda: questo "nuovo" fa parte di una situazione relazionale agli inizi, nel mezzo o alla fine della terapia?
Saluti.
Ultima modifica di benedetta14 : 27-11-2009 alle ore 12.33.37
Caro Ikaro,
Se chi ha inventato il treno a vapore si fosse posto il problema che di li a poco la sua invenzione sarebbe stata superata dall’invenzione del motore a scoppio, credo che l’epopea del “west” sarebbe stata molto diversa e anche noi europei avremmo cambiato le nostre abitudini, la nostra economia (non avremmo avuto ad esempio la rivoluzione industriale). E anche l’inventore del motore a scoppio, avrebbe potuto immaginare che poteva esserci di meglio, tutto quell’inquinamento, poteva aspettare direttamente i motori ad idrogeno, quelli elettrici o quelli a propulsione nucleare ... e intanto saremmo andati tutti a piedi.
Certo, Mitchell è contemporaneo, dice cose che alcuni contemporanei ritengono sensate, si inserisce perfettamente in un ambito di rinnovamento teorico ed epistemologico per cui le cose che sostiene possono pure essere condivise o meno, però vengono considerate legittime nel contesto del dibattito culturale. Fra qualche decennio le sue parole potrebbero essere “sorpassate”, considerate obsolete, lo stesso Mitchell già da tempo non può difenderle né aggiornarle visto che è deceduto. E visto che tutto passa, visto il fluire eracliteo delle idee, tu cosa suggerisci: il ritorno a Freud?
In un certo senso ti comprendo, Lacan ci ha provato ben due volte a proporre questo “ritorno a Freud”, solo che nella prima occasione più che ritornare lui a Freud ha preferito che fosse Freud ad andare da lui. Il Freud di Lacan è un lacaniano, così come il Socrate di Platone era un platonico, Lacan fa dire a Freud ciò che pensa lui, non convince tutti è vero, però con la sua genialità riesce a convincere qualcuno che sta parlando nel nome di Freud (nel nome del padre), così il lacanismo diventa in parte una religione. La seconda volta, che colpo di teatro, chiude l’Ecole freudienne e dice: “Voi sarete pure lacaniani se volete, io sono freudiano”.
Ma che significa essere freudiano oggi se non un grande riconoscimento al genio di Freud senza il quale non saremmo qui a discutere di psicoanalisi? Per il resto chi condivide oggi l’impianto della metapsicologia freudiana, il concetto di pulsione, di energia psichica, di libido, le metafore idrauliche, ecc? E chi pensa che l’analisi sia efficace solo nelle nevrosi da transfert pure, mentre i rimanenti disturbi non sono analizzabili perché non sviluppano quel “transfert positivo irreprensibile” che era necessario e non accedono alla triangolazione edipica? Echi ancora sostiene il narcisismo primario, dopo che i nostri stessi colleghi dell’Infant Research ci dicono da tempo che il bambino si pone nella relazione fin da subito? E che ci facciamo poi degli innumerevoli appunti e critiche, molte delle quali fondate, che epistemologi, filosofi, psicologi, ecc. hanno avanzato contro la psicoanalisi, evidenziandone incongruenze teoriche, antinomie epistemologiche e difficoltà cliniche? Per non parlare della poca permeabilità dimostrata verso le nuove scoperte scientifiche sia in ambito sociale, sia in ambito neuro-fisiologico.
Se è vero che senza Freud non ci sarebbe stata alcuna psicoanalisi e noi non saremmo qui a parlarne, senza i numerosi autori post-freudiani la psicoanalisi potrebbe essere già una reliquia del passato; un esempio per tutti Heinz Hartmann, che si accorge di un Io immerso costantemente nel conflitto e ipotizza almeno una sua parte libera, nota il paradosso di un narcisismo senza Io nel 1914 e con un Io nel 1922 che non è soggetto ma istanza parziale, e ritiene necessario introdurre il Sè.
Freud non ha avuto nessuna esitazione a cambiare ben quattro volte idea sulla teoria delle pulsioni, di abbandonare l’ipotesi di un Io del Progetto di una psicologia prima a favore dell’apparato psichico del VII capitolo de L’interpretazione dei sogni e successivamente a favore della seconda topica. Nel 1897 abbandona l’ipotesi eziopatogenetica della “seduzione”, a favore del fantasma seduttivo che da li a poco si strutturerà in Edipo.
Forse rimanere fedeli a Freud significa, dopo 110 anni dalla nascita della psicoanalisi, se la facciamo coincidere con la pubblicazione della traumdeutung, e a 70 anni dalla morte del fondatore, rimanere fedeli a questo spirito di indagine e di incessante ricerca. All’onestà intellettuale con cui si riconosce che le teorie sono soltanto sistematizzazioni temporanee e riorganizzazioni dell’esperienza clinica e del dialogo con la ricerca e col dibattito culturale della nostra epoca. Insomma alla concezione della psicoanalisi come un corpo vivente, che si modifica incessantemente pur rimanendo se stesso, come ogni organismo vivente fa per sopravvivere; una disciplina dove ciò che conta non è tanto misurato in base a chi ha posto una certa idea, né in base alla presunta verità dell’idea stessa, ma molto pragmaticamente in base a quale vantaggio questa idea mi da a livello clinico e relativamente al benessere del paziente.
Un saluto.
“ Hablan las aguas y lloran,
bajo las adelfas blancas;
bajo las adelfas rosas,
lloran las aguas y cantan,
por el arrayán en flor,
sobre las aguas opacas "
(Juan Ramón Jiménez Generalife, a Isabel GarcíaLorca, hadilla del Generalife, in Olvidos de Granada, 1925).
A parte la "ricchezza" che si può logicamente trovare nel qui ed ora e del relativo campo emotivo presente nella relazione, in questa affermazione non capisco, come potresti escludere, al contrario, che ciò che vi avviene non sia in effetti una ripetizione di un "là ed allora" nel e del "qui ed ora" che tu non rilevi, per scelta, come tale mentre in quel momento al soggetto potrebbe essere ad es. molto utile, perdendo così, alcuni "spazi bui"* (ad es. di possibilità di processi di pensiero, chiudendogli, virtualmente/metaforicamente, alcune strade per lui percorribili per arrivare a sè stesso, storicizzarsi ed arricchirsi nel proprio sè, soprattutto in persone che mostrano tale bisogno dai propri sintomi)* presenti all'interno di se stesso e privandolo quindi di molteplici possibilità di cogliere gli elementi e le dinamiche, nella loro configurazione, in modo utile e funzionale ad una evoluzione della propria "presenza a se stesso".
Mi potresti far capire da cosa nasce, secondo te, questa certezza che potrebbe permettere l'esclusione dell'uno o dell'altro?
Grazie
Ciao
Ultima modifica di RosadiMaggio : 29-11-2009 alle ore 05.35.08
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Non volevo entrare nel merito del pensiero di Lacan e della sua Scuola, è chiaro ed evidente che si può essere fedeli anche a Lacan, del resto nel mio messaggio precedente dicevo "come a qualsiasi altro autore". A onor del vero Lacan ci ha provato una sola volta, e cioè nel corso di tutto il suo insegnamento, individuare due occasioni significa non aver capito niente di quello che c'è in mezzo dal Discorso di Roma del 1953 all'ultima conferenza di Caracas del 1981. Spetta a noi giudicare e criticare il suo "ritorno a Freud" e soprattutto il senso di questo ritorno, se è un ritorno o qualcos'altro, ma per fare questo bisogna prendersi la briga di leggerlo, cosa che -da quel poco che scrivi- tu non hai fatto. Quello che non capisci è che non ci può essere lettura senza interpretazione, è ovvio che il Freud di Lacan è lacaniano, ESATTAMENTE come il Freud di cui parli tu è già un'interpretazione di qualcun altro, altra cosa è il "fa dire", che non è un'interpretazione, ma un'impostura..E visto che tutto passa, visto il fluire eracliteo delle idee, tu cosa suggerisci: il ritorno a Freud? In un certo senso ti comprendo, Lacan ci ha provato ben due volte a proporre questo “ritorno a Freud”, solo che nella prima occasione più che ritornare lui a Freud ha preferito che fosse Freud ad andare da lui. Il Freud di Lacan è un lacaniano, così come il Socrate di Platone era un platonico, Lacan fa dire a Freud ciò che pensa lui, non convince tutti è vero, però con la sua genialità riesce a convincere qualcuno che sta parlando nel nome di Freud (nel nome del padre), così il lacanismo diventa in parte una religione. La seconda volta, che colpo di teatro, chiude l’Ecole freudienne e dice: “Voi sarete pure lacaniani se volete, io sono freudiano”.
Tutto qui? Un grande riconoscimento al genio di Freud, e buonanotte se tanto mi dà tanto alloria siamo tutti freudiani, anche il più inetto comportamentista credo non abbia difficoltà a riconoscere il genio di Freud.Ma che significa essere freudiano oggi se non un grande riconoscimento al genio di Freud senza il quale non saremmo qui a discutere di psicoanalisi?
Risponderò con calma alle altre questioni che poni, ma ti chiedo che cosa è quel "pur rimanendo se stesso", se i fondamenti di questo discorso -a partire dalla pulsione- sono stati completamente stravolti? A mio parere è proprio un'altra cosa, forse bisognerebbe avere l'onesta intellettuale anche di riconoscere questo.Insomma alla concezione della psicoanalisi come un corpo vivente, che si modifica incessantemente pur rimanendo se stesso, come ogni organismo vivente fa per sopravvivere; una disciplina dove ciò che conta non è tanto misurato in base a chi ha posto una certa idea, né in base alla presunta verità dell’idea stessa, ma molto pragmaticamente in base a quale vantaggio questa idea mi da a livello clinico e relativamente al benessere del paziente.
Saluti,
ikaro
Ultima modifica di ikaro78 : 27-11-2009 alle ore 15.59.44
Prendo spunto da questa risposta a luigi per dire la mia, sicuro che poi a sua volta esporrà il suo punto di vista.
Ho inteso le sue parole in modo decisamente diverso dalla tua lettua "gattopardesca", anzi, io sento alcune assonanze nel punto di vista junghiano (peraltro emerse in altri confronti che ho avuto il piacere di fare con uno junghiano) on la dialettica tra livelli che viene descritta all'interno di orientamenti psicoanalitici contemporanei, magari ispirati alle teorie della complessità. E' l'"autoreferenzialità" dell'Io (luigi perdonami se uso termini impropri), la sua "assolutezza" a costituire problema.
Ribadisco il mio scetticismo sul fatto che la relazione (transferale o no) sia priva di storicità. L'osservazione clinica circa la ripetizione - che mi pare piuttosto assodata e non solo in ambito psicoanalitico - peraltro trova un riscontro anche nel concetto di "bacini di attrazione" proprio della teoria del caos. Che peraltro non contempla una possibilità di cambiamento come quella che mi sembra tu lasci intendere quando parli di "modifica delle parti che si ripercuote sulle restanti altre": sappiamo bene che infatti i cambiamenti sistemici necessitano di un "salto quantico" per cui è necessaria una perturbazione sostanziale dell'organismo, che altrimenti tende alla riedizione senza limiti delle strutture. Ciò si riproduce inevitabilmente anche nel setting, che è predisposto proprio per questo scopo. Che analizzando ed analista riproducano ognuno le proprie dinamiche come altrove fa parte del gioco e sinceramente non mi pare un "là ed allora" escluda un "qui ed ora".
Saluti
gieko
gieko