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Questa discussione si intitola Cos'è la malattia mentale? nella sezione Psicologia Clinica, appartenente alla categoria Forum tematici; Visita allora il sito www.nopazzia.it è un figata...inoltre ha alcuni documenti e contatti molto interessanti......
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Veramente interessante l'argomento trattato in questa discussione Darkgianlu85, complimenti. Intervengo solo per, diciamo così, rimetterla in evidenza.
Io già non saprei esporre idee coerenti riguardo al concetto di malattia non mentale, figuriamoci se riesco a dire qualcosa di sensato su quella mentale.
Beh comunque invito chiunque abbia altre idee in proposito di intervenire. La questione è abbastanza spinosa secondo me, perché effettivamente ogni forma di sofferenza magari la si può riuscire ad inserire in un certo quadro, e forse si sa anche che questa sofferenza sparirebbe se venissero modificate certe parti del quadro (la struttura mentale di base dell'individuo o il suo corpo o l'ambiente sociale oppure ancora altro) ma tra tutte queste parti quali bisognerebbe cercare di modificare? Chi lo decide?
Se c'è un male si può anche optare per la soppressione della persona, il male molto probabilmente non verrebbe percepito più, ma è una "soluzione" questa?
Qualche persona coerentemente potrebbe sostenere che la malattia che provoca tutti i mali è l'esser vivi e che la norma è la materia non vivente priva di coscienza.
Che c'è una qualche forma di sofferenza percepita soggettivamente spesso è ovvio, ma che si possa individuare una cura (anche ipotetica e non necessariamente attuabile) e quindi una malattia specifica in corrispondenza di questa sofferenza mi sembra già più problematico da sostenere.
Comunque son tutte idee un po' vaghe, voi sicuramente avrete idee più precise.
RO
Oh, noi li persuaderemo che diverranno liberi solo quando rimetteranno a noi la loro libertà e a noi si sottometteranno. E avremo ragione oppure mentiremo?
Essi saranno convinti che noi abbiamo ragione...
La malattia mentale?
Secondo me è una questione di quantità.
Tutti abbiamo provato l'ansia, ma è la quantità d'ansia che distingue la patalogia alla normalità.
Paura di andare in aereo? No problem, non ci vai e conduci una vita normale. Se poi hai paura di andare in aereo, in treno, in macchina, a piedi, a fare la spesa, a lavoro, di uscire di casa insomma! Hai una patologia.
Già parlare di malattia si rifà a una concezione medica dei disturbi psichici non più usata nel nostro ambiente.
Datemi libri, frutta, vino francese, un buon clima e un po' di musica fuori dalla porta, suonata da qualcuno che non conosco.
Keats
La più alta e perfetta forma di metafisica alla quale si assiste!Perchè è proprio così...lo dico spesso: il vero problema è la fede che poniamo nella scienza che farà sì che un giorno quando ci troveremo a parlare ‘fra uomini’ non saranno più le nostre manifestazioni ‘propriamente umane’ a contrassegnarci ma una sorta di scissione schizofrenica per la quale io non sono altro che un prodotto proteico...nient'altro che una millenaria illusione, un fantasma inconsistente in balia di un bieco materialismo e determinismo neuronale che opera alle nostre spalle e a nostra insaputa...ora questo non è solo allarmante ma soprattutto falso!
La scienza è impossibilitata per sua natura a 'comprendere' qualcosa di 'essenzialmente umano' perchè già sul nascere essa esclude proprio la partecipazione di tutti quegli elementi che ci contraddistinguono a livello esistenziale...ma qui il discorso si allungherebbe troppo...
Certo che ne sono state dette delle belle in questa discussione ma è ovvio che chi è a secco di filosofia commette errori fatali perchè in fondo dipende sempre da ciò che si vuole vedere e da cosa si cerca...il cervello oggi è diventato l'equivalente generale della ricerca di senso (che assilla più i neuroscienziati che i filosofi statene certi), alcuni decenni fa lo era il DNA, ancora prima lo sviluppo tecnico-industriale: tutte ‘cifre’ della ricerca di senso e di un'angoscia insopprimibile che è il primum movens antropologico.
Bisogna chiarire con una indagine logica,epistemologica e quindi filosofica i concetti che si utilizzano nelle argomentazioni perchè io per esempio non ci vedo nulla di scontato in quello che scrive alberag...! I dati della scienza si accettano acriticamente ormai, ma ‘nessuna cosa termina in solo significato’ e nessuna cosa si lascia ridurre dal pensiero induttivo ad una causa precisa: noi osserviamo sempre delle condizioni (che sono parziali, indefinite direi) e poi una causa (fra infinite cause) ma tutto ciò se non è patetico è puerile: la vita (e bisogna anche vedere con questa parola che intendiamo!...perchè se la scienza un giorno riuscirà a ‘creare’ la vita sarà solo perchè 'noi' abbiamo deciso che 'vita' è semplice animazione della materia!) procede per enigmi,immagini sbiadite di una realtà che cogliamo solo parzialmente perchè 'parziale' è la condizione umana di fronte all'infinito mistero di ciò che, discretamente, si muove nella più totale oscurità, profondità che ci rimane inconsapevole (o inconscia per dirla con Jung). Quindi, che il cervello sia la causa dei miei pensieri lo considero un dato ‘tanto opinabile quanto più pretende di porsi come unico e indiscutibile’ (e su questo c'è una vasta letteratura di filosofia della mente che consiglio di andare a spolverare a quelli che pensano che la filosofia non centri con la psicologia! che assurdità!...). A suo tempo anche io mi sono occupato di alcune teorie neurobiologiche (Edelman, Crick, Damasio…in una facoltà di filosofia! Che strano…) fra le più importanti e ho avuto discussioni con neurologi e filosofi in questo senso: la situazione è molto più complessa di quanto pensi alberag...o chi come te crede di aver risolto ‘l’enigma del mondo in una provetta’ (Jung) con la pretesa inquietante di fare del ‘neurone’ o di questi benedetti mediatori chimici l’essenza dell’anima: ma c’è qualcuno che ancora si chiede o rimane affascinato dalla propria anima e quindi sa per certo che ‘un cervello è così poco simile ad un essere umano’ (Wittgenstein)? Mi viene il dubbio…
Con questo intervento non posso andare troppo nello specifico ma è chiaro che, poste queste premesse, il concetto di malattia mentale è quanto mai complesso, di certo più complesso di quanto pensava Griesinger che concludeva, con l’ingenuità tipica di un’epoca, che ‘le malattie mentali sono malattie del cervello’…ripeto: dipende tutto da ciò che si cerca e si vuole vedere in una determinata cosa; se il dubbio (quella ‘meraviglia’ di aristotelica memoria) si insinua, le cose non sono più così scontate…ma dimenticavo! qui si fa scienza e non c’è tempo per i dubbi forse…
Saluti,
Luigi
Ps: grande ikaro!
Blog: Spazio di Psicoanalisi
per la precisione, Freud era neurologo e nel "Progetto" della fine del''800 (la prima opera "psicoanalitica" di Freud) ipotizza un funzionamento psichico in cui i vari aspetti della psiche (inconscio, conscio, rimozione, ecc...) dipendono da vari tipi di neuroni e loro connessioni (ci sono anche dei disegnini esplicativi).
Nel 1920 scrive "i limiti della nostra [degli psicoanalisti] descrizione scomparirebbero se fossimo in grado di sostituire i termini psicologici con quelli fisiologici o chimici".
a meno che tu sia un radicale sostenire dell'innnatismo, il cevello prima di diventare la fonte dei pensieri, deve acquisire input da parte dell'ambiente, quindi i pensieri sono "ricordi" di esperienze vissute nella relazione.
Ultima modifica di Johnny : 02-09-2008 alle ore 13.31.06
Hakuna matata - no problem
Nell'arte, lo spirito importa più della tecnica - Gichin Funakoshi
Per continuare il discorso che avevo iniziato riporto un passo di un importante psichiatra italiano mio docente che, se non si colloca in quelle correnti spesso estreme dell'antipsichiatria, di certo rappresenta uno dei pochi esempi rimasti di psicopatologo (in senso fenomenologico,jaspersiano), la dove 'psicopatologia' prima di essere una questione medica è prima di tutto 'questione antropologica'...
Giovanni Stanghellini, 'come ripensare la malattia mentale' da Il Sole 24 ore
''Lo psichiatra si confronta con questioni da sempre affrontate dai filosofi; questioni serie e complesse che una impostazione eminentemente bio-medica può portare a sottovalutare. Sul piano clinico, ad esempio, il delirio richiama il problema della verità e quello della realtà come costrutto, le "voci" allucinatorie quello della doppiezza della coscienza umana; i sensi di colpa che affliggono i depressi il problema del bene e del male morale, il suicidio, il problema della libera scelta. A cosa si riduce l'intervento terapeutico se si considerano questi fenomeni come semplici "sintomi", cioè segni oggettivi indicatori della presenza di una malattia? Hanno identico significato in ogni individuo, oppure esso varia in rapporto alla storia personale e al sistema dei valori di chi ne è portatore? Cosa diventa la cura se si ignorano gli orizzonti filosofici, le aporie epistemologiche ed etiche in cui si dibatte la coscienza umana, o si sottovaluta la portata esistenziale di tali questioni nella vita di chi soffre? Non solo gli psichiatri hanno bisogno dei filosofi, ma anche i filosofi hanno bisogno degli psichiatri. Se l'obiettivo della psichiatria è, in primo luogo, comprendere la condizione del singolo uomo sofferente (comprendere è curare), quello della filosofia è la comprensione della condizione umana in generale, in cui la sofferenza e la follia giocano un ruolo fondamentale. A partire da Hegel, in filosofia sono i fenomeni abnormi quelli "che portano i calzoni" (è il filosofo Austin a ribadirlo) e pertanto indicano la strada maestra nella conoscenza dell'uomo.
"La follia è uno stadio necessario nello sviluppo dello spirito": parole di Hegel, che cancellano in un sol colpo l'idea che la follia sia puro non-senso, la negazione dell'umanità dell'uomo. Al contrario, non si dà l'Uomo senza la possibilità della Follia. La vulnerabilità - cioè la condizione di possibilità della follia - e la condizione umana coincidono: l'eccentricità, la non coincidenza con se stesso. la mancanza di un correlativo oggettivo della propria identità, l'incompletezza come destino di un perpetuo divenire, la doppiezza come condanna della libertà e della responsabilità rappresentano la struttura formale sia dell'umanità dell'uomo sia della follia: questo è uno tra i più preziosi lasciti del Novecento in filosofia e in psichiatria''.
Saluti,
Luigi
Blog: Spazio di Psicoanalisi