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Alessia Va

...e concludendo…Trieste.

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Mentre scrivo, anzi, prima di scrivere, sono diventata ufficialmente la nuova insegnante di scienze presso il Centro di Formazione Professionale di T. Ho firmato il contratto. Prenderò servizio il 27.
Ho incontrato colleghi incoraggianti e motivati. Spero di incontrarne altrettanti, cosi, quando conoscerò la scuola. Mi hanno dato 330 ore, che per questo lavoro sono già tante! Cosi riuscirò a raggiungere uno stipendio che non arriva ai mille euro, ma ci arriva vicino. Con un altro lavoretto che mi permetta di guadagnarne altre poche centinaia, potrei arrivare a una cifra dignitosa.
Comunque sono pronta. Aspetto di conoscere “i miei ragazzi”!

Fatta questa disquisizione, sul tema lavoro, mi accingo a proseguire e terminare il mio racconto di viaggio…dentro e fuori…
Lunedì. Ci siamo salutate. In mezzo al vento e al sole. E, inondata di sole e di vento, mi avvio vero l’albergo. Una pizza veloce e poi rifugiata, al calduccio. Calato il sole, la Bora è gelida.
Sistemo la valigia, le mie cose riprendono posto l’una accanto all’altra, lasciando la stanza spoglia e anonima, come l’ho trovata. Pronta ad accogliere qualcun altro. Ma c’è ancora un isola, in cui si vede, si tocca, si vive, la mia presenza. Il letto. E sul letto i libri. Sparpagliati. Me li guardo, accarezzo, annuso. E poi, ad occhi chiusi, scelgo. “Il giardino segreto”.
Inizio a leggere. Ritrovo questa storia riemersa dalla mia infanzia. Percepisco, in tante sottili sfumature, perché mi piacesse tanto. E capisco. Capisco che il giardino segreto è una metafora. Una metafora del mio spazio interiore. Segreto. Uno spazio che potrebbe essere un giardino meraviglioso, ricco, fertile, e invece, lasciato incolto e senza cure per anni, si è inselvatichito. Ma non è senza speranza. Perché sotto le scorze dure e secche scorre ancora la linfa. Nascosti ci sono numerosi germogli, rametti verdi e morbidi, sotto mucchi di legno grigio. Bulbi silenziosi, che sonnecchiano tra le erbacce da togliere, per fare loro aria. Comprendo che è un viaggio simbolico e importantissimo quello che sto facendo. Chiudo il libro e gli occhi. Medito, penso…mi addormento…
La mattina dopo, salgo sul treno con un germoglio di idea. Che si fa sempre più nitida con il trascorrere dei chilometri. Mi fa sentire strana, in un modo che non so dire. Ma più me la guardo, osservo e studio e più ne sento la necessità. In fondo, se quella del giardiniere è una metafora, perché non renderla una metafora molto concreta? Di spazio ne abbiamo a casa, il giardino anche. Certo, l’ideale sarebbe avere un orto tutto mio, con nessuno che mi dice cosa piantare o cosa fare, da gestire da sola. Ma, osservando l’altro lato della medaglia, ho un padre che di giardino se ne intende parecchio. Potrei imparare da lui. E siccome, come dicevo, non abbiamo mai avuto un gran rapporto, è me ne dispiace, perché non approfittare di questa cosa, per tentare di recuperarlo?
Sento che si, potrei averne un gran bisogno. Di zappare, mettere le mani nella terra, sentire il pulsare della vita, l’odore di terra bagnata, recuperare il senso del trascorre del tempo biologico.
Poi penso che forse non è proprio il periodo ideale, la fine dell’estate. Ma in fondo anche l’autunno è una stagione fertile, a modo suo. E prima che arrivi il sonno dell’inverno, qualcosa si può ancora fare.
Ecco la conclusione del mio viaggio a Trieste. E inizio a capire che tutto ha un senso. Anche quello che sembrava non averne. E che questo viaggio, al di là di tutto, mi ha dato veramente qualcosa.
Grazie, ancora una volta, Trieste.
E a chi mi ha accolto…

Updated 01-09-2010 at 16.02.51 by Alessia Va

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