• Opsonline.it
  • Facebook
  • twitter
  • youtube
  • linkedin
View RSS Feed

Alessia Va

Trieste…

Vota questo post
Eccomi di nuovo qui, davanti allo schermo. Partita. E tornata. Uno strano viaggio, questo. Bello e terrorizzante, fatto di gioie e di dolori, di volti amici e solitudini. A braccetto. Ma prima di addentrarmi nella analisi una premessa. Dovuta.

Guglielmo: sei un cuoco straordinario. Ho mangiato il più buon branzino della mia vita…
Pat: non ci sono parole per esprimere la mia gratitudine…sei cosi Cara, che davvero, non ci sono parole. Mi basta guardarti per capire che capisci.

È sabato mattina alle 11.00, quando salgo sul treno. Mi porterà fino a Mestre. Poi dovrò cambiare. Come sempre, del resto. Ormai lo so che funziona cosi. Va quasi in automatico. Il mio corpo e la mia mente si sono abituati ai ritmi di questi treni. Non cosi per quanto riguarda questo mio periodo…questo terrore dentro che mi porto con me, anche oggi. Vorrei che, in automatico, anche lui, si modificasse, si trasmutasse, o quanto meno si ritirasse, giusto un pochino. Quel tanto che basta a farmi fare il viaggio tranquilla. Ma è sempre li, appena dietro. Che spinge, scalcia, freme.
Sembra travolgermi quando arriviamo a Mestre. Ma poi il vento lo ributta indietro, dove era stato fino a quel momento. Poi salgo sul treno che mi porterà a Trieste…e non mi rendo conto di cosa accade finche non arriviamo nei pressi della costa, dove piove e la bora soffia forte. Nello scompartimento ci siamo io e un'altra ragazza. Francamente me ne accorgo solo ora. Me ne accorgo perché è come se emergessi da un sogno. Mi rendo conto che i finestrini sono abbassati. Che entra un aria gelida mista ad acqua. Che la ragazza che è con me in scompartimento si è messa una giacca, una sciarpa e ha chiuso il finestrino accanto a lei. Io invece sono li, con i pantaloncini corti, la cannottierina, i sandali, i finestrini spalancati, a fianco e poco più avanti a me…e non sento niente. Non sento il freddo. Non sento il vento. Non sento la pioggia. O meglio: si, so che piove perché lo vedo, so che c’è il vento perché muove le tende, furiosamente, e sbatte i miei capelli per ogni dove. Ma, a parte questo, è come se fossi insensibile. Anestetizzata.
Non c’è traccia neppure della forte emozione che pensavo avrei provato, tornando nella mia Trieste.
Non provo nulla. È come se fossi qui ma dietro un vetro. Spesso. Trasparente, si, perché si vedono le cose. Ma non si sentono.
Questa sensazione me la sono portata con me lungo la serata, e per tutto, o quasi, il giorno seguente.
La mattina della domenica mi sono diretta verso San Giusto. Era da tanto che non ci andavo. Mi avrebbe fatto piacere, mi dicevo. Era più un dirmi però, appunto. Senza provarlo, quel piacere. E sentendo crescere una sottile angoscia per l’assenza di Trieste, dentro di me. Io ero a Trieste ma non la sentivo. La mia città, che mi faceva sentire ogni volta sicura, al calduccio, dentro un abbraccio tutto suo, unico e speciale, non la sentivo. Sapete cosa vuol dire non sentire qualcosa, specie se l’avete sempre sentita? Come diventare di colpo sordi…Seduta sul muretto a San Giusto, sono stata delle ore. Fissando la città sotto di me, senza vederla. Mentre quella che ora, so, è un belva, e chiamo belva perché sa essere famelica, quando vuole, mi distruggeva dentro. Una belva che ripete sostanzialmente questa affermazione “Tu non hai diritto di esistere”. In mille forme, modi, usando il corpo, con sensazioni che sono l’assenza del sentire e un sentire che ferisce, allo stesso tempo. “Tu non hai diritto di esistere”. “Non hai diritto a stare qui”. “Non hai diritto a vivere”. Era da un po’ che avevo iniziato a fare i conti con questa forza auto distruttrice, che ho sempre avuto dentro, o almeno da quasi tanti anni quanti ne ho vissuti. Ma mai mi sarei aspettata che uscisse fuori con così tanta furia. Cosi tanta che mi spaventa. Mi è venuto da pensare alla rabbia. La rabbia, è un'altra belva. Ma esse agiscono in modo contrario. La rabbia è un belva che riempie. Questa belva, svuota.
Svuota completamente. Cosi che non rimane che un buco nero. Senza fine ne inizio. Mi sono alzata da quel muretto con la sensazione di avere lottato senza tregua…e poi sono andata di nuovo via…di nuovo in movimento…verso la costa e il mare. Ma la belva aveva iniziato a lavorare e non si sarebbe fermata fino a raggiungere il suo scopo, un qualche effetto tangibile, un risultato, su di me e sul mio diritto di esistere. Mi sono trovata, mucchietto tremante, in un angolo della stanza…quella in cui dormivo. Non esisteva più che quella belva, io ero quella belva, lei era me, si era presa tutto lo spazio e non ne restava che un angolino piccolissimo dal quale io, come staccata da me stessa, osservavo con orrore la scena, e dicevo “E’ pazza. Questa ragazza è pazza. Non ci si può ridurre cosi!”. Li per terra, senza riuscire a fare altro che tremare, stretta ad un cuscino, mi sono davvero sentita pazza. Per inciso: forse lo sto davvero diventando. Potrei diventare un caso clinico. Mi osservavo come si osserva un malato mentale…
Poi tutto si è calmato. La belva si è ritirata un pochino. E ho ripreso il mio spazio. Ma ero cosi sfinita…E mi mancava l’aria. Cosi sono uscita, di nuovo. Ho preso il tram per Opicina. Una vecchia “carrozza” che si inerpica sui colli dietro Trieste. È un percorso caratteristico…tra boschi, e panorami mozzafiato. Ma di nuovo, tutto dietro un vetro, era come se guardassi senza vedere, o vedessi senza guardare. “Che bello sarebbe fare una camminata nei boschi” passando. Ma subito “Tu non hai diritto di esistere”. “Non hai diritto di stare qui”. “Non hai diritto di vivere”.
E cosi di nuovo verso il mare e la costa. E di nuovo in movimento…
Ma, hai detto, giustamente: “Quando si ha qualcosa dentro, conta poco il posto in cui si sta”.
Dio solo sa quanto hai fatto per me quella sera. Per prima cosa: hai capito. Per me è stato un miracolo. Perché di solito non succede. e anche se eri stanca, distrutta, con mille problemi…da risolvere…anche tu, mi hai aperto la porta, mi hai abbracciato. E mi hai capito.
Cosi, quella giornata da incubo è passata. Ed è venuto il lunedi.

(continua)

Updated 31-08-2010 at 18.11.26 by Alessia Va

Categorie
Uncategorized

Commenti

  1. L'avatar di Morgana-z
    Sapete cosa vuol dire non sentire qualcosa, specie se l’avete sempre sentita? Come diventare di colpo sordi…

    Purtroppo lo so....è lacerante...e l'hai descritta perfettamente.

Privacy Policy