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Alessia Va

Vigilia...

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Mi giro e mi rigiro nel letto. Cosi decido che forse, mettere parole in fila, mi aiuteranno a calmare l’animo in tumulto. Questione di un attimo. E la tua voce, senza suono, mi ha raggiunta ancora.
“Amore mio, aspettami”. Avevo già scritto di questa tua voce. Con questa volta, fanno tre. Ma questa volta è diversa dalle altre. Questa volta…immagini. Immagini forti, prepotenti, assolute. Quelle immagini che ti penetrano dentro, come lame, come quanto c’è quel sole forte, accecante, che sembra trapassarti da parte e parte. E tutto è più forte, vicino, aggressivo. Immagini di una Trieste di altri tempi. Di quel canale, di quel ponte…quante volte mi sono fermata, su quel ponte, le braccia poggiate, quasi a sostenermi, mentre guardavo lontano, come se aspettassi qualcuno…
Quel ponte. Quello stesso ponte. Un uomo e una donna. Un uomo in divisa. Una divisa di un marrone rossiccio e un cappello, in tinta, con una fascia rossa. Una donna. Vestita semplicemente. Una gonna a fiori, una camicia bianca, uno scialle. I capelli neri legati in una coda spartana. Quella donna, che nella vita veste abiti più eleganti. Ma che deve nascondersi. E quell’uomo, che nella vita farebbe ben altro che andare ad uccidere, ma che deve obbedire. Un uomo e una donna che si stanno separando, con la morte nel cuore. Un uomo e una donna che si stanno promettendo. Promettendo che si ritroveranno. “Io ti giuro” dice l’uomo “che di vita in vita e per i secoli dei secoli trascorrerò il mio tempo viaggiando verso questo ponte, incontro all’unica donna che potrò mai amare e che se anche tu lo vorrai ci ritroveremo, qui, sopra questo stesso ponte, qui, in questa stessa città, di vita in vita, e per sempre, tentando con tutti noi stessi di essere felici. L’uno con l’altro e l’uno per l’altro. Io te lo giuro, Amore mio!”. Io sono quella donna. E tu sei quell’uomo. E io ti supplico di non giurare. Di rimanere. Semplicemente. “Non possiamo. E lo sai. Tu devi vivere la tua vita. E io devo andare a combattere”. È una verità amara, quella che esce dalle tua labbra. Ma so che hai ragione. O comunque non trovo la forza di oppormi. Mi avvisi che è arrivata la mia carrozza. Mi ci fai salire. Ci guardiamo un ultima volta. E poi più nulla.
Ma la tua voce, ora, è qui con me, come se non l’avessi mai perduta. E mi racconta di quanto ancora è forte il legame che ci unisce. E che presto ci ritroveremo.
E io penso che o sono matta e non mi sono accorta di aver sviluppato una forma di pazzia probabilmente rimasta latente dal ventre materno, o tutto acquista improvvisamente un senso.
Perché tu mi ripeti che per essere felici dobbiamo affrontare le ombre della nostra Anima, ed è quello che penso anche io. Che penso ogni giorno che dio manda su questa terra, nella convinzione che solo attraversando la mia selva oscura, solo camminando con le mie gambe, finalmente libera da ogni condizionamento, saprò condividere con te la meraviglia di essere due.
Perché Trieste è sempre stata “casa” per me, dal primo istante in cui ci ho messo piede.
Perché non si può sentire che ogni pietra, angolo, odore, lembo di cielo ti parla e ti commuove fino alle lacrime senza un motivo.
Perché ho sempre saputo che il mio finire li avesse un senso più grande di me, che un giorno avrei compreso.
Perché è ogni volta un attesa, come se dovesse capitare…da un momento all’altro (qualcosa).
E anche quelle immagini, confuse, di sei anni fa, ora possono trovare una collocazione…
Potrebbero…
Ho paura...
Ma non so se temo di più che sia tutto vero o che sia pazza...

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Commenti

  1. L'avatar di Honey Lou
    E' bellissimo questo brano...
    Se è tuo complimenti vivissimi.
    Mi hai fatto emozionare!

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