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Alessia Va

Lavoro.

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Lavoro.
Ora so che volto dare a questa parola.
E’ buffo come quando capisci le cose tutto ti scivola addosso,
senza fermarsi, come se non ti appartenesse.
Levando il “come se”: si, è cosi, non mi appartiene.
Non mi appartengono le aspettative degli altri.
Non mi appartengono i loro desideri, le loro idee,
i loro progetti circa quello che io dovrei fare.
Sono “loro”.
Se non hanno capito che voglio riprendere ad
insegnare, a settembre, non è un problema mio.
Perché pur con tutte le difficoltà, la fatica,
la lotta quotidiana contro la carenza di materiali,
io questo lavoro non riesco a chiamarlo lavoro.
Ben lungi dall’essere un dato negativo è invece
il segno tangibile che ho trovato quel che cercavo.
Quello di cui avevo bisogno.
Qualcosa che ti prende talmente tanto che non riesci a
chiamarlo lavoro.
Per me lavoro è stato ogni istante di ogni ora di ogni
giorno di ogni mese di tutti gli anni che ho passato
davanti a uno schermo di computer. Istanti infiniti,
vissuti nella sofferenza dal senso dell’obbligo,
del doverlo fare, del doverci andare.
Quando invece senti la stanchezza che l’impegno ti richiede ma
non c’è traccia di quel senso di obbligo e di costrizione…
Io questo ho sentito.
Questo anche stamattina tornando in quella scuola per gli ultimi documenti.
Riguardavo i corridoi silenziosi, le aule vuote, la sala insegnanti.
E risentivo ogni emozione, brivido, pensiero, sensazione di quei
giorni.
Mi sono sentita viva, in movimento, presente.
Per questo non riesco a chiamarlo “lavoro” e per questo sarà il mio lavoro!

Updated 18-06-2010 at 15.13.57 by Alessia Va

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