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Alessia Va

Confusione.

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Premessa:
mi viene da dirvi..."non leggete se non ve la sentite" perchè non so...mi sento in colpa, paradosso notevole. In colpa perchè non c'è altro modo per raccontare che attenersi ai fatti.
Posso risparmiare i particolari, certi particolari, ma rimane tutto il resto. Tutto il contesto. E le implicazioni.
Potrei anche non scriverle, certe cose.
Tenerle per me.
Ma mi sembra che, oltre che servire a me, quello scrivo possa essere la voce di chi non ha il coraggio di parlare...come è stato per me, per tanti anni.

Mentre scrivo, poi, è giusto arrivato A. Sta di sotto, con la moglie.
C'è mio nipote che deve fare i compiti di inglese, ma io non mi schiodo da qui finchè lui non se n'è andato.
Il solo sentire la sua voce mi fa venire voglia di vomitare...

SENTIRSI...

…una prostituta.
È una parola forte. L’unica che mi sia venuta.
Per quanto, da adulta, oggi, possa cercare di razionalizzare,
e sono in grado di comprendere che la colpa non è stata mia,
è cosi che ti fa sentire essere l’oggetto di un interesse malato.
Usava parole dolci, suadenti. “Sei la mia bambina. Sei bellissima.
Non ce ne sono alte come te. Ti voglio bene.” E questi sono solo
esempi. Ritrovo ora tutto il repertorio, dentro la mia testa.
Ma al mio corpo il messaggio trasmesso era un altro.
Era di non rispetto, di invasione, di sofferenza, di qualcosa
che non ero assolutamente in grado di gestire.
E la confusione, nella discrepanza di questi due messaggi, era forte.
La loro ditta produceva bigiotteria e mollette, fiocchi…ecc.
Non c’è stato mai un secondo interesse, almeno da parte dei titolari
della ditta, i suoi suoceri, nel regalarmi ogni ben di dio.
Lo facevano volentieri, spinti solo dal desiderio di farmi felice.
Ma per me ogni volta era una sofferenza. Mi sentivo sporca, come
se quello fosse il mio compenso. Ogni cosa che mi veniva data,
l’avrei voluta gettare via, bruciare, veder schiacciata sotto le
ruote di un Tir. E invece dovevo dire grazie. E indossare quei
bellissimi regali, cosi che vedessero quanto gli fossi grata.
Quando, anni e anni dopo, non c’è più stata ditta e
quindi più regali ho tirato un grandissimo sospiro di sollievo.
Succedeva spesso che mi dicessero: “Perché non scendi giù nel capannone
e non scegli quello che vuoi? Puoi prendere qualsiasi cosa”.
Io provavo a dire di no. Ma venivo incalzata. Perché rifiutavo?
Mia madre poi non capiva, e mi faceva palese il suo timore
che apparissi scortese. Cosi, raccogliendo tutto il poco coraggio che potevo
avere in quel momento, annegato da marosi di terrore sedimentato negli anni,
scendevo la scala stretta che portata alla fabbrica, deserta nei giorni festivi,
e mi aggiravo tremante tra file di scatoloni, merce esposta e quant’altro,
sentendo i miei passi rimbombare in quel silenzio da incubo, e sperando
con tutta me stessa di non sentirne altri, alle mie spalle.
Una volta è successo.
Credo sia stato anni dopo che tutto era già finito. Perché ad un certo
punto è finito. Come ho già detto non so se i miei avessero intuito qualcosa
o meno. Se fu quello il motivo per cui era finito o meno.
Sta di fatto che, credo che tutto si sia condensato tra i 3 e i 6 anni all’incirca.
Poi non sono più stata nel suo appartamento da sola.
Quella volta, anni dopo, avevo intorno agli 9 o 10 anni. Non ricordo con precisione.
So che avevo un cappotto che ritrovo in certe foto di un viaggio a Venezia. E avevo quell’età.
Ho sentito dei passi. E mi sono bloccata. Impietrita dalla paura.
Poi ho sentito la sua voce. E mi sono sentita morire.
Ero da sola. Non c’era nessuno li con me. Non avevo scampo, ancora una volta.
Si è avvicinato. Mi ha preso per le spalle e mi ha fatto voltare.
“Non scegli niente? Vuoi che ti aiuti io? Per una bambina cosi bella ci vuole qualcosa
di speciale”.
Mai come in quel momento sono stata felice di vedere mio padre scendere la stretta scaletta di fronte a noi, in fondo al corridoio.
Ma mi ci è voluto parecchio prima di riprendere il controllo di me stessa.
E non ho voluto prendere nulla, neppure sfiorare una di quelle cose.
Ancora oggi se qualcuno…se un uomo…mi dice “sei bella”
o mi fa un complimento, mi irrigidisco.
Se ricevo un regalo al di fuori di una normale occasione che lo richiede,
mi sento come se ci si aspettasse qualcosa da me.
E faccio fatica ad accettare l’aiuto degli altri, essendo cresciuta
con la certezza che potevo essere io sola, la mia salvezza e
e per il resto non ci si poteva fidare di nessuno.
Ci sono dinamiche, che ci si porta appresso per tutta la vita.
Sono sicura che ora posso fare molto per me stessa, ma non posso
fare a meno di chiedermi come sarebbe andata se queste cose
avessi potuto affrontarle prima. Se avessi avuto un po’ di sostegno.
Bambini che vivono queste esperienze non dovrebbero mai
essere lasciati soli, facendo finta che l’indifferenza possa
essere una cura.
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Commenti

  1. L'avatar di willy61
    Non sei responsabile di quel che posso provare io, o altri, nel leggere quel che scrivi.



    Buona vita
    Guglielmo
  2. L'avatar di Morgana-z
    Concordo con Willy...e ancora una volta ti abbraccio.

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