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L'amore conta conosci un'altro modo per fregar la morte?

Cosa C'è Dentro: Parte Terza

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Ecco il continuo della storia...

Parlami del tuo mondo

Il mio mondo ora non esiste più, lo hanno distrutto...l'hanno fatto in mille pezzi. Ora mi resta solo un piccolo “schizzo” di quello splendente universo che avevo creato, mi posso aggrappare solo alla mia immaginazione che mi permette ancora di volare...mi rifugiavo nel mio mondo interiore perché questo mi fa davvero paura...su questa terra mi sono sempre sentita inutile, insignificante, quasi invisibile agli occhi dei “grandi”; non trovo parole per descrivere il mio mondo, qualsiasi parola o rappresentazione non riuscirebbe a contenerlo. Quando qualcuno mi chiedeva di raccontargli la mia storia io l'ho fatto ma senza però permettere a nessun adulto di entrare nel mio vero mondo, perché avevo paura che con la loro razionalità ed incredulità lo avrebbero frantumato, perché solo se ci credi il mondo esiste; ma quando smetti di crederci all'improvviso perde consistenza ed è come se non fosse mai esistito...è proprio come le fate, gli spiriti, i folletti e le streghe. Avete presente 'La storia infinita' ? Bisogna conservare un piccolo spirito di 'Peter Pan' perché lei possa vivere in eterno...
I primi ricordi del mio mondo risalgono a quando avevo appena 4 anni, andavo ancora all'asilo ma già allora mi isolavo a pensare, non so a cosa pensassi di preciso ma ricordo che stavo spesso con lo sguardo perso nel vuoto e giocavo sempre da sola; l'unico momento in cui stavo con i miei compagni era quando ci facevano dipingere e fare altri lavoretti. Ed il mio gioco preferito era aprire la porta della stanza dove ci mettevano a dormire il pomeriggio: era una sfida, una vera prova di coraggio, solo io ed una altro bimbo eravamo così coraggiosi da varcare la porta ed arrivare fino alla fine del corridoio per poi ritornare velocemente con passi leggeri sul nostro lettino a far finta di aver dormito come gli altri bambini. Ma più crescevo e più il mio mondo diventava sempre più completo ed interessante, era in evoluzione continua.
In prima elementare ho cominciato ad avere molti problemi con cui fare i conti. Vivevo con mia madre e lei non stava sempre bene, anzi il più delle volte era “depressa” (parola di cui non conoscevo ancora la gravità, per me era solo tristezza, poi col tempo ho compreso a mie spese che una parola del genere contiene un male più profondo). La mattina spesso non si svegliava, a volte mi svegliavo da sola e la chiamavo per ricordarle che mi avrebbe dovuto accompagnare a scuola. Lei ci metteva tempo per capire le mie parole e a me veniva un' ansia insostenibile perché già sapevo come sarebbe andata a finire...lei rimaneva a letto fino a tardi ed io rimanevo lì per un po a guardarla sperando che si svegliasse per farmi almeno un po di compagnia perché già allora mi sentivo tremendamente sola. Per fortuna c'era mia nonnina che si prendeva cura di me nonostante la vecchiaia, i suoi dolori alle gambe ed il busto piegato in avanti, mi lavava, mi preparava la colazione, vedeva che ero triste per l'assenza di mia madre, che preferiva stare buttata sul letto piuttosto di passare del tempo insieme a sua figlia. La mia nonnina era abbastanza silenziosa ma mi comunicava tutto il suo amore con lo sguardo, poi quando parlava lo faceva con una dolcezza infinita. A volte cercava di consolarmi dicendo che “mamma stava male ma non per colpa mia, che tra qualche minuto si sarebbe alzata”; io non ci credevo molto,ma apprezzavo il suo gesto e sapevo che mia madre stava troppo male per guarire presto. Poi c'erano quelle volte che era mio zio a svegliarla bruscamente; lei ubbidiva subito, ma sentivo che non aveva nessuna voglia di prendersi cura di me.
C'erano i giorni di festa in cui mi aspettava qualcosa di molto peggiore della scuola (che non ho mai amato). Stranamente mia madre in quei giorni si alzava da sola, mi chiamava e dopo la colazione mi lavava. Per fortuna quello era un bel momento perché mi permetteva di farmi un bel bagno con tanta schiuma con cui mi divertivo a fare le bolle di sapone, mi piaceva da matti sommergermi sotto l'acqua e vedere fino a quanto riuscivo a trattenere il respiro ed ogni volta non riuscivo a resistere alla tentazione di dare i pugni sull' acqua e schizzare dappertutto, così mia madre mi strillava e mi faceva uscire subito bruscamente, poi mi poggiava sulla lavatrice e mi raccomandava di non scendere. Lei andava di là a prendere i vestiti che poi mi obbligava ad indossare, gonna, calze, camicetta con i fiorellini, con l'intento di rendermi più femminile, ma a me la cosa non mi piaceva per niente, così restavo su quella lavatrice per 30 minuti con l'ansia per quello che mi aspettava. Lei tornava, mi portava sul letto dicendo che aveva scelto una gonnellina tanto carina; io cercavo di ribellarmi ma risultava tutto inutile, così mi ordinava di vestirmi mentre lei andava a farsi la doccia. Io per la il nervoso e la delusione che mi procuravano quegli indumenti con i quali mi sentivo nuda e ridicola ci mettevo 40 minuti ad indossarli, a volte li mettevo al contrario e bucavo le calze...così mia madre tornava e si imbestialiva dicendo che non poteva lasciarmi un minuto da sola e che non ero in grado di fare niente (convinzione che mi porterò dietro a vita). Ma dopo essermi vestita arrivava la parte peggiore: l'acconciatura dei capelli, il mio peggior incubo. Vedevo mia madre arrivare con quella grande spazzola con cui mi tirava tutti i capelli, non certo con dolcezza; io mi lamentavo e a volte quel senso di impotenza mi faceva piangere, ma lei non capiva quello che sentivo in quel momento...si è sempre giustificata dicendo che i suoi capelli li trattava con molta più forza, ma il suo gesto mi faceva male dentro, perché potevo percepire il suo nervosismo e quella rabbia mi faceva sentire colpevole, perché in quel modo lei la sfogava sui miei poveri capelli (così crescendo mi rimase questo trauma e appena mi pettinavano provavo sempre lo stesso timore).
Dopo la tortura lei mi mostrava agli altri, compiaciuta come se io fossi un' opera d'arte e lei l'artista. Io abbassavo gli occhi per la vergogna e scappavo mettendo il muso e correndo nel mio rifugio, dietro la tenda o sotto il letto o il tavolo lungo della sala; mi nascondevo lì e non volevo più uscire. Dopo un po sentivo mia madre chiamarmi con i suoi soliti nomignoli, che col tempo cominciai ad odiare perché li usava spesso per farsi perdonare o per chiedermi dei favori...quando mi vedeva in lacrime nascosta in basso mi diceva “Dai pulcino mio, non fare l'offesa”, mi prendeva in braccio, mi faceva il solletico e mi metteva sulle sue spalle e così mi toccava far finta di niente e stare al suo gioco fingendo di divertirmi; ma non sempre ci riuscivo, e allora se continuavo a tenere il muso erano guai: lei si spazientiva, diceva che ero una bambina troppo permalosa, viziata e capricciosa (poi mi viene da pensare: “Viziata? E da chi? Esistono forse bambini che nascono viziati?) In effetti sì, per molte cose ero abbastanza viziata, mia madre mi ha sempre trattata in modo privilegiato rispetto agli altri miei due fratelli: io avevo i giocattoli migliori, i dolci più buoni, i privilegi di ogni genere e conoscevo bene i punti deboli di mia madre, non ero una bambina cattiva, non me ne sono mai approfittata più di tanto, ma quando entravamo in un supermercato cominciavo a chiedere “Mi compri le caramelle...e l'ovetto e i biscotti e le patatine e le Big-Babol? “. Se mia madre non lo faceva ecco che cominciavo a piangere come una disperata, già allora non sopportavo la carenza di qualcosa e lei il più delle volte cedeva, solo per farmi stare zitta e perché non sapeva dirmi quei no che insegnano a crescere, con il bel risultato che ancora non sono riuscita a crescere!!
Nel vivere con mia madre, uno dei momenti più tristi era quando arrivava il pomeriggio e mia madre mi aveva fatto una delle sue tante promesse “Oggi ti porto al parco e prendiamo il gelato” ma come sempre stava sul letto a dormire e mi diceva “Svegliami alle 16.00”. Io avevo il terrore che non si svegliasse più, così nemmeno la chiamavo, rimaneva a guardare fuori dalla finestra, mi mettevo a colorare con l'intento di colmare il vuoto che sentivo riempiendo gli spazi bianchi, così mi sembrava di sentirmi meglio ma poi mi ricordavo che sarei dovuta restare lì da sola a guardare mia madre che dormiva per tutto il pomeriggio...e mi veniva l'ansia del tempo che non passava più, in quei momenti mi immedesimavo nel sonno di mia madre, cioè cercavo di respirare come lei per controllare che stesse bene, mi sdraiavo per terra e se mi veniva da piangere mordevo il tappeto per non far rumore. Era un tappeto lungo blue e peloso, d' inverno se ci appoggiavo la testa mi sentivo protetta ma d'estate mi entravano tutti i peli in bocca, mi sentivo soffocare. In quei brutti pomeriggi di solitudine mi veniva sempre un gran mal di testa; così mia madre preoccupata, non capendo il reale problema, mi portò dall'oculista che mi prescrisse gli occhiali, credendo che fosse quella la causa di quei terribili ed intensi mal di testa che a volte degeneravano in febbre e debolezza...per mia madre era più facile pensare che io non ci vedessi invece che rendersi conto che era lei a non saper vedere quanto io stessi soffrendo.
Il mio era un compito difficile, ero considerata da tutti la più bella, la più intelligente, la più brava...non solo da mia madre ma anche dal resto della famiglia, ma questo non ha mai aumentato la mia autostima, perché dovevo essere sempre perfetta, dovevo fare tutto quello che gli altri volevano, in particolare dovevo essere come mia madre voleva che io fossi, la figlia accondiscendente, buona, che perdona tutto. Non era facile rispecchiare l'immagine che mi era stata messa addosso; non potevo mai dire parolacce o disubbidire, non potevo esprimere nessuna emozione eclatante, non riuscivo mai ad attirare l'attenzione quando ne avevo davvero bisogno, perché i miei fratelli facevano troppo casino...così c'erano momenti in cui volevo giocare e stare per conto mio, invece dovevo stare appiccicata a mia madre che magari stava male ed io, per tirarle su il morale le leggevo la mano, inventando delle storie su un suo futuro migliore, a volte riuscivo a farla ridere e mi sembrava stesse un po' meglio per merito mio, questo mi faceva sentire forte ed importante, ma mi faceva stare anche molto male perché non sempre riuscivo a farla smettere di piangere, a volte piangeva fortissimo ed io non sapevo più cosa fare, mi sentivo impotente e soprattutto responsabile del suo stato d'animo. Il nostro rapporto era come le montagne russe, un su e giù continuo; mi chiedeva mille favori ed io non avevo mai possibilità di scelta, ero condannata a stare al suo servizio...le grattavo i piedi, le massaggiavo la schiena, le portavo il ventilatore, più grosso di me, da una stanza all'altra, la ascoltavo sempre, cercavo di aiutarla ad uscire dalla depressione in tutti i modi, rimanevo vicino a lei per ore mentre si lamentava per la sua solitudine, perché tutti la mollavano e nessuno l'amava; e lì cercavo di darle conforto assicurandole che io le volevo un mondo di bene e non l'avrei mai lasciata, ma non serviva a molto. Più passava il tempo più cominciavo ad odiare mio padre, perché non si preoccupava per la povera anima di mia madre, che mi voleva a tutti i costi convincere che fosse lui il responsabile del suo male (per fortuna crescendo ho capito che nessuno può essere il responsabile della malattia di qualcuno al di fuori di se stesso a parte casi molto particolari).

Updated 11-03-2010 at 01.57.44 by Anymore89

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