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Alessia Va

Rebirthing n°5

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Stamattina la mia (quinta ormai) seduta individuale di Rebirhting. Stavolta ci sarebbe dovuta essere una pausa di due settimane, ma ho chiesto a M. di vederci prima, perché seguendo il suo consiglio e facendo anche a casa un lavoro sulla respirazione sono uscite delle cose.
Una cosa in particolare.
Una immagine.
Forte.
Che mi ha fatto piangere e stare male.
Ora dico: è un bene che sia venuta fuori.
Ma è stata una settimana veramente faticosa…
Una immagine che in se e per sé non è ne brutta ne dolorosa. Io, due o tre anni al massimo, seduta sulle ginocchia della mamma. Mentre piango e lei mi consola con le su braccia forti e il petto caldo.
Bello farsi avvolgere da quell’abbraccio.
Bella no? Niente di terribile anzi…confortante.
Ma insieme all’immagine c’era qualcos’altro.
La consapevolezza che quella è probabilmente l’ultima volta che ho ricevuto quel conforto. Anzi, togliamo il probabilmente. Perché quando ti arriva dalle tue cellule, da tuo essere profondo, lo sai che è la verità, sei certo che è cosi. E ora lo so. Dopo i tre anni non ho più avuto diritto a quel conforto. Non so perché non ho un ricordo preciso. So solo che mi è stato negato. Non dovevo piangere, perché non si faceva, non si piangeva, ero grande. E se piangevo venivo lasciata “sola”. Queste immagini si, le ho. Di me, sola…tante, tante volte…mentre vedevo i volti a me cari guardarmi o non guardarmi (e forse era meglio quando non mi guardavano…dal come mi guardavano) ma a distanza. Non un abbraccio, una carezza un sostegno. Solo io. Nel mio dolore angosciante. Cosi nel tempo ho imparato a trattenere. Reprimere. Perché tanto nessuno mi ascoltava. O addirittura nessuno capiva e accettava quel mio dolore. Per mia madre non si doveva fare, bisognava (e bisogna, tutt’ora) essere forti. Non cedere mai. Mio padre, poverino, non sapeva come gestire quelle emozioni, forse neanche le sue, e di conseguenza neanche le mie. Mi ricordo la sua espressione spaventata. Le lacrime gli hanno sempre fatto paura.
Ora, bene ho capito queste cose. Bisogna che ci faccia qualcosa adesso. Che ci provi.
Ne abbiamo parlato, stamattina, con M.
E abbiamo lavorato con la respirazione. Tanto.
La mia gola ad un certo punto si è rifiutata di fare passare aria. Mi sembrava di soffocare.
Ho passato attimi quasi di panico. Mi sono detta più volte “ora mi alzo e vado via, esco, non respiro” ma alla fine sono rimasta. E ce l’ho fatta. Ma che fatica….
La mia gola si chiude ogni volta che non permetto a me stessa di esprimere quello che ho dentro.
“Ascolta la tua gola” sono state le parole conclusive.
Ci provo…
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