S.o.s
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, 21-07-2010 at 00.35.03 (245 Visite)
Ho paura. Di quello che sta succedendo. Di me. Una paura folle. Non mi riconosco. Oggi.
I massaggi. Oggi. La seconda volta che ci vediamo. Mi fai notare che sono arrivata, anche oggi, in ritardo. Cerchiamo di capire il perché. Non arrivo mai, in ritardo. Piuttosto in anticipo. Ai miei appuntamenti. Con te. Per ben due volte. In ritardo. Ci chiediamo cosa sottenda questo atteggiamento, che mi porta a sottrarmi del tempo che sarebbe li per me, per la mia cura.
Poi mi fai quella domanda: “Potrebbe essere anche un modo di esprimere una tua rabbia nei miei confronti”. Stupita. Perplessa. Perché dovrei provare rabbia. Perché tu dovresti essere l’oggetto della mia rabbia. Proprio tu. Persona con la quale mi trovo benissimo, nella quale ho una fiducia profonda. No. Lo escludo a priori. Mentre sono in macchina tornando a casa mi coglie un subitaneo momento di consapevolezza e lucidità: rabbia? Si! Nei tuoi confronti? Accidenti…Si! Pazzesco! Si! Ma non rabbia perché sei tu, F. Rabbia perché tu, F., sei un uomo. Improvvisamente mi rendo conto di questa rabbia che mi porto dentro. Rabbia verso un genere che identifico con il mio abusatore, violentatore, aggressore. È chiaro, evidente, che non tutti gli uomini sono cosi e che sicuramente tu, F., non sei cosi. Più che evidente. Ma questo, ora, non conta. Io, questa rabbia, ce l’ho dentro. Ce l’ho sempre avuta dentro.
D’altro canto la situazione in cui ci troviamo e cosi simile a quella in cui mi trovavo, impotente e bambina, in quell’appartamento silenzioso. Io e te. Nessun’altro. Io e lui. Nessun’altro. Le tue mani curano, massaggiano e toccano per guarire, le sue mani frugavano, invadevano, mi rendevano malata e senza speranza di cura…Sono sempre mani, nonostante la differenza profonda, che attraversano il mio corpo indifeso, senza barriere, protezioni. E dire che, si, l’ho sentito quel tremito freddo quando mi hai detto, la prima volta, di togliermi la maglietta. L’ho sentita la paura che mi attanagliava i visceri quando mi sono stesa, e tu eri sopra di me. Non mi sono fermata ad ascoltarla, ne ho voluto indugiare su quel tremito. Ancora una volta negando, a me stessa e a chi mi sta vicino, che qualcosa non andasse. Mi stupisco di quanto chieda a me stessa, di quanto chieda di essere ancora una volta soffocato, messo a tacere, ignorato e via…Cosi tu, oggi, mi hai reso possibile un apertura delle iridi necessaria, per vedere bene il mio sentire e agire nel mondo. E so che questo mi sta facendo bene. Ma è anche come sentirsi improvvisamente catapultati in un mondo estraneo, su un pianeta sconosciuto, senza punti di riferimento. Come essere stati teletrasportati cosi che se un attimo prima si era in un posto, ora si è in un altro posto. Totalmente sconosciuto. Mi manca l’aria. Sono terrorizzata. Cosa ci faccio qui? Dove sono? Sola. Mi sento terribilmente sola. Non ce la faccio da sola. È una sofferenza troppo grande. Mi sono detta, tornando a casa, quanto fosse importante che mi prendessi cura io per prima della mia ferita. Della mia sofferenza. Ho lasciato che il corpo mi parlasse. Che mi spiegasse perché non faccio che farmi male, prima la caviglia, poi il ginocchio. Mi sono tornate in mente le tue parole, mentre mi massaggiavi. “Il ginocchio è legato al Cuore…” Il mio cuore. Il mio povero cuore. Sta esplodendo. Ho voluto ascoltarlo, il mio ginocchio, ho voluto mettere le mie mani, dove le hai messe tu, oggi. Ascoltando. Le mie mani poi, da sole, si sono mosse, dando calore e sollievo, al ginocchio rigido e dolorante. Una esplosione. Un dolore atroce. Al petto. E poi singhiozzi, non so per quanto ho pianto. Sto ancora piangendo. E ho paura. Non ce la faccio da sola. Non l’ho mai detto, mai. Anzi, io sono sempre stata quella che non aveva bisogno di nessuno. Che da sola se la cavava benissimo. Ora non ce la faccio. E non mi riconosco. Vorrei che qualcuno mi aiutasse….che fosse qui con me…ora…



